Focus

Global Peace Index: la pace... sulla carta

Quali sono i paesi più pacifici? Quanto è violenta l'Italia? Dove si è verificato il più alto incremento di violenza nell'ultimo anno? Questo e altro sulla mappa della pace del Global Peace Index, che ci racconta, purtroppo, che il mondo è sempre meno pacifico.

2013-gpi_guardian-gpi-map
I colori della pace sulla mappa del Global Peace Index 2013 |

Misurare la pace e metterla nero su bianco: è ciò che fa l’Institute for Economics and Peace ogni anno dal 2008, con il Global Peace Index (indice della pace globale), mettendo al bando il pacifismo utopico e studiando concretamente che cosa è la pace, come è distribuita sui cinque continenti e qual è il suo valore monetario. «La nostra missione è individuare e misurare i fattori e attribuire un valore economico alla pace», spiega Michelle Breslauer, dell’IEP.

Come si fa a misurare la pace? Non è impossibile, se la studiamo in termini di assenza di violenza e di politiche volte a promuoverla: in primo luogo questo significa che non possiamo più basarci sull’idea che un paese che si astiene dalla guerra sia necessariamente un paese pacifico.

Entrando nel merito, il GPI rivela una una classifica di 162 paesi basandosi su 22 indicatori in grado di misurare i conflitti in corso (interni ed esterni), la sicurezza sociale (numero di omicidi, tasso di carcerazione) e le spese militari. Tutti i dati sono sintetizzati in una mappa interattiva che permette di selezionare singoli paesi e visualizzarne i dati specifici, classificarli per indicatore di interesse, confrontare cronologicamente i risultati. I dati utilizzati sono estrapolati da ricerche di istituti ritenuti affidabili e il GPI è a sua volta uno strumento prezioso per le organizzazioni internazionali che si occupano di pace e sviluppo, prima tra tutti l’Onu.

[Israele e Hamas: quando la guerra corre su Twitter]

 

Cosa scopriamo grazie al GPI? Innanzi tutto che dal 2008 la violenza nel mondo è aumentata del 5%, nonostante la diminuzione di conflitti internazionali. Questo perché sono cresciuti gli omicidi, le morti causate da conflitti civili, le spese militari e l’instabilità politica. Il primo stato a destare attenzione è la Siria, che ha avuto il peggior deterioramento nella storia del GPI a causa della guerra civile in corso. Segue il Messico, dove le feroci lotte tra cartelli della droga hanno provocato lo scorso anno il doppio delle morti violente avvenute in Iraq e Afghanistan. Ma anche la primavera araba, i conflitti interni in Afghanistan e in Pakistan, le proteste anti-austerity in Europa sono alcuni esempi lampanti di questa tendenza. Guardando agli indicatori del GPI, in ben 110 paesi su 162 la pace è andata sfumando negli ultimi sei anni.

Esplorando la mappa scopriamo anche che le piccole e stabili democrazie sono ancora una volta le prime della classe: Islanda, Danimarca, Nuova Zelanda, Austria, Svizzera, Giappone, Finlandia, Canada, Svezia e Belgio sono, in questo ordine, nella top ten del pacifismo globale. Partendo dal basso della lista troviamo invece paesi molto instabili, a tendenza autoritaria o in guerra: Afghanistan, Somalia, Siria, Iraq, Sudan, Pakistan, Repubblica Democratica del Congo, Russia, Corea del Nord e Repubblica Centrafricana.

Perché non ci sorprende? Risponde Melanie Greenberg, della Alliance for Peacebuilding: «È la solita questione dell’uovo e della gallina: è impossibile sviluppare un sistema istituzionale e uscire dalla fragilità quando ci sono conflitti in corso, ma senza istituzioni stabili e sviluppo è molto facile recedere nel conflitto». A supporto di questa chiave di lettura il GPI mette in evidenza che i paesi alle estremità della classifica tendono a permanervi nel tempo, come il Giappone, che era uscito dalla top ten dopo il terremoto, ma che non ha tardato a risalire ai primi posti. Al contrario, sette paesi su dieci tra gli ultimi della classe continuano a peggiorare, come l’Afghanistan, che oggi è molto meno pacifico rispetto al 2008. Altri paesi in via di peggioramento sono la Costa d’Avorio, il Burkina Faso, il Perù e l’Ucraina. Alcune buone notizie arrivano da Libia, Sudan e Chad, che risalgono la classifica uscendo gradualmente dai conflitti.

Spostandoci a nord-ovest, non si possono tralasciare gli Stati Uniti, che si classificano in una triste 99° posizione, non solo per via dei conflitti internazionali di cui sono protagonisti, ma anche e soprattutto per l’alto tasso di carcerazione, di omicidi e di disponibilità di armi.

[La Siria spegne il web per un giorno - Le proteste che hanno cambiato la storia]

 

Partiamo da un dato positivo e inequivocabile: l’Europa è uno dei luoghi più pacifici del mondo, con 13 delle 20 nazioni in cima alla lista... In questa classifica manca però l’Italia: ci troviamo infatti al 34° posto, tra Bulgaria e Emirati Arabi Uniti, ma siamo piuttosto stabili dal 2008 a oggi. A determinare un punteggio relativamente basso è la percezione della criminalità nella società, l’accesso alle armi, il tasso di crimini violenti e l'ostilità verso lo straniero. La magra consolazione è che non siamo gli unici ad andare in controtendenza rispetto agli standard europei: la Francia è al 53° posto. Va meglio la Croazia, nuova arrivata nell'Unione Europea, che si trova al 28° posto.

 

Idealmente la pace è incommensurabile e rappresenta non solo l'assenza di violenza, ma anche lo sviluppo della società e il benessere delle persone che la formano. Ma se prendiamo i fattori analizzati dal GPI, la pace ha anche un valore quantificabile in modo piuttosto semplice. Un esempio? La Corea del nord spende il 20% del suo PIL per la sicurezza interna. L'Islanda soltanto l'1%.

Secondo l’Institute for Economics and Peace la violenza è costata nel 2012 circa 9.460.000.000.000 (9,46 trilioni) di dollari, l’11% del prodotto interno lordo mondiale, due volte il valore della produzione agricola globale. Se riducessimo questa spesa del 50% potremmo annullare il debito dei paesi in via di sviluppo e trovare fondi per il raggiungimento dei Millennium Development Goals.

 

3 luglio 2013 | Sara Zapponi