In caso di pandemia: tutti in Australia!

O in Nuova Zelanda oppure, alla peggio, in Islanda... uno studio spulcia la mappa delle terre emerse per trovare i rifugi più adatti alle ultime sacche di umanità. Il bunker ideale è un'isola ricca, tecnologicamente avanzata e il più possibile autonoma nelle risorse.

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Tutti in Australia (se ci fanno entrare). | Shutterstock

Uno studio da poco commissionato dall'OMS non lascia spazio a dubbi: il mondo non è pronto per fronteggiare una pandemia. Che la minaccia arrivi da un virus influenzale aggressivo come quello della Spagnola, da un patogeno subdolo e letale come Ebola, da un'arma biologica sfuggita a un laboratorio o - ben più probabile - dall'antibiotico-resistenza, vi sono tutte le condizioni per favorire la diffusione di infezioni su larga scala. In una simile circostanza, se volessimo fuggire, dove potremmo andare?

 

Criteri stringenti. I ricercatori dell'Università di Otago, Wellington (Nuova Zelanda) hanno cercato di capire dove gli ultimi scampoli di umanità potrebbero trovare riparo, nella speranza di sfuggire al contagio e ripristinare la civiltà. In uno studio pubblicato su Risk Analysis, hanno messo a punto un sistema di punteggi da assegnare alle località considerate più sicure in caso di una futura pandemia: nazioni insulari che abbiano riserve e sistemi di produzione di cibo ed energia, una popolazione sufficientemente numerosa, un territorio adatto e strutture socio-politiche abbastanza solide da supportare quel che resta dell'umanità fino a tempi migliori.

 

Anche se alcuni sparuti gruppi umani potrebbero sopravvivere in habitat remoti, sarebbe impossibile ricreare una società evoluta senza risorse umane e tecnologiche sufficientemente diversificate. Per queste ragioni, gli scienziati hanno preso in considerazione soltanto stati sovrani indipendenti riconosciuti dalle Nazioni Unite e con una popolazione minima di 250.000 abitanti.

 

Si salvi chi può. «Una catastrofica pandemia probabilmente stravolgerebbe agricoltura e industria di tutto il Pianeta - scrivono i ricercatori - a causa della decimazione della forza lavoro e delle interruzioni della catena logistica. Ma se una popolazione umana solida dal punto di vista agricolo e industriale potesse essere separata dal resto del mondo, vi sarebbero buone prospettive di recupero post catastrofe.»

 

Dopo aver cercato Paesi con questi attributi, gli scienziati hanno stilato una lista di 20 luoghi con le caratteristiche adatte a trasformarsi in isole-rifugio. Tre in particolare spiccano quanto a punteggio, calcolato in un intervallo compreso 0 a 1: Australia, Nuova Zelanda e Islanda (con ranking rispettivi di 0,71, 0,68, e 0,64).

 

Fatta eccezione per questi tre Paesi, tutti gli altri ipotetici rifugi nella top 20 hanno ottenuto punteggi inferiori a 0,50: peccato insomma per Giappone, Malta, Capo Verde, Barbados, Cuba, Fiji, Jamaica, Trinidad - comunque, siamo onesti: difficilmente ci sarebbe stato posto per tutti.

 

Adatte, ma non troppo. «Non sorprende che siano nazioni con un alto prodotto interno lordo, autosufficienti in fatto di cibo e produzione energetica e collocate in località remote, a risultare le più alte in classifica», spiegano gli autori. Figurare ai piani alti del ranking non equivale alla perfezione. Alcuni Paesi dovrebbero migliorare l'autosufficienza alimentare (vero, Islanda?) o quella energetica, altri potrebbero rivelarsi delle trappole per l'instabilità politica o l'esposizione a minacce climatiche. E a quel punto, sarebbe complicato scappare di nuovo.

 

«Per ricostruire la civiltà occorreranno mobilità, risorse e una popolazione consistente che si possa di nuovo diffondere nel globo. Molte delle nazioni insulari esaminate non hanno risorse indipendenti, riserve energetiche, capitale sociale e stabilità politica per consentire un'efficace cooperazione post-catastrofe». Non ci resta che sperare che, se pandemia dev'essere, succeda il più tardi possibile, magari dopo avere colonizzato Marte.

 

19 ottobre 2019 | Elisabetta Intini