Sesso e sport: lo strano caso di Caster Semenya

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Caster Semenya

Una rara disfunzione genetica sarebbe l’unica responsabile dell’aspetto mascolino di Caster Semeneya, l’atleta sudafricana che ha vinto la finale femminile degli 800 metri ai mondiali di atletica di Berlino. (Franco Severo, 25 agosto 2009)

Caster Mokgadi Semenya è un’atleta diciottenne della nazionale sudafricana di atletica leggera. Il 18 agosto scorso, ai mondiali di Berlino, ha vinto la finale femminile degli 800 metri. Ma qualcuno ha storto il naso: Caster è una ragazzona forte, muscolosa, ha una voce baritonale e, diciamocelo, a differenza di molte sue colleghe, non è proprio bellissima: che dietro questi tratti somatici così poco femminili si nasconda in realtà un uomo? La IAAF, la federazione internazionale di atletica, ha aperto un inchiesta: la Semenya sarà sottoposta a numerosi esami fisici, ginecologici e psicologici e solo tra qualche settimana renderà noti i risultati.
Non c’è trucco, non c’è inganno. Il fatto che la Semenya sia una donna sembra in realtà fuor di dubbio: i prelievi di urina per i test antidoping ai quali gli atleti sono regolarmente sottoposti prevedono la presenza attenta di un commissario federale proprio...  nel momento del bisogno. Se Caster fosse un uomo qualcuno se ne sarebbe accorto! E lo stesso abbigliamento tecnico utilizzato dagli atleti rende difficile confondere gli uomini con le donne.
Problema di geni. Ma c’è un altra possibile spiegazione alla presunta mascolinità della Semenya: l’atleta sudafricana potrebbe soffrire di un raro difetto congenito noto come sindrome di Morris, o sindrome da insensibilità agli androgeni. Niente a che vedere con doping e anabolizzanti: gli individui affetti da questo problema possiedono un cromosoma Y, come gli uomini, ma l’insensibilità dei tessuti agli ormoni maschili fa sì che sviluppino organi genitali femminili. L’aspetto di chi è colpito da questa disfunzione può variare da completamente maschile a completamente femminile con tutte le possibili sfumature. Il Comitato Olimpico internazionale ha sottoposto gli atleti al test sul sesso fino al 1996, in occasione delle Olimpiadi di Atlanta. Allora su 3.387 atlete, 8 risultarono positive alle sindrome di Morris e furono autorizzate comunque a competere come donne. Ma allora, perchè un "caso Semenya"?
Solo svantaggi. "L’insensibilità agli androgeni è in realtà svantaggiosa per una donna atleta" ha dichiarato alla rivista New Scientits Myron Genel, endocrinologo all’Università di Yale. Una donna sana risponde infatti al testosterone, l’ormone maschile che, anche nelle donne, svolge funzioni trofiche (cioè nutritive e stimolanti) su muscoli, apparato cardiocircolatorio e sistema metabolico. Se così fosse, la medaglia vinta dall'africana sarebbe ancora più meritata.
La querelle sul sesso della Semenya sembra ancora meno sensata alla luce delle nuove regole adottate dal CIO, che dal 2004 consentono anche ai transessuali di partecipare ai Giochi Olimpici. É sufficiente che ci sia stato un riconoscimento ufficiale del loro nuovo sesso da parte delle autorità civili e che abbiano seguito per almeno 2 anni un trattamento ormonale che riduca al minimo i vantaggi  fisici del sesso precedente.
Se fosse uomo... Per la cronaca: i tempi della Semenya non sono assolutamente paragonabili a quelli dei suoi colleghi uomini. Caster ha concluso la sua gara in 1'55"45, mentre la finale maschile degli 800 è stata vinta dal suo connazionale Mbulaeni Mulaudzi in 1’45”29. L’ultimo classificato tra gli uomini, il cubano Yeimer López ha concluso la gara in 1’47”80: ben 7" in meno di Caster.

25 Agosto 2009