Una tela a cielo aperto

Astratti, futuristi, a colori o monocromatici, scritte illeggibili o splendidi disegni. I graffiti si trovano in tutto il mondo: perfino gli antichi non li disdegnavano. Chi li fa e perché, cosa significano e quanto ci costano.

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L'abitudine di scrivere sui muri non è nata con gli spray e il disagio giovanile dei tempi moderni: anche in tempi ben più antichi sui muri si esprimevano emozioni, idee e opinioni, e quando non c'era ancora la vernice si usava semplicemente uno strumento appuntito per graffiare le pareti, le pietre o gli intonaci. Per ragioni politiche o artistiche, l'intento - oggi come ieri - è uno: attirare l'attenzione, anche solo per dire "sono stato qui!".

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I primi giganteschi murales a sfondo politico apparvero in Messico ai primi del '900, ad opera di alcuni artisti. Uno dei più prolifici fu Diego Rivera che per dipingere i suoi murales negli spazi pubblici utilizzava altissime impalcature, dalle quali non scendeva per giorni, mangiando e dormendoci sopra. I murales con la storia delle civiltà precolombiane hanno rappresentato anche uno strumento di "alfabetizzazione" per gli strati più poveri della popolazione.
Nella foto un graffito in una strada di San Paolo in Brasile che raffigura un pistolero, apparso dopo la decisione del governo di fermare il "far west", con il ritiro di 80.000 armi da fuoco entro la fine del 2004.

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Costringere un'opera d'arte tra quattro mura vuol dire che solo gli interessati se l'andranno a vedere, dipingerla sulle pareti esterne di edifici pubblici e privati significa invece renderla visibile a tutti anche quelli che passano di lì per caso. È quello che succede a Orgosolo, piccolo paese dell'entroterra sardo, dove come in un vero e proprio museo a cielo aperto si possono ammirare più di 250 dipinti murari.
L'idea è nata nel 1969 in piena contestazione studentesca, da un gruppo di studenti, per protestare contro la poca considerazione della Sardegna da parte dell'Italia e l'usanza prosegue ancora oggi, con temi più svariati. A fianco un dipinto a muro ritrae le donne di Orgosolo.
©Foto: Claudio de Tisi

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La moda dei graffitari di "taggare" come si dice in gergo (tag in inglese significa firma) è nata negli Stati Uniti negli anni Settanta: la firma sul muro era usata da bande rivali per delimitare il proprio territorio. La leggenda vuole che i giovani newyorkesi, i primi graffitari, si siano ispirati ai lustrascarpe di Los Angeles che per marcare la zona di lavoro mettevano una sigla sul muro. Con il tempo le firme fatte con i colori spray hanno cominciato ad avere uno stile proprio (l'aerosol art) e sono nate quelle strane scritte-disegni che si vedono sui muri delle nostre città che come veri e propri murales metropolitani, sono diventate espressione di un particolare movimento giovanile: l'Hip Hop.

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La tag, che è spesso la contrazione del nome dell'autore (writer), può essere un bel disegno o solo uno scarabocchio, in ogni caso è testimonianza di un passaggio. Il segno più diffuso nelle nostre città si chiama "throw up" (in inglese, lasciare, abbandonare), è una sigla tondeggiante non riempita con i colori e attesta un passaggio veloce. Per una firma colorata e ben sfumata invece ci può volere anche un'ora e il risultato è un'iscrizione tridimensionale dove spesso le parole non sono riconoscibili: una via di mezzo tra una scritta e un disegno. Le scritte con i caratteri cubitali di solito indicano il territorio di una "crew" (gruppo). Uno dei colori più usati è l'argento perché costa poco e rende bene.

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Girando per una stazione della metropolitana di New York il giovane Keith Haring notò un pannello nero vuoto destinato alla pubblicità, risalì immediatamente, comprò una confezione di gessetti bianchi e tornato nella metrò si mise a disegnare. Era la metà degli anni Settanta e nessuno conosceva ancora il giovane graffitaro (morto nel 1990 a 32 anni) che solo un decina d'anni più tardi avrebbe disegnato i suoi radiant boys, gli omini mutanti (nella foto), sui muri delle principali città del mondo ed esposto le sue opere di strada (riportate su tela) anche in alcuni musei.
Tuttomondo (nella foto) è l'opera eseguita per il comune di Pisa e si trova ancora oggi sul muro della chiesa di S. Antonio.
©Foto: Keith Haring Foundation

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Sembra che non siano solo i writers a voler lasciare un segno, guardate cosa fanno certi turisti sul muro della cupola del Brunelleschi a Firenze (nella foto). Forse pensano di passare alla storia, come è successo ai pionieri americani del XIX secolo diretti a ovest, che passando nel Wyoming hanno lasciato il loro nome inciso su una roccia, la Cliff Rock, oggi monumento nazionale.
A Sassari i neo-papà invece scrivono sui muri del reparto maternità nome e data di nascita del loro pargolo. Un'usanza antica che rischia di diventare costosa, i babbi grafomani rischiano, con le nuove direttive, di dover risarcire la Asl, che fino a ora ha speso 25.000 euro per le "pulizie".
©Foto: Zanaboby

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Secondo una recente indagine dell'Unione Consumatori ogni anno vengono spesi nel nostro paese 268 milioni di euro per ripulire le città dai graffiti. I più difficili da ripulire sono i monumenti poiché la pulizia delle superfici marmoree richiede molta attenzione e deve essere fatta con sistemi meccanici come l'idropulitura o la sabbiatura che sono molto costosi, mentre la copertura con vernici apposite dà scarsi risultati e non è molto usata.
Sono ancora allo studio solventi delicati in grado di pulire senza rovinare o pellicole e vernici protettive per preservare il marmo e il metallo dalle vernici. Nella foto: operazioni di ripulitura di un gigantesco monumento nella città di Brasilia, in Brasile

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Tra gli obiettivi preferiti dai graffitari ci sono i treni e soprattutto le metropolitane. Su una metropolitana, infatti, il graffito può fare il giro della città aumentando notevolmente il numero di persone che lo vedono. Ma nella filosofia del writer è importante anche muoversi nell'illegalità, motivo per cui molti rifiutano incarichi ufficiali da comuni e negozianti, molti dei quali non disdegnano di rallegrare le saracinesche con un disegno colorato.
Una storica sentenza del 1994 fece molto discutere: due giovani milanesi furono assolti dall'accusa di aver imbrattato la stazione del metrò di San Donato, perché - a detta del giudice- il fatto (atti vandalici) non sussisteva, riconoscendone implicitamente un certo valore artistico.

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Sui muri se ne vedono di tutti i colori: c'è chi promuove un'idea politica o religiosa, una squadra o solo un'opinione, ma mai nessuno ha usato i graffiti per promuovere un prodotto. Ci hanno pensato Microsoft (colosso dell'informatica) e Smirnoff (produttrice di bevande alcoliche), pronte a ingaggiare, uno dei più famosi writer londinesi Moose, per affrescare grandi cartelloni pubblicitari sui muri dei luoghi pubblici di Londra, usando una vernice in grado di decomporsi con il tempo.
I graffitari londinesi sembrano in netta controtendenza con i parigini che usano la vernice per scarabocchiare i cartelloni e protestare contro il potere della pubblicità.
Nella foto, Gesù nero apparso su una saracinesca a Los Angeles.

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Sui muri di alcuni edifici dell'antica città di Pompei, sepolta nel 79 d.C. dall'eruzione del Vesuvio, sono state ritrovate numerose iscrizioni, senza nessun valore artistico, per lo più comunicazioni "di servizio": inviti a votare per questo o quel candidato politico, prese in giro di personaggi pubblici, dediche per l'amata - del resto, gli affari di cuore per i pompeiani non erano segreti, che si trattasse di successi o di lamenti, un'abitudine, quella delle scritte sui muri, profondamente "unisex". Di ben altro valore dovevano invece essere le pitture rupestri delle grotte di Lascaux (foto), risalenti a 18.000 anni fa, e i disegni delle caverne dell'isola di Sulawesi - datate a circa 40.000 anni fa.

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Graffiti contro la globalizzazione o la guerra si trovano ovunque. Non citeremo mai abbastanza il misterioso Banksy e le opere del suo Walled Off Hotel, in Palestina. In Irlanda e nei Paesi Baschi i messaggi riguardano l'indipendenza, in America Latina sui muri si insultano i presidenti in carica. Nei Paesi in guerra, come in Iraq, il muro è come un foglio di giornale - come nel caso del murales di Bagdad (foto) che racconta le torture sugli iracheni nella prigione di Abu Ghraib.

L'abitudine di scrivere sui muri non è nata con gli spray e il disagio giovanile dei tempi moderni: anche in tempi ben più antichi sui muri si esprimevano emozioni, idee e opinioni, e quando non c'era ancora la vernice si usava semplicemente uno strumento appuntito per graffiare le pareti, le pietre o gli intonaci. Per ragioni politiche o artistiche, l'intento - oggi come ieri - è uno: attirare l'attenzione, anche solo per dire "sono stato qui!".