Curiosità

I quattro bambini sopravvissuti nella giungla: come hanno fatto?

Una sapere ancestrale ha permesso ai fratellini dispersi nella giungla colombiana di cavarsela per 40 giorni senza alcun aiuto: una lezione per tutti.

Un miracolo alla seconda, moltiplicato per quattro. Venerdì 9 giugno 2023 quattro fratellini già incredibilmente scampati a un incidente aereo sono stati ritrovati vivi dopo sei settimane trascorse, soli e senza cibo, in un'area particolarmente impenetrabile della giungla nel sud della Colombia.

Si chiamano Lesly Jacobo Bonbaire, Solecni Ranoque Mucutuy, Tien Noriel Ronoque Mucutuy e Cristian Neryman Ranoque Mucutuy, hanno 13, 9, 5 e 1 anno rispettivamente, e sono i protagonisti di una storia rimbalzata un po' ovunque negli ultimi giorni. Come è stato possibile, tutti si chiedono, che siano riusciti a sopravvivere nella foresta praticamente impercorribile della zona meridionale del dipartimento di Caquetá, senza cibo né acqua, circondati da serpenti, giaguari e piante velenose, praticamente al buio e senza l'aiuto di adulti, per così tanto tempo?

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Su Focus storia 201, la storia di sopravvivenza estrema di Alexander SelKirk che, nel Settecento, fu abbandonato su un'isola deserta nel Pacifico con pochi viveri, qualche attrezzo, un moschetto e una Bibbia. E tante altre "missioni impossibili". © Focus

Il volo e lo schianto. I bambini si erano messi in viaggio insieme alla madre, a un amico e al pilota del piccolo Cessna che li ospitava il 1 maggio 2023. Erano partiti da Araracuara, un villaggio nel cuore della foresta amazzonica colombiana dove risiede la popolazione indigena degli Huitoto, di cui fanno parte, per incontrare il padre che si trovava nella cittadina di San José del Guaviare. Nelle ultime ore il padre, Manuel Ranoque, ha spiegato che la famiglia stava fuggendo dal villaggio natale perché minacciata da gruppi armati che stanno prendendo il controllo di Araracuara e delle aree limitrofe e minacciano i residenti.

Per arrivare a destinazione bisognava sorvolare la parte più densa di copertura alberata della giungla, ma giunti sopra al fiume Apaporis il pilota aveva registrato un guasto a un motore e pensato in un primo momento a un atterraggio di emergenza sull'acqua. Non essendoci abbastanza tempo a disposizione aveva poi ripiegato su una planata sugli alberi così da attutire l'urto dell'atterraggio.

Il velivolo si è comunque schiantato al suolo disintegrandosi. Per i tre adulti - inclusa la madre dei bambini Magdalena Mucutuy Valencia, rimasta agonizzante per 4 giorni prima di morire - non c'è stato nulla da fare, ma i piccoli sono riusciti nell'impossibile: sopravvivere in uno dei luoghi più pericolosi che le nostre menti riescano ad immaginare.

Farina e frutta. Partiamo dalla domanda più ovvia: che cos'hanno mangiato? Nei primi giorni i quattro fratellini si sono nutriti di farina di manioca o cassava, un tipo di fecola ricavata dalle radici della manioca (Manihot esculenta), una pianta originaria del Sud America, altamente calorica e dal sapore dolciastro, tipicamente usata dalle popolazioni amazzoniche per fare pane e dolci.

Ce ne erano alcune scorte sul loro velivolo precipitato. Poi hanno mangiato semi, soprattutto di un frutto chiamato avichure, simile al frutto della passione, che hanno trovato a un km e mezzo dal sito dell'incidente, oltre a frutta ed erbe aromatiche: in quella parte della giungla era tempo di raccolto e questo potrebbe aver reso più facile trovare frutti edibili.

In seguito i piccoli si sono imbattuti nelle scatole di cibo che i soldati dell'esercito impegnati nelle ricerche avevano lasciato per loro nella foresta, nelle speranze le trovassero. Per placare la sete hanno bevuto l'acqua piovana raccolta nelle foglie degli alberi. Sono invece ancora da verificare alcune voci secondo le quali i bambini sarebbero stati aiutati da persone indigene che vivono in questo tratto di foresta e che non hanno contatti con l'esterno.

Il sapere degli avi. Al momento del loro ritrovamento, i bambini erano disidratati, affamati, deboli e pieni di punture di insetto, ma lucidi e tutto sommato in buona salute. Secondo gli esperti questo non sarebbe stato possibile, se a finire in quella porzione di giungla fossero stati bambini non indigeni, privi della profonda conoscenza della foresta di cui è intrisa la cultura Huitoto e quella di altri popoli dell'Amazzonia.

«I popoli indigeni crescono in una stretta comunione con il loro ambiente» spiega a Focus.it Luis Germán Naranjo, Direttore della Conservazione del WWF Colombia. «I bambini imparano dagli anziani che cosa è edibile, come trovare riparo in una tempesta, come trovare acqua potabile ed evitare creature pericolose. Soprattutto, si sentono in comunione con la natura e vedono la foresta come la loro casa».

La sorellina più grande, Lesly, era abituata a prendersi cura dei fratellini, sapeva come nutrirli e come occuparsi della più piccola. Secondo quanto riferito da uno zio, la ragazzina ha imparato dalla nonna, Fatima Valencia, come orientarsi nella foresta guardando i raggi del Sole che filtrano tra le foglie, a riconoscere i sentieri battuti osservando i rami spezzati al suolo, a distinguere i funghi commestibili da quelli velenosi e a costruire ripari di fortuna: i soccorritori ne hanno trovato uno fatto con un po' di rami messi insieme con elastici per capelli, mentre Henry Guerrero, una persona indigena che ha preso parte alle ricerche, ne ha descritto un altro fatto con un pezzo di tenda e un asciugamano.

Una zia dei ragazzi, Damarys Mucutuy, ha raccontato che nella loro famiglia si giocava spesso a inscenare una specie di gioco della sopravvivenza nella foresta.

I bambini Huitoto cominciano a pescare, cacciare e raccogliere frutta da piccolissimi, e a 13 anni (ma anche a 9) un ragazzo cresciuto in questo contesto si muove facilmente nella foresta e può percorrere anche 30 km al giorno senza scarponcini: i piccoli sono stati ritrovati con stracci legati ai piedi per proteggere la pelle mentre camminavano nella boscaglia.

Araracuara, la cittadina da cui la famiglia proviene, negli anni '30 era sede di una prigione per i criminali più pericolosi, da cui era praticamente impossibile scappare non tanto per l'edificio ma per le caratteristiche della foresta circostante. Chi in seguito ha abitato questo luogo ha skill di sopravvivenza fuori portata per un cittadino medio.

L'area del ritrovamento nella giungla colombiana. © Focus.it

Buio, giaguari e guerriglieri. Ciò non toglie che l'area in cui i bambini si sono mossi deve aver posto ostacoli non indifferenti anche per i piccoli cresciuti in una cultura che mette al centro la foresta e le sue risorse, «una giungla molto scura e molto densa, dove si trovano gli alberi più grandi della regione», l'ha definita a BBC Mundo l'esperto indigeno Alex Rufino, «un luogo non esplorato: i villaggi sono piccoli e vicini al fiume, non nella giungla».

«Il pericolo principale che hanno corso è stata la mancanza di cibo a sufficienza, perché non sapevano cacciare e dipendevano esclusivamente da frutti commestibili, tuberi, larve e altri piccoli animali. L'esposizione ai temporali, unita alla mancanza di un riparo adatto, li ha messi a rischio di ipotermia, e c'era anche la possibilità di essere morsicati da serpenti velenosi» precisa Naranjo.

I volontari impegnati nelle ricerche hanno parlato di una zona di foresta con foglie che possono purificare l'acqua ma che in molti casi appartengono a piante velenose, e di una copertura di vegetazione così fitta da lasciar passare pochissima luce. Qui è come se fosse sempre notte e non si riesce a vedere a più di 20 metri di distanza. Giorni e notti hanno lo stesso colore e il tempo dopo pochi giorni perde significato, anche se due dei fratellini hanno compiuto gli anni in questo terribile mese (uno e cinque, rispettivamente).

Come spiegato su Facebook da Luigi Bignami, collaboratore di Focus.it, la fauna del Dipartimento di Guaviare appartiene all'unità zoogeografica chiamata Neotropicale o Sudamericana, che ha come particolarità una fauna molto originale e varia - e che include il giaguaro, ritenuto sacro. A un certo punto - come ha riferito il Presidente della Colombia Gustavo Petro - i bambini si sono dovuti difendere da un cane selvatico.

Un altro concreto elemento di preoccupazione era appunto la presenza nella giungla di gruppi armati ancora attivi, che non si fanno problemi a rapire e reclutare bambini anche molto piccoli.

La compagnia di un cane. Nelle prime due settimane di maggio nessuno credeva ci fossero superstiti dall'incidente aereo. Fino a che, il 16 maggio, non è stato ritrovato il relitto del Cessna con a bordo i corpi senza vita dei 3 adulti - ma non quelli dei bambini. Al loro posto alcuni indizi disseminati nei dintorni, impronte di piedi, un biberon, frutta morsicata da denti umani, un pannolino, un paio di forbici, che hanno fatto capire ai soccorritori che i piccoli erano ancora vivi.

Centocinquanta soldati dell'esercito colombiano sono stati mobilitati insieme a una decina di cani specializzati in missioni di salvataggio, mentre gli elicotteri sorvolavano un'area di più di 323 km quadrati, riproducendo dagli altoparlanti un messaggio registrato dalla nonna dei bambini, che diceva loro nella lingua Huitoto che li stavano cercando e di restare uniti. Uno dei cani, un pastore belga di nome Wilson lanciato in autonomia nella giungla, è riuscito a trovare i bambini e a scortarli per molti giorni, prima che fossero trovati dagli uomini. Poi anche Wilson è scomparso, come inghiottito nella giungla, e lo si sta ancora cercando.

Figli della foresta. Ma l'incredibile ritrovamento non sarebbe stato possibile senza il contributo di 200 volontari di alcune popolazioni indigene, a cominciare dagli Huitoto, che hanno perlustrato la foresta camminando a 10 metri di distanza l'uno dall'altro per non perdersi, e che prima di attraversarla l'hanno pregata, chiedendole il permesso di entrare. Queste popolazioni sono convinte che la foresta sia un'entità vivente con un proprio volere e una propria razionalità, e che sia stata proprio la foresta a salvarli.

«Una lezione importante che possiamo trarne è che ciò che le persone "civilizzate" ritengono pericoloso e terribile potrebbe avere un significato del tutto diverso per le persone indigene. I due bambini più grandi erano abbastanza cresciuti per avere una comprensione molto buona di ciò che li circondava, dei pericoli reali e delle opportunità che la foresta offriva loro. Come ha detto un leader indigeno, non si erano persi. La giungla li stava proteggendo».

Una favola a lieto fine. Le speranze di ritrovare i fratellini vivi si sono riaccese proprio dopo i primi tentativi infruttuosi nelle ricerche, perché trovare le salme sarebbe stato tutto sommato più facile.

Il fatto che non ci fosse traccia dei bambini poteva significare soltanto una cosa: che i piccoli si muovevano.

Alla fine sono stati salvati a 5 km dal luogo dell'incidente, in una piccola radura all'interno della foresta. In due occasioni i soccorsi si erano portati entro un raggio di distanza di 20-50 metri da dove si trovavano, mancandoli. Dopo un'iniziale evacuazione a San José del Guaviare, i fratellini sono stati portati da un aereo medico militare a Bogotà per due settimane di cure specialistiche in ospedale, un po' malconci ma vivi. Salvati da una cultura antichissima e preziosa che lo sfruttamento incontrollato della foresta da parte di chi in essa vede solo risorse da sottrarre vorrebbe cancellare.

14 giugno 2023 Elisabetta Intini
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