Il mercato immobiliare nell'antica Roma

Comprare casa nell'Urbe era proibitivo, più o meno come oggi: come si organizzavano allora i Romani?

casapompei
L'interno di una casa di Pompei, così come doveva apparire prima dell'eruzione del Vesuvio, nel 79 d.C.

Avere una casa nel centro di Roma non è mai stato facile, nemmeno nell'antichità, e solo i più ricchi potevano permettersi una casa di proprietà. La maggior parte dei romani viveva in affitto nelle insulae, soluzioni abitative simili ai nostri condomini, in media di quattro piani, dove il costo e la qualità degli alloggi scendeva più si saliva di piano.

 

Edilizia popolare. Quelli che noi oggi chiamiamo attici erano gli spazi peggiori, riservati ai più poveri. Salire fino all’ultimo piano significava dover fare le scale e, soprattutto, rischiare la vita: in caso di incendio era quasi impossibile salvarsi. E gli incendi non erano eventi rari: gli alloggi erano bui e mal ventilati, e all'interno si usavano bracieri e lucerne facilmente infiammabili.

Curiosità: per piccina che tu sia... | © REUTERS/Marko Djurica

L’edilizia era spesso scadente. In molti casi era gestita da imprenditori privi di scrupoli che costruivano case senza rispettare le minime norme di sicurezza. L’imperatore stabiliva sì regole ufficiali (ad esempio l'altezza massima di una insula), ma nessuno controllava che venissero rispettate.  

 

Affittopoli. Una casa a Roma costava quattro volte di più che nel resto d'Italia. Secondo lo storico francese Jérome Carcopino, ai tempi di Giulio Cesare un semplice alloggio in affitto costava 2.000 sesterzi l'anno, quando un manovale riusciva a mettere insieme 5 sesterzi al giorno: in molti casi, per "starci dentro", gli inquilini subaffittavano gli spazi inutilizzati.

 

L'affitto al tempo dei Cesari: 2.000 sesterzi l'anno sono circa 166 al mese (ma il canone si riscuoteva ogni sei mesi), quando un manovale poteva guadagnare 5 sesterzi per giornata lavorata e un legionario ancora meno, 2,5 sesterzi al giorno (ma compensava con i bottini di guerra), e una misura di grano costava 3-4 sesterzi.

Dal canto loro i proprietari, o meglio, chi amministrava l'insula, sui soldi non concedeva deroghe. Come racconta Alberto Angela nel suo Una giornata nell’antica Roma (Mondadori), «per convincere un inquilino a pagare si arrivava addirittura a murargli la porta di casa o a togliergli la scala di legno che consentiva di accedere al suo alloggio, segregandolo in casa fino a quando non spuntavano i sesterzi».

 

Amministratore di insula. A gestire l'insula era un amministratore, su incarico del proprietario - che di solito possedeva l'intero complesso. Tra i due si siglava un accordo: il proprietario dava in affitto tutti i piani all’amministratore per 5 anni e in cambio chiedeva il canone dell’appartamento al piano terreno (il più pregiato), che spesso costava attorno a 3.000 sesterzi l'anno.

 

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Curiosità: benvenuti a casa!

La domus patrizia. Al piano basso delle insulae viveva infatti l'aristocrazia urbana: imprenditori, commercianti di successo, costruttori, membri del governo municipale o più in generale chi lavorava a contatto con il potere.

 

Chi era ancora più ricco e apparteneva al patriziato, l'èlite della società, si costruiva invece una domus (casa autonoma) o una villa di campagna, spesso facendosi aiutare da architetti famosi, in grado di progettare e decorare le loro lussuose abitazioni.

08 Aprile 2018 | Giuliana Rotondi