Focus alle World Series di Poker

Siamo andati alle WSOP (World Series Of Poker), il più importante evento mondiale per gli appassionati di poker, che sono in corso di svolgimento a Las Vegas. Il nostro inviato è Gianluca Ranzini, astrofisico, giornalista di Focus e... pokerista della domenica. Per una settimana ci racconterà qualcosa di questo strano mondo, dal punto di vista di chi osserva e di chi partecipa.

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Le WSOP stanno al poker come Wimbledon sta al tennis e le Olimpiadi a qualsiasi sport. Sono il massimo.
Si articolano in una serie di moltissimi tornei (circa una sessantina) che si svolgono nel corso di un mese e mezzo, da fine maggio a metà luglio. E adesso ci siamo proprio in mezzo.
Rispetto agli sport normali, per partecipare non ci si deve qualificare. Gli amanti dello sport saranno inorriditi. Quelli del poker no, perché basta sborsare la quota di iscrizione a uno o più dei tornei in programma e si partecipa. Niente qualifiche, basta pagare.
Il problema è che le iscrizioni ai tornei (si chiamano buy-in) sono alte: da un minimo di 1.000 dollari a un massimo di 10.000, per il cosiddetto "main event", l'evento principale, che di fatto rappresenta il campionato del mondo di poker texano e assegna al vincitore diversi milioni di dollari. La mia idea è di "annusare" l'ambiente di questo strano mondo, di incontrare alcuni personaggi che lo popolano e poi, perché no, di provare a partecipare a un torneo di quelli più "scrausi", cioè con un buy-in di 1.000 dollari, che è comunque una cifra considerevole. Visto che ho fatto 10.000 km per arrivare a Las Vegas, voglio poter dire agli amici con cui gioco il giovedì sera a casa: "Oh ragazzi, quest'anno ho partecipato alle WSOP!".

Las Vegas è l'amplificazione estrema di ciò che già sono gli Stati Uniti in generale. Negli Usa tutto è grande. A Las Vegas, di più. Las Vegas è la città dove le porte girevoli all'entrata degli hotel sono azionate da un motore, altrimenti sarebbero troppo pesanti da spostare. Gli hotel stessi sono impressionati. Oggi sono stato buona parte della giornata al Rio, l'enorme hotel sede delle WSOP. Continuavo a perdermi... Comunque dopo un po' ho trovato una sala zeppa di tavoli da poker a perdita d'occhio. Pensavo fosse quella, e basta. Ma dopo altre 2 o 3 ore di girovagare ne ho trovate altre 2 altrettanto grandi.
C'erano migliaia di giocatori. Per chi segue un pochino il poker, sono stato a 3 metri da Daniel Negreanu, canadese, uno dei giocatori più famosi del mondo.
Mi sarebbe piaciuto incontrare anche qualche giocatore del team italiano di Pokerstars, che mi avevano promesso alcune dritte per affrontare il torneo. Ma in quella marea di persone non ci sono riuscito.

Alla fine comunque sono almeno riuscito a iscrivermi al torneo a cui parteciperò, che inizia domenica. È un texas hold'em no limit da 1.000 dollari di buy-in. Tradotto: l'iscrizione costa 1.000 dollari (che si versano in contanti sull'unghia) e la specialità è quella più diffusa, il poker texano senza limite di puntata.
Indicativamente dovrebbero esserci circa 2.000 giocatori ai nastri di partenza, che si affronteranno nell'arco di 3 giorni fino a quando ne rimarrà solo uno, che si metterà in tasca un primo premio che probabilmente sarà di circa 400.000 dollari. Ma i primi 200 giocatori circa, come si dice, andranno a premio, cioè non torneranno a casa a mani vuote: dal 200esimo che si prenderà poco più di quanto pagato per l'iscrizione fino a salire al super premio del primo classificato.
Intanto, come allenamento, ieri sera ho giocato un torneino da 30 dollari nel mio hotel, con 21 partecipanti. Sono andato abbastanza bene, quinto, ma premiavano i primi tre.

Uno scatto "rubato" da Gianluca Ranzini in una delle sale del WSOP 2013.

Oggi è il grande giorno. Il torneo inizia alle 12 ora locale (le 21 in Italia). La struttura del torneo è abbastanza diversa da come gioco di solito con gli amici. In questi tornei minori delle WSOP si inizia con pochissime chips (le fiches nel poker si chiamano così) e i livelli sono molto lunghi: 60 minuti ciascuno. In parole povere, è probabile che ci saranno lunghissime ore trascorse a passare e a passare ancora le carte, in attesa che arrivi la mano buona. Anche se le regole del poker moderno insegnano che bisogna giocare aggressivi, proprio perché molti giocatori poco esperti (e con così tanti partecipanti sono la maggior parte) tendono a essere prudenti per non essere estromessi subito. Comunque, io sarei già felice di superare il primo giorno, poi vedremo.
Se è vero che nel lungo periodo (ma mooolto lungo) in media i giocatori bravi prevalgono, sulla breve distanza di un torneo di 3 giorni la fortuna gioca un ruolo importante. Così, tanto per mettere le mani avanti...


Al tavolo
Sono stato assegnato al tavolo 73. Bisogna iniziare a studiare i 9 avversari. Tra essi, mi trovo Reno, che ha un berrettino con il nome della città del Nevada, l'Impomatato, con i capelli pieni di gel, e Xxxl (per le dimensioni super extra large), che siede alla mia sinistra. Alla mia destra invece c'è Will Smith (gli assomiglia molto). Le prime mani sono di studio, nessuno si vuole sbilanciare troppo. Comunque si capisce che Reno fa sul serio: è quello che fa più action (cioè entra in molte mani e rilancia spesso) insieme all'Europeo, un giovane sui 25 anni con la faccia da bravo ragazzo. Io per l'occasione mi sono bardato come un vero pro, con la tenuta completa di Pokerstars: maglietta, berrettino e felpa. In più non possono mancare i classici occhiali scuri. Magari i miei avversari pensano che io sia un professionista e si mettono paura...
Comunque, l'Europeo e Reno vanno subito sopra, cominciando ad accumulare chips. A scapito mio, dell'Occhialuto e di George Bush senior (quasi il sosia dell'ex presidente Usa). Io rimango guardingo: ho solo un grosso scontro con l'Europeo, ma dividiamo il piatto con doppia copia agli assi entrambi, con K kicker (nel texano valgono sempre le migliori 5 carte; il cosiddetto "kicker" è la carta "d'avanzo" dopo la combinazione migliore che si ha in mano). L'Europeo, della mia tenuta da pro, se ne infischia. E anche gli altri, a quanto pare...

I primi due livelli
Lo sapevo che non dovevo rilanciare con TJ suited (cioè con 10 e Jack dello stesso seme). Le statistiche insegnano che sono le carte migliori per andare a caccia di una scala. Ma poi il dealer, cioè il croupier, gira le 3 carte del flop (cioè le prime tre carte scoperte comuni per tutti) e non c'entrano niente con le mie. Sono il primo a parlare e punto (si chiama continuation bet), ma l'Europeo, che comincio a pensare sia un pro, mi rilancia pesante. Non posso fare altro che foldare, cioè abbandonare la mano. Ancora uno scontro perso con lui.
Nel frattempo c'è il primo eliminato al nostro tavolo, l'Occhialuto, che non ha espresso gran che. Non molto dopo se ne va anche l'Impomatato, che prende una scoppola contro Will Smith. Comincia il via vai dei giocatori. Al posto dei due eliminati arrivano Maui (ha la felpa con la scritta della città delle Hawaii) e Brasil, un signore di mezza età dell'omonimo Paese. Quest'ultimo si distingue subito perché sembra giocare del tutto a caso, forse non sa neanche bene le regole, e forse non capisce gran che l'inglese. Già, bisogna sottolineare che ovviamente al tavolo si parla inglese, e le regole sono molto precise. Basta mettere una fiches dove non deve andare (o spostarla in modo non corretto) per creare il caos.
Comunque sia, finisce il secondo livello. Sono passate 2 ore di gioco e c'è la prima pausa di 20 minuti. Io, dopo la mazzata con l'Europeo, purtroppo ho ridotto il mio stack (cioè le fiches che ho davanti) dalle 3.000 iniziali a sole 1.500. Non va tanto bene, ma sono ancora in gioco.

Terzo e quarto livello
Riprende la partita, e si capisce che la musica è cambiata. I colpi si fanno più duri. Il primo a farne le spese è Rino, che paga il suo vizio di voler giocare troppe mani. Prende due duri colpi, e al secondo se ne va a casa per colpa di una doppia coppia di Maui, che sfoggia un paio di occhiali a specchio che più a specchio non si può, e si capisce che gioca bene. Adesso è lui a fare action. Dopo poco viene eliminato anche il Barbuto, senza infamia e senza lode. Ha passato la maggior parte del tempo a smanettare tra telefonino e iPad.
Passa al nostro tavolo come una meteora Brasil 2, un giovane brasiliano arrivato da noi già molto corto (con poche chips). E dopo pochi minuti esce anche il pittoresco primo Brasil. Non aveva davvero speranze...
Il sottoscritto, nel corso della quarta ora di gioco vede fortunatamente qualche carta buona: un paio di AJ e AQ quasi in fila mi fanno recuperare un po' di terreno, anche se nessuno viene scontrarsi con me sui miei rilanci. E poi, il colpo di scena: l'Europeo, che al nostro tavolo è stato quasi sempre chip leader (cioè era quello con più chips), prende una scoppola spaventosa contro Will Smith. Rimane corto, e mi immagino come andrà a finire. Uno come lui andrà presto in all-in, cioè punterà tutto sperando di raddoppiare lo stack. Così accade: mette tutto dentro il piatto cadendo nella trappola di Tim Robbins, appena arrivato al nostro tavolo. E così, addio Europeo. Sembrava bravo. D'altra parte chi gioca per vincere gioca così, prendendo dei rischi.
Miracolosamente, arrivo alla fine del quarto livello, e alla seconda pausa. E sono messo un po' meglio che alla pausa precedente: adesso il mio stack è di circa 2.700.

Quinto livello
All'inizio del quinto livello, gli organizzatori annunciano che il numero definitivo di iscritti al torneo è di 2.108, di cui 216 andranno a premio per spartirsi circa 1,9 milioni di dollari (346 mila al primo). Da parte mia, realizzo che la speranza di arrivare almeno alla fine del primo giorno è molto ottimistica. Dopo 4 livelli siamo già rimasti in solo 900 circa. Stasera mi immagino che i sopravvissuti non saranno molti.
Intanto, alla prima mano dopo la pausa mi trovo con AA (cioè due assi): il massimo. Due giocatori prima di me limpano, cioè vedono il buio senza rilanciare. Io ci penso un po' e poi vado in all-in. Sono corto, e spero che almeno uno degli avversari mi veda per poter fare double up, raddoppiare le mie chips. Purtroppo nessuno vede... Al tavolo ci sono altri caduti: se ne vanno George Bush e altri due. A questo tavolo ho contato già 10 eliminati. Finalmente arriva un nuovo player che possiamo chiamare "Donna". Non sono poche le rappresentanti del gentil sesso, ma al tavolo 73 non ne avevano. È una 45enne americana dall'espressione decisa. Poi arriva anche Donna Bionda, più giovane, con i capelli lunghi e l'aria non particolarmente da pro. Arriva anche Italico, un italiano del genere capello lungo, 50 anni, quanto sono bravo. Abbastanza corto, in 10 minuti è andato tre volte all-in, ma nessuno l'ha visto. In una occasione sono stato tentato di farlo io, con AK off (cioè non dello stesso seme). Ma dopo di me c'erano altri giocatori che dovevano parlare e non me la sono sentita.


Epilogo
Siamo a quasi 5 ore di gioco. Io mi sono di nuovo accorciato. Ho circa 2.400, e i bui sono 100-200. Quando si arriva ad avere circa 10 grandi bui si è vicini al baratro. Bisogna raddoppiare. E tra poco i bui saliranno a 150-300. Mi ritrovo terzo a parlare con una coppia di 6 in mano. Apro di 600; tutti passano tranne Donna Bionda, che vede senza rilanciare. Il dealer gira le prime tre carte: due 8 e un 10. Non sono male. Parla prima lei, che punta 800. È il momento decisivo, devo ragionare. Lei potrebbe pensare che io abbia rilanciato con qualcosa tipo asso e carta alta. E punta per prendersi il piatto. Oppure potrebbe essere lei che è venuta a vedere con A e 8 (e allora avrebbe un tris) o A e 10 (e avrebbe comunque una coppia migliore della mia). Oppure, al contrario, è lei che è venuta a vedere il mio rilancio con un asso e adesso non ha pescato niente. Mi sembra una buona ipotesi. Alla fine decido di andare in all-in. Invece lei gira due bei Jack. A questo punto mi salva solo un 6, con cui farei tris (anzi full, considerando i due 8 in tavola; ma tanto quelli valgono per entrambi). Le probabilità che al turn (la quarta carta che gira il mazziere) esca uno dei due 6 rimasti è di circa il 10%. Non esce. La probabilità che un 6 esca al river, l'ultima delle cinque carte comuni, è del 5%. Non esce. È finita, sono player out, come si dice. L'ultima arrivata al tavolo mi ha fregato; non ho avuto il tempo di capire come giocava, ed è stata fortunata con quei due Jack...


A posteriori
Ripensandoci a freddo, forse quella mano non l'ho giocata benissimo. Il problema è che ero corto. In qualunque mano fossi entrato dovevo andare fino in fondo.
Tornato al mio albergo, abbastanza provato per la tensione di giocare a questo livello alla quale non sono abituato, mi confido con Rod Stewart. Poi arrivano anche gli AC-DC. Ma quando passa Rihanna mollo il gruppetto per seguirla. (Forse non ve l'ho detto: nel mio hotel, The Quad, i dealer sono "tematizzati". Cioè sono travestiti come star del rock. Ho incontrato anche Michael Jackson redivivo e Tina Turner...).
Scherzi a parte, non sono troppo deluso, in fondo non mi aspettavo di arrivare qui la prima volta, fare un torneo e vincerlo. Alla fine sono arrivato circa 800esimo su 2.100. Mi sono messo alle spalle il 60% degli avversari. E ho imparato diverse cose, una delle quali è che resistere a un tavolo molte ore (io solo 5, ma alla fine della giornata sarebbero state il doppio) non è un'impresa facile né a livello fisico né mentale. Questo gioco è fatto così: si può fare tutto bene per ore, poi si commette un unico errore e si è fuori.

Day 4
Dopo una sana dormita, mi prendo una giornata di libertà dal poker. Qualche ora in piscina, e un po' di girovagare qua e là per Las Vegas.
Per chi venisse da queste parti, mi permetto di suggerire qualche consiglio.
Innanzitutto è bene sapere che qui molti hotel costano pochissimo. Al Quad si spendono 30 euro a notte. Non è il Ceasars Palace, ma non è male, ed è in piena Strip, il mitico vialone illuminato che rappresenta simbolicamente Las Vegas.
Se avete sete, entrate in un casinò e sedetevi a una slot, anche di quelle da un centesimo al colpo. Nel giro di un paio di minuti arriverà una signorina (in genere abbastanza scosciata) che vi chiederà se volete qualcosa da bere. È tutto gratis, ma è abitudine allungare un dollaro alla cameriera che vi porterà il drink, e che di solito non è la stessa che ha preso l'ordinazione (la cameriera in genere è ancora più discinta).
Se avete molta fame, sfruttate i buffet dei grandi casinò. Al Rio c'è un buffet dove con una cifra a forfait compresa tra 20 e 30 dollari al massimo (diciamo tra 15 e poco più di 20 euro) potete mangiare fino a scoppiare, scegliendo tra cucina giapponese, messicana, cinese, americana e... ignota. Le bevande non si pagano.
Se dovete spostarvi, tenete presente che tra molti grandi alberghi vi sono delle navette gratuite che fanno la spola. Il primo giorno ho fatto l'errore di andare al Rio a piedi; sembrava a un passo... Invece tra ponti, cavalcavia, sottopassi ecc. si sono rivelati 40 minuti sotto un Sole infernale. Le navette vanno benissimo. Anche in questo caso è d'uso dare un dollaro al conducente quando si scende. Ma se qualche volta non glielo date, va bene lo stesso...
Ultimo consiglio per comportarvi da veri americani: se in albergo salite in ascensore con qualcuno, non aspettatevi che vi saluti quando scende. E se lo fate voi, vi guardano strano. Strano popolo, questi americani...
Infine, le cose più curiose che ho visto oggi (a parte Tina Turner che smazzava le carte del black jack):
- Una ragazza appoggiata a un tavolo della roulette che beveva un drink. Non è strano? Sì, se il bicchiere del suddetto drink è alto un metro e venti.
- Tanti signori anzianissimi che girovagavano per le sale delle slot e i tavoli da poker a bordo delle loro sedie a rotelle motorizzate. Come dire: forse a camminare non ce la faccio, ma a tenere le carte in mano sì...
- I canali del Venetian, l'albergo che ricrea la nostra Venezia in dimensioni quasi reali. Anche questo è enorme, ma se vi perdete potete chiedere... a un gondoliere.

Questa ultima giornata a Las Vegas è stata dedicata alle interviste ai superbig del poker, le stelle della squadra di Pokerstars.
Il primo che ho incontrato è Chris Moneymaker, un tipo tranquillo, che vive molto serenamente il fatto di essere l'uomo che ha cambiato la storia del poker. Esattamente 10 anni fa ha vinto il main event delle WSOP, portandosi a casa 2,5 milioni di dollari, senza essere un giocatore professionista e senza neanche aver pagato i 10.000 dollari dell'iscrizione: l'aveva vinta in un torneo satellite. "Erano un paio d'anni che giocavo, a livello amatoriale. Da circa un anno giocavo online su PokerStars" ci racconta. "E quando ho finito il torneo, il sabato, sono tornato a casa. Il lunedì mattina ero in ufficio".

Dopo un anno, però, ha deciso per il grande balzo, diventando pro e lasciando il suo lavoro di contabile. Com'è la vita da pro? Ci sorprende esordendo così: "Io sinceramente non la consiglierei a nessuno. Certo, si guadagna, si viaggia. Ma è una vita irregolare, scombussolata. E dopo 10 anni così il poker diventa un lavoro in tutti i sensi".

Qualche consiglio per i giocatori amatoriali? "La prima cosa è tenere d'occhio il proprio bankroll, cioè la somma di denaro che si decide di poter giocare. Poi bisogna studiare, guardare i video delle partite e quelli di coaching, che insegnano come gestire i diversi aspetti del gioco".

L'astrofisica che gioca a poker
Liv Boeree invece è una 29enne inglese minuta e carina. La sua storia è piuttosto curiosa: "Ho iniziato a giocare a poker nel 2005 partecipando a un reality show in cui 5 concorrenti venivano istruiti da alcuni famosi giocatori. Prima praticamente non ne sapevo niente" confessa. Da allora però ci ha preso gusto. Ha iniziato a fare l'inviata ai tornei, poi a giocarli seriamente. Nel 2010, il colpaccio: a Sanremo vince un torneo del circuito EPT (European Poker Tour) e intasca oltre 1 milione di euro. Immaginiamo che già questo sia un buon motivo per amare il nostro Paese: "Certo, adoro l'Italia, ma non solo per il torneo di Sanremo".

Nel frattempo Liv è diventata anche conduttrice di trasmissioni televisive e modella. Ma la Boeree che abbiamo davanti qui al Rio ha un'aria molto più acqua e sapone rispetto alle foto che la ritraggono sulle riviste, anche patinate (foto e info le trovate sul suo sito).

Manca un dettaglio importante: Liv ha una laurea in astrofisica, come abbiamo già sottolineato su questo sito. "La dimestichezza con la matematica in questo gioco aiuta molto" conferma. "Aiuta a prendere le decisioni giuste. Anche se in effetti non ho mai avuto l'occasione di lavorare nel campo dell'astronomia".

Un saluto ai tuoi fan italiani? "Mi mancate! Ma ci vediamo al più tardi il prossimo aprile a Sanremo!". E se ne torna ai tavoli. Il suo sogno pokeristico, ha detto, è vincere un braccialetto alle WSOP. Chissà che questo non sia l'anno giusto...

Liv Boeree è laureata in astrofisica. Ma si occupa solo di poker.

L'italiano
Dario Minieri lo incontriamo invece all'hotel Bellagio, dove alloggia per questo mese e mezzo di WSOP insieme al suo amico Salvatore Bianco, anche lui giocatore. Dario è uno dei personaggi più simpatici e surreali del circuito, con un viso da ragazzino che dimostra molto meno dei suoi 28 anni. A queste WSOP ha già fatto un ottimo ottavo posto, che gli ha fruttato circa 26 Mila dollari. "Ma non è lo stesso che vincere" commenta. "Sono molto carico, conto di fare altri risultati nei prossimi eventi di questo campionato". Minieri giocava a Magic, il gioco strategico di carte, quando a 17 anni un amico italoamericano di quel gioco lo ha introdotto al Texas hold'em. "Mi ha consigliato di provare, perché anche il Texas è un gioco di strategia, e ho iniziato a giocare su Pokerstars.it. Così ho vinto un'iscrizione a un torneo alle Bahamas, e da lì è iniziato tutto". La sua opinione riguardo la vita da pro del poker è del tutto diversa da quella di Moneymaker. "Per me il poker è un lavoro, ma è anche il mio hobby. Io mi diverto ancora moltissimo". Ed è perfettamente chiaro, perché quando parla di poker gli si illuminano gli occhi. Ha entusiasmo da vendere. In compenso, odia tutti gli altri giochi da casinò: "Se devo spendere 200 euro per una cena può andare benissimo, la lasciare gli stessi soldi in un casinò mi fa stare male". Lo dice uno che in carierà ha vinto quasi 2 milioni di dollari in tornei.

Ma di voi pokeristi si parla solo delle vittorie, nessuno dice invece quello che investite. "È vero. Venire qui per esempio costa. Ci sono i viaggi, le iscrizioni ai tornei, i pasti ecc.". Tutte cose che per esempio non sono prese in considerazione dalla nostra legislazione fiscale, ancora molto nebulosa rispetto al popolo sempre crescente dei giocatori professionisti. Se un italiano per esempio qui alle WSOP cince 100 mila dollari, il fisco italiano gli prende circa il 40%, senza considerare che magari prima di vincere quei soldi ne ha spesi il doppio.

Ma dal punto di vista del gioco, che tipo è Minieri? "Io sono un giocatore aggressivo, e sono fermamente convinto che nel lungo periodo l'abilità conta per l'80-90%. In un singolo torneo è diverso, ovviamente: fortuna e bravura incidono per il 50% ciascuna".

Un aneddoto curioso che ti è capitato sui tavoli? "Una volta giocavo a un tavolo cash qui a Las Vegas. A un certo punto si è seduto un tizio americano coperto di catene, bracciali e orologio d'oro, pacchianissimo. Non ha giocato praticamente una mano, anche se aveva davanti 50.000 dollari. Il fatto è che nel poker ci sono persone che amano farsi semplicemente... vedere".

Sogni per il futuro? "Vincere un altro braccialetto alle WSOP dopo quello del 2008 e un torneo dell'European Poker Tour". E nella vita? "Essere felice".

Epilogo
Quanto al vostro cronista dalla città del peccato, ha avuto anche lui la sua soddisfazione. Ieri mi sono iscritto a un altro torneo collaterale al Rio. Circa 250 giocatori, con 185 dollari di buy-in. Sono rocambolescamente finito nientemeno che settimo, dopo 9 ore di partita, prendendo un premio di circa 1.300 dollari. Ho giocato con giudizio (qualcosa i tornei precedenti mi hanno insegnato) e questa volta sono stato fortunato in un paio di occasioni. Per esempio quando, molto corto, ho chiamato l'all-in di due avversari con carte marginali (Q e 8) sperando di triplicare, e così è stato. Poi sono tornato al gioco "ragionato". L'avventura è finita quando sono andato all-in con AJ. Un avversario con più chips di me ci ha pensato a lungo, poi ha chiamato con Q 10. Ero sopra, ma al flop sono uscite due orribili donne...

Dario Minieri al tavolo di Las Vegas.

22 Giugno 2013 | Gianluca Ranzini