Curiosità

Gianni Rivera, campione partito dall'oratorio, ci racconta com'è cambiato il calcio

Ottant'anni fa nasceva Gianni Rivera: considerato uno dei più grandi centrocampisti di tutti i tempi, il golden boy racconta come vede il calcio oggi.

Il 18 agosto Gianni Rivera compie ottant'anni, per l'occasione ripercorriamo le tappe della sua carriera attraverso un'intervista di Matteo Liberti al grande campione, tratta dagli archivi di Focus Storia.

Bandiera del Milan, in cui ha militato per 19 anni facendo collezione di trofei, e protagonista in nazionale, dove è divenuto campione d'Europa (1968), Gianni Rivera è stato il primo italiano a vincere il Pallone d'oro (1969) ed è considerato tra i più grandi numeri 10 di tutti i tempi. Tra il suo esordio in serie A nel 1958, a quindici anni nell'Alessandria, e il suo ritiro, nel 1979, il calcio è cambiato. Prima passando dal bianco e nero al colore televisivo, negli Anni '70, e poi consegnandosi agli interessi economici. Non senza polemiche e inchieste giudiziarie che hanno portato in luce gravi scandali. Di quanto, tra ieri e oggi, sia cambiato il mondo del football parliamo proprio con il "golden boy" del calcio italiano.

È cambiato lo stile di vita dei calciatori?

«Rispondo con una battuta: ai miei tempi, noi calciatori andavamo in cerca di ristoranti che ci facessero lo sconto, oggi invece sono i ristoranti a invitare i giocatori affinché facciano loro da traino commerciale». Da questo punto di vista, fuori dal campo di gioco, c'è stato un cambio radicale nella vita dei calciatori, e a determinare questo mutamento è stato l'ingresso della pubblicità nel calcio. «Fin quando giocavo io, le società basavano i propri interessi sugli incassi delle partite ed era vietatissimo fare pubblicità. Poi, a partire dagli anni Ottanta, sono entrati in gioco gli sponsor, e le esigenze pubblicitarie hanno trasformato i giocatori più quotati in personaggi mediatici, che si arricchiscono, stipendi a parte, grazie ai diritti d'immagine».

L'interesse economico ha preso il sopravvento?

«Per quanto riguarda i singoli calciatori non mi esprimo, bisognerebbe chiedere a ognuno di loro. Ma indubbiamente il sistema calcio ha perso qualcosa dal punto di vista umano. Ci siamo adeguati a una cultura che arriva dagli Usa e che vede nello sport un business da sfruttare in ogni modo. Da ciò deriva il professionismo esasperato di molti calciatori, sempre pronti a cambiare maglia in vista di contratti migliori. Anche per questo ci sono meno bandiere nel mondo del calcio. Ricorrendo di nuovo a una battuta si può dire che prima si pensava a giocare e poi a farsi pagare, mentre oggi è spesso vero il contrario».

Il business condiziona gli arbitri?

«All'epoca criticai la classe arbitrale per alcune scelte che non convinsero né me, né il resto dello spogliatoio e della stessa società, il Milan.

Oggi ritengo in ogni caso che gli arbitri non abbiano particolari condizionamenti, sia perché guadagnano di più rispetto a prima, e hanno quindi maggiore autonomia mentale, sia perché le loro eventuali sviste sono sotto gli occhi di tutti, grazie allo sviluppo delle tecnologie di ripresa televisiva. L'errore, poi, ci può sempre scappare».

È cambiato l’approccio verso i giovani?

«In passato si dedicava moltissima attenzione ai vivai, poi per lungo tempo si è teso a trascurarli per puntare su giocatori già pronti, spesso stranieri. Oggi si sta però riscoprendo che il futuro delle nostre squadre risiede nello sviluppo dei settori giovanili. Soprattutto in Italia, dove anche le società più ricche hanno molti meno soldi rispetto ad altre realtà europee».

I “ferri del mestiere” sono uguali?

«Nel complesso le nostre attrezzature, a partire dagli scarpini, prodotti da calzolai specializzati, erano già di ottima fattura e simili a quelle odierne. Non i palloni. Un tempo erano di cuoio, mentre oggi sono in materiali plastici che comportano minore resistenza all'aria, producendo traiettorie più imprevedibili, che mettono in difficoltà i portieri, i quali tendono non a caso sempre più a respingere il pallone anziché bloccarlo. Il tutto, almeno in teoria, a favore dello spettacolo».

Cosa ha comportato vincere il Pallone d’oro?

«A essere sinceri no, a parte regalarmi una grande gioia. All'epoca si riceveva una semplice comunicazione da France Football (rivista francese che assegna annualmente il premio al miglior calciatore in circolazione, ndr) e tutto finiva lì. Oggi invece il circo mediatico che contorna il premio attira fior di sponsor e fa dell'assegnazione del Pallone d'oro uno show».

Messico '70: sapeva che stavate facendo la Storia?

«No. Per noi era una vittoria come tante. Particolarmente sofferta, ma non diversa da altre. Poi però, durante la cena organizzata per celebrare il trionfo, abbiamo iniziato a renderci conto che avevamo acceso in Italia un entusiasmo eccezionale. Le notizie dei festeggiamenti ci giunsero una dopo l'altra e capimmo di aver compiuto un'impresa che sarebbe entrata nella storia del nostro Paese (tanto da essere ribattezzata "partita del secolo", ndr)».

Il “gioco più bello del mondo” è peggiorato?

«Per certi aspetti si è evoluto e per altri si e involuto. A volte è più divertente che in passato, teso com'è alla spettacolarizzazione, altre volte è più arido, povero di passione. Nel complesso, però, è l'intero mondo a essere cambiato, e il calcio con esso. Di certo c'è il fatto che il football è mutato quando gli interessi economici hanno prevalso su quelli sportivi.

A rimanere immutata, per fortuna, è invece la passione dei tifosi, viva come quella di un tempo».

Questo articolo è tratto da Focus Storia. Perché non ti abboni?

18 agosto 2023 Focus.it
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