Mistero

Il mistero delle lingue antiche che nessuno riesce (ancora) a decifrare

Non bastano la pazienza dei ricercatori e la potenza della tecnologia: alcune lingue (e libri) resistono a ogni forma di decifrazione. Ecco le iscrizioni più enigmatiche.

Iscrizioni incomprensibili, misteriosi pittogrammi, impenetrabili manoscritti emersi dopo secoli di oblio. Dall'antica Creta all'Estremo Oriente passando per l'America precolombiana, il passato ci ha restituito sistemi di scrittura dall'oscuro significato. Decriptare questi "codici cifrati" è per i linguisti una missione degna dei migliori film di spionaggio. Tanto è vero che, oltre agli strumenti della loro scienza, ne utilizzano anche altri, molto più vicini a discipline come la crittografia: super computer, tecniche da hacker e intelligenza artificiale. Ma quali sono le lingue e i manoscritti ancora da decifrare? E quali sono i loro segreti?

Enigmi "a metà". «In generale, ci si può trovare di fronte a diverse situazioni: nelle più complesse non conosciamo né la lingua parlata né la scrittura di una popolazione, in altre è solo uno dei due elementi a mancare», spiega Francesco Perono Cacciafoco, professore di linguistica storica e crittografia alla Xi'an Jiaotong-Liverpool University (XJTLU) di Suzhou (Jiangsu), Cina. «Un esempio di quest'ultima ipotesi è quello degli Etruschi, che, a partire dall'VIII secolo a.C., si appropriarono di un alfabeto quasi identico all'antico greco, scritto da destra a sinistra e adattato alla propria lingua, che tuttavia non ha somiglianza con altri idiomi». Il risultato? Leggere le iscrizioni etrusche è un gioco da ragazzi, capire cosa vogliano dire è un'impresa ardua.

il rongorongo dell'Isola di Pasqua. Se l'etrusco e il meroitico rimangono in parte leggibili, esistono casi in cui la scarsità delle fonti da analizzare e l'assenza di tracce di una lingua "sottostante" rendono il compito praticamente impossibile. È il caso del rongorongo, antica grafia dell'isola di Pasqua della quale rimangono appena 26 documenti, principalmente tavolette di legno. «Si tratta di glifi con figure umane o naturali stilizzate, che hanno un andamento "bustrofedico inverso": per leggerle bisogna, cioè, procedere da sinistra a destra e dall'estremità inferiore a quella superiore, e continuare la lettura ruotando la tavoletta di 180°», continua l'esperto. «Data la probabile scomparsa della lingua originaria "celata" dal rongorongo, l'assenza di un documento che lo confronti a un idioma conosciuto, come avvenuto per i geroglifici egizi con la stele di Rosetta, e il numero ridottissimo di iscrizioni, il rongorongo rimarrà probabilmente indecifrato».

Una tavoletta in rongorongo, la lingua di Rapa Nui.
Una tavoletta in rongorongo, la lingua di Rapa Nui. Narra la leggenda che la scrittura fosse stata portata sull’isola da re Hotu Matua, intorno al IV secolo d.C. © Wikipedia

Altrettanto enigmatici sono i metodi di scrittura delle civiltà precolombiane, che combinano spesso logogrammi (cioè figure che rappresentano intere parole) e sillabe. Tra le grafie più oscure spicca quella degli Olmechi, stanziati nel Golfo del Messico nel I millennio a.C.

e probabili autori della "pietra di Cascajal", una lastra di serpentinite risalente al X secolo a.C., ritrovata alla fine degli Anni '90. Essa consta di 62 glifi, alcuni dei quali richiamano le forme di frutti. Troppo pochi per "tradurre" il testo, ma c'è chi si è avventurato a ipotizzare che si tratti addirittura di versi poetici.


Il mistero della pietra di Singapore. Una strategia fondamentale per decifrare questi reperti sta nel confrontare scritture diverse, come avvenuto per la "pietra di Singapore", frammento di arenaria di 67 cm risalente al X-XIII secolo, parte di un'epigrafe più grande, scoperta dai colonizzatori britannici nel 1819 alla foce del fiume di Singapore e fatta esplodere nel 1843. «A prima vista, i caratteri sembrerebbero in Pali, sistema di scrittura – e lingua – indoeuropeo usato per trascrivere testi buddisti, o in Kawi, che rappresenta il giavanese antico, ma così non è», spiega Perono Cacciafoco. «Un'ipotesi che sto seguendo deriva dal confronto con un'iscrizione conservata nell'isola di Karimun, nell'arcipelago di Singapore, che trascrive un testo in sanscrito e potrebbe avere uno stile grammatologico compatibile con il sistema di scrittura della "pietra di Singapore". Se fosse così, il linguaggio "nascosto" dal documento sarebbe il sanscrito».

La tecnica dei confronti non è però l'unica. Per esempio, a Creta si utilizzano strategie più radicali. Ma andiamo con ordine: l'isola mediterranea ci ha restituito grafie affascinanti, prima fra tutte la "lineare A" della civiltà minoica, fiorita nell'isola tra il 1800 e il 1450 a.C., conservata in più di 1.000 documenti, prevalentemente tavolette d'argilla. Tale sistema avrebbe ispirato la successiva scrittura micenea ("lineare B"), che trascrive una versione arcaica del greco antico decifrata nel 1952 dal britannico Michael Ventris. La lineare A non ha però legami con la lingua greca e non troviamo segni diacritici (come punti, spazi o trattini) in grado di aiutarci a separare le possibili parole. È dunque necessario "segmentare" lo scritto e ricostruire dei "pattern", ovvero serie di simboli ripetuti. 

Decifrare la scrittura. Per risolvere l'enigma della lineare A, Perono Cacciafoco utilizza alcune strategie impiegate per "rompere" i codici criptati, più o meno simili a quelle degli attacchi informatici. Una di queste è il cosiddetto brute force attack o metodo forza bruta, utilizzato di solito per indovinare le password di un sistema. Consiste nel "colpire" ogni simbolo di questa scrittura con tutti i possibili valori fonetici di lingue coeve del Mediterraneo, sperando di trovare parole (o fonemi) comuni.

«In pochi minuti il computer elabora migliaia di combinazioni che richiederebbero anni di lavoro "manuale"», conferma l'esperto. «In questo modo, possono affiorare parole casuali e di senso compiuto, ma, per avere chances reali di decifrare la scrittura, l'ideale sarebbe trovare termini riconoscibili, come nomi di regnanti, divinità o luoghi».

manoscritto di Voynich
Il misterioso manoscritto di Voynich. Nessuno è mai riuscito a decifrarlo, neppure lo scienziato Alan Turing. Per qualcuno è una burla, scritto in una lingua inventata. © Wikipedia

Ben più remote sono invece le possibilità di decifrare "il disco di Festo", una piastra di terracotta di 16 cm di diametro ritrovata dall'archeologo italiano Luigi Pernier nel 1908 nell'omonima città cretese. Sui due lati sono impressi con appositi sigilli 241 presunti pittogrammi di piante, animali, oggetti e figure umane. Il loro significato ha scatenato le teorie più fantasiose, da chi li considera un poema religioso a chi ipotizza si tratti di un gioco da tavolo. «A patto che non si verifichi un miracolo, il disco di Festo non potrà mai essere decifrato», precisa l'esperto. «Si tratta di un "pezzo unico" ed è improbabile che le ipotesi di decifrazione siano confermate tramite il confronto con altri reperti».

Se le scritture antiche sono paragonabili a "crittogrammi involontari", cioè non pensati come tali, ci sono infine testi creati apposta per far impazzire gli studiosi. Il più celebre è il manoscritto di Voynich, acquistato nel 1912 dal mercante d'arte polacco Wilfrid Voynich e conservato alla Beinecke Library di Yale (Usa). Costituito da 204 pagine in pergamena, è zeppo di figure colorate raffiguranti piante, simboli astrologici e donne nude intente a compiere abluzioni, oltre a scritti in un alfabeto sconosciuto. Dall'analisi di una missiva corredata al manoscritto e dalla natura delle illustrazioni, all'inizio si credette che l'autore fosse Roger Bacon, frate e alchimista inglese vissuto nel XIII secolo.

Scherzo d'autore? In molti hanno provato senza successo a interpretare il libro, dalla National Security Agency statunitense al matematico britannico Alan Turing, decifratore di Enigma. Ancora una volta, la tecnologia ha dato una mano: nel 2011, un esame al radiocarbonio ha scoperto una datazione compresa tra il 1404 e il 1438, escludendo così la mano di Bacon, mentre, nel 2018, un software in grado di decodificare alfabeti sconosciuti ha scoperto che l'80% dei vocaboli sarebbe compatibile con una lingua simile all'ebraico medievale, ma neanche questa teoria convince tutti. Anzi, c'è la concreta possibilità che sia un testo privo di significato, opera di un geniale burlone.

20 febbraio 2024 Massimo Manzo
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