(U)mani che raccontano

Provenienza, lavoro, stile di vita: i palmi delle mani, come gli occhi, rivelano sul nostro conto più di quanto si creda. Il fotografo libanese Omar Reda ha raccolto le loro storie - Vedi anche 10 cose che (forse) non sai sulle tue mani

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Se il primo contatto che stabiliamo con uno sconosciuto è attraverso gli occhi, sono le mani che raccontano il viaggio quotidiano che ciascuno affronta. Omar Reda, fotografo e art director libanese, ha ritratto i palmi delle mani di persone di diversa provenienza, etnia e occupazione, in un progetto che fa emergere le loro storie. Con questa idea di base è nata la serie Hands: The Story of Life, un'esplorazione dell'animo umano in continuo aggiornamento.

Nella foto, la mano di un bambino Masai di circa 3 anni di età. Il fotografo l'ha definita una delle sue foto preferite in assoluto.

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La mano nodosa di una donna anziana di una popolazione tribale, non importa di quale nazionalità (il progetto ne esplora diverse). «Le mani rivelano quello che c'è nascosto sotto la superficie», scrive Reda. «Sono essenziali per l'evoluzione e la sopravvivenza. Le prime mani sono state usate per accendere fuochi, cacciare, combattere».

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Le mani di un barbiere.


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La mano di un giardiniere. «Da sempre - afferma Reda - le mani ci aiutano a eccellere nelle nostre abilità, in tutti i campi. Le linee della mano rivelano la verità nascosta delle nostre vite. La nostra lotta, la fatica e il tipo di passaggio di vita che scegliamo».

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Mani che incutono devozione: il palmo di una guida spirituale.


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La mano di un santone. «Le mani mi hanno sempre affascinato», rivela il fotografo, «ma non per "leggerle" e scoprire qualcosa sul proprio futuro. Piuttosto, ciascuno porta i segni del proprio viaggio scolpiti sulla pelle».


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Tracce di colore sulle mani di un religioso.


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Sul palmo ancora i segni del mestiere: le mani di un vasaio. Perché il progetto include solo le mani, e non anche i volti di quelle mani? «Perché rivelano cose simili a quelle che dice la faccia, ma nessuno vi presta attenzione - ci scrive Reda - ogni suolo che scaviamo, abilità che apprendiamo, oggetto che solleviamo, ogni batterio o sporcizia che raccogliamo, lascia una traccia sulle nostre mani.»

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La mano di una ragazza di una popolazione tribale. Omar Reda racconta di aver incontrato diffidenza presso le popolazioni visitate. «Ho fotografato centinaia di volti, ma con le mani è stato più difficile perché le persone non sono abituate a questo tipo di richiesta. In molti mi hanno accusato di essere un idiota, un folle o un poliziotto sotto copertura».


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La mano di un soldato.
 
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Se il primo contatto che stabiliamo con uno sconosciuto è attraverso gli occhi, sono le mani che raccontano il viaggio quotidiano che ciascuno affronta. Omar Reda, fotografo e art director libanese, ha ritratto i palmi delle mani di persone di diversa provenienza, etnia e occupazione, in un progetto che fa emergere le loro storie. Con questa idea di base è nata la serie Hands: The Story of Life, un'esplorazione dell'animo umano in continuo aggiornamento.

Nella foto, la mano di un bambino Masai di circa 3 anni di età. Il fotografo l'ha definita una delle sue foto preferite in assoluto.