Guerra biologica al parassita delle castagne

Dal 2008 una vespa cinese mette a rischio la coltura di castagne in Italia e in altri Paesi. Ora però un insetto ci aiuta a combatterla.

dryocosmus-kuriphilus_1680-512k
Dryocosmus kuriphilus è la cosiddetta vespa cinese o vespa del castagno.|Gyorgy Csoka, Hungary Forest Research Institute, Bugwood.org

Nella valle su cui guarda il castello di Carpineti, dove 923 anni fa Matilde di Canossa, su consiglio dell'eremita Giovanni da Marola, decise di continuare la guerra contro l'imperatore tedesco Enrico IV, vincendo contro ogni pronostico, si combatte un'altra battaglia fra i castagneti piantati dalla contessa di ferro: quella in difesa dei frutti di quel bosco, attaccati da un parassita per loro particolarmente dannoso, la vespa cinese (Dryocosmus kuriphilus).
 
La crisi e le castagne. La castagna, una volta considerata una salvezza alimentare per il popolo delle campagne, in questi tempi di crisi viene riscoperta in decine di fiere a lei dedicate, dal Piemonte all'Emilia-Romagna, dalla Campania alla Calabria. Ma in molti casi le castagne e i marroni che in queste fiere compaiono arrosto, sotto forma di castagnaccio, frittelle o pane, provengono dall'est Europa, perché la vespa cinese, capace di trasformare le gemme dei castagni in palle (galle) in cui si sviluppano e di cui si nutrono le sue larve, ha fatto diminuire di molto la produzione in Italia e in altri Paesi d'Europa.

 

Galle di Dryocosmus kuriphilus (clicca per ingrandire la foto) nei boschi di Borgo d'Ale (VC), aprile 2013. | F. Ceragioli

Guerra biologica. A Carpineti (Reggio Emilia), in un grande castagneto, viene però cresciuto l'esercito giusto per combattere la vespa cinese: la guerra è biologica e l'arma è il Torymus sinensis, a sua volta un parassita, ma della vespa.

 

Prima buona notizia: l'uso dei Torymus si è rivelata molto efficace. A un paio di anni dalla loro introduzione in questa zona l'infestazione si è ridotta e si prevede che nel giro di 6-7 anni l'equilibrio sarà del tutto ripristinato.
 
La seconda buona notizia è che non solo in Emilia-Romagna, ma anche in altre regioni sono disponibili fondi pubblici per finanziare progetti di salvaguardia del castagno, la lavorazione dei suoi prodotti, dei derivati e altre produzioni boschive, come more selvatiche, rosa canina, corniolo e sorbo.

Guerra biologica: dov'è stato introdotto, il Torymus sinensis (nella foto, una femmina) ha permesso di ripristinare l'equilibrio naturale del castagno.

«L'agricoltura è attualmente l'unico settore nazionale in sviluppo e le cosiddette coltivazioni minori sono in rapida crescita», dice Leana Pignedoli, vicepresidente della Commissione agricoltura del Senato. «Si tratta di cambiare mentalità, riscoprendo le produzioni della campagna, che quanto più sono specifiche del territorio tanto più avranno valore, data l'alta competitività dei prodotti agricoli più comuni sul mercato globale».

 

ALtro che cibo dei poveri! Le caratteristiche nutritive delle castagne, alla luce delle analisi più moderne, sono notevoli. Spiega l'agronoma Cristina Bignami, dell'Università di Modena e Reggio Emilia: «Pochi grassi, solo 1,6 % (e si tratta di utili omega 6), poco sodio (contro l'ipertensione); 3,5% di proteine ricche di amminoacidi, molti micronutrienti con antiossidanti e fitoestrogeni, 42% di carboidrati.

 

Cento grammi di castagne valgono 185 kilocalorie, poche in confronto alle 600 Kcal delle nocciole, per esempio». Le castagne sono insomma adatte per le diete, anche per i celiaci, intolleranti al glutine. A dispetto della loro fama di cibo dei poveri sono ricche di valori nutritivi. E hanno una storia sociale tutt'altro che banale.

 

Dai Romani... Nel tardo medioevo i castagneti erano gestiti dalle comunità dei villaggi, dove non vigeva la proprietà privata. Iniziarono i Romani a piantare in modo intensivo i castagneti, conosciuti anche da altri popoli. Svetonio (70-130 d.C.) racconta che erano diffusi intorno al Mar Nero e fra gli Etruschi.

 

Natura, benefici, controindicazioni, effetti collaterali e rimedi... La castagna nel Theatrum Sanitatis (clicca per ingrandire l'immagine) di Ububchasym de Baldach (circa anno 1000).

Virgilio riferisce della bontà delle castagne nel latte e per fare il pane.

 

... Al medioevo.  Dopo l'anno Mille, causa l'incremento demografico, la castagna diventa una soluzione alimentare di uso comune per il popolo delle campagne. Essiccata per farne farina, serviva anche a fronteggiare le frequenti carestie. Soprattutto, era un frutto utilizzato in maniera etica. «I castagneti erano spesso gestiti dalle comunità dei villaggi», spiega l'agrario Danilo Gasparini, dell'Università di Padova. Con buona pace dei Signori e dei cavalieri, i castagneti erano oasi di democrazia, in cui non vigeva la proprietà privata. «Ogni comunità si autoregolava: stabiliva la divisione in appezzamenti da sfruttare secondo i bisogni delle famiglie, numero di figli, donne vedove e altre situazioni di necessità.»

 

Afrodisiache? La contessa Matilde di Canossa, che dominava dai confini del Lazio al lago di Garda, fu una dei potenti che non solo permise questo uso comunitario, ma estese un po' ovunque i castagneti. In autunno, con la raccolta, le castagne venivano consumate subito, bollite, arrostite o affumicate nei metati (case di sasso in cui erano seccate in strati anche di 50 cm esposti al fumo 20 giorni da una parte e poi girati per altri 20 giorni) e poi sbucciate e macinate. Si credeva anche a supposte proprietà afrodisiache della castagna.

 

 

 
Da cibo a legno. Con la scoperta dell'America e l'arrivo della patata, la castagna perse il primato di cibo popolare, mentre il legno di castagno veniva sfruttato per il suo contenuto di tannino (da usare come colorante) e sua la robustezza, destinandolo alla costruzione delle ferrovie o come combustibile per le macchine della civiltà industriale. «Molti castagneti vennero abbandonati o messi in vendita per fare legna», racconta Gasparini. «La raccolta delle castagne iniziò a essere mal vista, nell'ideologia del progresso, come attività legata alla vita misera e contadina».
 

Castagne. | ashepsut/iFocus

Così le castagne divennero per molti solo cibo per i maiali. Non servirono a molto le poesie di Giovanni Pascoli o gli appelli "salviamo il castagno" lanciati nel 1920 dal ministro dell'agricoltura Luigi Luzzati. L'urbanizzazione avanzò inesorabile, le campagne furono spopolate. Ma nonostante tutto il nostro Paese risulta ancora oggi il terzo produttore al mondo di castagne. Le feste della castagna sparse per l'Italia stanno creando un circolo virtuoso di recupero dei castagneti e nuove idee commerciali. Per esempio, per fare le tagliatelle, la pasta o la birra di castagna.

 

Una ricchezza di ricette. Dalla farina di castagna si ricavano i ciacci, una sorta di crêpe (frittatina molto sottile), da mangiare farciti con ricotta o pancetta. Poi il castagnaccio, dolce farcito con uvetta e frutta secca. Oppure una polenta dolce simile a quella di mais. Si fanno i malfatti, cotti nel paiolo e da servire con il latte, i frittellozzi (frittelle di farina di castagna) e le mistroche (facacce). Le castagne secche possono essere un ingrediente della minestra. I marroni - varietà pregiata della castagna - vengono arrostiti oppure trasformati nei famosi marroni canditi, i marron glacé. Con le castagne si produce anche una birra molto apprezzata.
 

Un altro tipico dolce di castagne, il Mont Blanc.

Sul piano nutritivo, oltre a essere una buona sostituta dei farinacei, la castagna è ricca di vitamina B, potassio e fosforo ed è indicata quindi come ricostituente e per le diete, per il basso contenuto calorico. Con le foglie di castagno si fanno infusi antinfiammatori.
 
Il legno è resistente ai tarli (per l'alto contenuto di tannino), ai cambiamenti di temperatura e all'umidità. Viene impiegato per travature, pavimenti, porte e infissi. È utilizzato anche per gli strumenti musicali ed è indispenabile per le botti nella produzione dell'aceto balsamico tradizionale.

01 Ottobre 2014 | Franco Capone
Approfondimenti
63

Codice Sconto


12 cose

che (forse) non sai sulla


      birra