L'inferno giapponese un anno dopo

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Un uomo, ai piedi di una nave trasportata nell'entroterra dallo tsunami dell'11 marzo 2011, mette in salvo i pochi beni recuperati dalla sua casa distrutta a Kesennuma, prefettura di Miyagi.|Damir Sagolj/Reuters
L'11 marzo 2011 è una di quelle date che segnano la storia, che tracciano un confine tra il prima e il dopo. È il giorno in cui il Giappone è stato devastato dal terribile terremoto di magnitudo 9.0 della scala Richter, seguito da uno tsunami con onde alte 38 metri che si sono abbattute sulla costa nord est del Paese risalendo per più di 10 chilometri nell'entroterra.
Una distruzione costata la vita a 24.000 persone a cui il mondo ha assistito in diretta, impotente. Oltre 6.000 persone sono state ferite quel giorno e altre 3,000 sono tutt'oggi disperse, mentre le barche della guardia costiera, a un anno di distanza, continuano le ricerche nelle acque di Ishinomaki, una delle zone più colpite, con la speranza di ritrovare altri corpi (l'ultimo è stato recuperato lo scorso novembre).

Ma la devastazione non bastava: a tale orrore si è aggiunta l'angoscia del disastro nucleare quando è giunta la notizia degli incidenti provocati alle centrali nucleari, primo tra tutti quello ai reattori dell'impianto Fukushima Daiichi.

A soli 365 giorni di distanza il Giappone sembra tornato quello di prima: fatta eccezione per la cintura di sicurezza eretta intorno ai reattori danneggiati di Fukushima, le strade sono state ripulite e ricostruite, i detriti sono scomparsi e gli edifici pericolanti sono stati abbattuti per lasciar spazio a nuove costruzioni.
In attesa degli indennizzi statali – si stima che i danni ammontino a qualcosa come 300 miliardi di dollari – sono stati i sopravvissuti a dare vita a questa ricostruzione da record.
11 Marzo 2012 | Rebecca Mantovani