Curiosità

Regali di Natale: da quando (e perché) ce li facciamo?

L'usanza di scambiarsi i regali di Natale è vecchia quanto l'uomo. Ma nel corso dei secoli ha cambiato significato. Cosa ci si regalava e quale fu il primo regalo?

"Se si vuol che l'amicizia si mantenga, bisogna che una borsa vada e l'altra venga", dice il proverbio. E mai come a Natale le borse, vuoi per amicizia, vuoi per ragioni di circostanza, vanno e vengono. La pratica dello scambio dei doni il 25 dicembre però è antica ed è figlia di un crogiolo di tradizioni: alcune pagane, altre religiose, tutte arcaiche. Scopriamole attraverso l'articolo "Un regalo per te" di Arianna Pescini e Giuliana Rotondi, tratto dagli archivi di Focus Storia.

Da san Nicola a Santa Claus. C'è chi dice per esempio sia stato un vescovo bizantino – in Italia conosciuto come san Nicola di Bari – a dar vita nel IV secolo all'usanza di nascondere piccoli doni nelle scarpe che i bambini lasciavano fuori dalla porta a Natale. Gettando il seme della tradizione di Santa Claus (alias Sankt Nikolaus). La celebrazione della nascita di Gesù proprio a fine anno sarebbe invece una cristianizzazione di un precedente rito pagano. Ma perché ci si scambiano regali? E che significato hanno avuto nei secoli?

Circolo virtuoso. «Fin dall'epoca degli eroi omerici lo scambio di doni poteva sottolineare un rapporto paritario fra due individui, ma anche disuguale, creando dipendenza e subordinazione», spiega Gianluca Cuniberti, docente di Storia greca all'Università di Torino. «Poteva segnare per esempio il passaggio di oggetti preziosi e talismanici che davano il potere a chi li deteneva; e poteva addirittura essere il mezzo di un'azione risarcitoria che riparava un danno subìto, evitando altre soluzioni, magari violente».

Nella Grecia antica. Il grande ruolo svolto dai doni nella cultura greca, spiegherebbe così perché proprio un regalo – il famigerato cavallo di Troia – segna uno degli episodi più epici dell'antichità. Quando i Troiani trovarono l'animale di legno davanti alle loro mura non si insospettirono. Credettero in buona fede che si trattasse di un dono di pace, fatto dagli Achei, ovvero i Greci. Pratica frequente allora. Lo stesso re greco Agamennone aveva provato a placare l'ira di Achille a forza di doni, a conferma che la pratica era assai diffusa. Su cosa donare, ci si poteva sbizzarrire. «Gli oggetti erano spesso simbolici», precisa lo storico. «Solitamente rappresentavano un oggetto importante in scala ridotta. Per questo sono frequenti ritrovamenti di carri e armi in miniatura, statuine antropomorfe di ogni tipo e oggetti che si definiscono pre-monetari perché, usati in gran numero, hanno svolto una funzione che poi è stato assunta dalla moneta».

Regali "firmati". La pratica di scambiarsi doni simbolici, per cementare alleanze o risolvere conflitti, si tramandò anche tra gli Etruschi. I ritrovamenti archeologici hanno confermato che questo popolo offriva agli dèi oggetti in miniatura (rappresentazioni di animali, cibo o beni preziosi), usati anche come merce di scambio all'interno della comunità. Spesso chi li donava vi incideva la propria firma. Il tutto per una ragione di prestigio: inizialmente la società etrusca era strutturata intorno a pochissime famiglie aristocratiche che dovevano ribadire e ostentare il loro potere. E uno dei modi per farlo era servirsi del cosiddetto "circuito del dono". Regalare a qualcuno della propria cerchia un manufatto "firmato" che il destinatario a sua volta poteva riciclare, facendo così circolare il nome del primo donatore.

Disinteressato. Il circuito consisteva, secondo gli studiosi, proprio in questo: nell'atto del regalare, senza avere la garanzia di una contropartita. Secondo la definizione del sociologo canadese Jacques T. Godbout, un dono è "ogni prestazione di beni e servizi effettuata, senza garanzia di restituzione, al fine di creare, alimentare o ricreare il legame sociale tra le persone"

Natale alla romana. A Roma si diffuse l'usanza di scambiarsi i regali proprio a fine anno, a ridosso di quello che nella cultura cristiana sarà il Natale: non a caso fin dalla prima fondazione dell'Urbe si omaggiava il cosiddetto dio degli inizi, Giano, e la dea Strenia (dalla quale deriva la parola "strenna", regalo), per avere prosperità per il nuovo anno. Come rito augurale ci si scambiavano ramoscelli di alloro, ulivo, fico, che vennero poi sostituiti da piccoli oggetti, per la gioia dei bambini che invece ricevevano in dono dolcetti di pasta e marzapane.

Per Saturno. Nello stesso mese invernale si tenevano anche i Saturnalia (dal 17 al 23 dicembre): festeggiamenti, banchetti e sacrifici al dio Saturno. Da alcuni epigrammi di Marziale scopriamo che i Romani in questa occasione si scambiavano regali economici come dadi, candele di cera colorata, abiti, libri, una moneta, piccoli animali domestici. La diffusione del cristianesimo comportò un "giro di vite" per il sistema del dono.

Beneficenza. Se da un lato la nuova religione fece proprie molte tradizioni pagane, scegliendo per esempio il 25 dicembre (festa di fertilità del Sol Invictus) per celebrare la nascita di Gesù, dall'altra reinterpretò l'idea di regalo. «La religione cristiana ha sdoganato la concezione del dono come atto gratuito nei confronti dell'altro, secondo gli insegnamenti di Gesù.

Il dono per eccellenza divenne fare offerte ai poveri », precisa Andrea Salvini, docente di Metodologia e ricerca sociale all'Università di Pisa. Il regalo non serviva più a ribadire il proprio ruolo sociale. Diventava semplicemente un modo per guadagnarsi un posto in Paradiso. Era un atto di carità. La sobrietà chiesta al popolo di Dio rimase invece estranea alla sfera politica.

Magnificenza. Già nel Medioevo e ancor più nel Rinascimento: alla corte di Lorenzo il Magnifico, nella Firenze del '400, approdavano spesso sontuosi regali, doni degli ambasciatori stranieri. Tra i regali più simbolici, il Magnifico ricevette per il figlio Giovanni il cappello cardinalizio dal pontefice Giulio II.

Senza immaginare cosa, anni dopo, lo stesso Giovanni, divenuto papa con il nome di Leone X, avrebbe ricevuto per la sua incoronazione: re Manuele d'Aviz di Portogallo gli spedì un elefante albino (stesso dono fatto a suo tempo dal califfo di Baghdad a Carlo Magno). Le cronache narrano che la nave che trasportava Annone (la bestia fu chiamata così in onore del generale cartaginese) arrivò da Lisbona a Roma il 12 marzo 1514. Il cucciolo di 4 anni fu portato in processione per le strade tra l'entusiasmo della folla, insieme a due leopardi, una pantera, pappagalli, tacchini rari e cavalli indiani. Il papa lo attese a Castel Sant'Angelo. La leggenda vuole che una volta giunto davanti a lui, l'elefante bianco si sia inginocchiato per tre volte in segno di omaggio, strofinandogli la proboscide sulle pantofole; poi, obbedendo a un cenno del suo custode indiano, aspirò l'acqua con la proboscide da un secchio e la spruzzò contro i cardinali e la folla.

Esagerato. La gara a chi faceva il regalo più raffinato proseguì ininterrotta. Alla corte di Versailles Luigi XIV donava ai diplomatici bomboniere in madreperla e avorio dipinto o in oro. E, sempre lui, durante la visita del doge di Genova, donò all'ospite propri ritratti personali incorniciati di gemme e vari arazzi.

Tempi moderni. «Oggi, l'aspetto del legame e del mostrare affetto attraverso un dono è rimasto intatto», commenta Raffaello Ciucci, docente di Sociologia a Pisa. «La pratica del Natale o quella del compleanno, soprattutto nella ristretta cerchia di familiari e amici, gode ancora di ottima salute». È venuto meno, invece, il ruolo comunitario del dono, tipico dell'antichità e delle società arcaiche, l'idea che il regalo possa avere "un'anima" e sia in grado di alimentare un circuito virtuoso di coesione sociale.

Si trattava di un pensiero magico, estraneo alla nostra cultura razionalista. «Sarebbe il dono di socialità, che da noi sopravvive sotto forma di volontariato», conclude Ciucci. «Il regalo per eccellenza, che mantiene la gratuità e la nobiltà del gesto».

19 dicembre 2023 Focus.it
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