Che cosa ci fa cambiare idea, in politica e nella vita quotidiana?

I meccanismi psicologici che ci inducono a cambiare idea, anche inconsapevolmente, su cose importanti, come la fede politica, le regole della comunità, le persone.

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Kim Jong-un e Donald Trump si stringono la mano, dopo una lunga e calda "guerra fredda".

Si può cambiare idea in politica? E se è possibile, che cosa ci spinge a parteggiare per un’idea, un leader o un partito verso cui fino a poco tempo prima nutrivamo diffidenza? Un gruppo di psicologi dell'università della British Columbia (Canada) coordinati da Kristin Laurin ha studiato il fenomeno con ben tre ricerche separate e pubblicato i risultati su Psychological Science.

 

1: il carro del vincitore. Col primo studio i ricercatori hanno indagato le reazioni al divieto di usare le bottiglie di plastica a San Francisco, sui cui la cittadinanza si era divisa tra favorevoli e contrari. La squadra di Laurin ha testato 79 abitanti della città californiana prima e dopo l'entrata in vigore della legge, scoprendo che le opinioni degli intervistati erano rapidamente cambiate: una volta scattato il divieto, le stesse persone che si erano dette fermamente contrarie lo erano di meno. E questo senza neppure aver avuto il tempo di adattarsi agli aspetti pratici del vivere senza bottiglie di plastica. Un puro e semplice dietrofront. Che cosa lo giustifica?

 

 

L'idea dei ricercatori è che tendiamo a esprimere approvazione per una nuova legge (o per un cambiamento politico) quando diventa effettiva. Questo spiegherebbe anche perché spesso, dopo che un partito ha vinto le elezioni, i sondaggi lo premino attribuendogli persino più consensi dei voti ricevuti. «Quando capiamo che qualcosa sta per accadere, e poi accade per davvero, cerchiamo il modo di adeguare le nostre percezioni per sentirci meglio nei confronti della novità», spiega Laurin.

 

In altre parole, razionalizziamo le cose verso cui ci sentiamo obbligati. È un meccanismo spontaneo: come se liberassimo lo spazio del cervello per andare avanti con le nostre vite decidendo che ciò che accade non è poi così male, dopo tutto. Laurin lo chiama sistema immunitario psicologico. In Italia questo comportamento è stato spesso assimilato al "saltare sul carro del vincitore", ma probabilmente è un giudizio ingeneroso, che non tiene conto del fatto che le idee possono anche essere plastiche e che non c'è nulla di male nel cambiare il proprio punto di vista, quando l'alternativa è convincente.

 

2: idee fumose. Il secondo studio riguarda le opinioni sul divieto di fumare nei parchi cittadini e nelle verande dei ristoranti, adottato in Ontario (Canada) nel 2015. Gran parte degli intervistati (127) non solo avevano cambiato opinione dopo l'applicazione della legge, ma avevano persino modificato il ricordo dei loro precedenti comportamenti. Prima del divieto, i fumatori ammettevano di fumare circa il 15% delle loro sigarette nei luoghi pubblici: in seguito, gli stessi stimavano che fossero solo l'8%. Avevano insomma agito su se stessi, sui propri ricordi, per convincersi che il divieto non aveva modificato poi troppo le loro abitudini.

 

 

3: abbasso Trump. Anzi, no! I giudizi pre e post elettorali sulla nuova amministrazione Usa e su Donald Trump, in particolare, hanno mostrato trend analoghi. I ricercatori hanno chiesto a 621 volontari di dare un giudizio alla presidenza di Donald Trump ed è emerso che dopo la cerimonia di insediamento (e prima di qualunque provvedimento presidenziale) gli atteggiamenti verso il neo-presidente erano diventati più positivi rispetto a prima delle elezioni, quasi che "lo stato di fatto" giustificasse un cambio di opinione, anche in chi aveva valutato negativamente Trump, persino durante la cerimonia stessa.

 

«Non è un comportamento razionale», sostiene Laurin, «ma è una razionalizzazione: quando qualcosa diventa parte della realtà, anche quando non ti piace, trovi il modo per convincerti che non sia poi così male.»

 

L'utilità del cambiare idea. Quella che potremmo derubricare sbrigativamente come incoerenza ha una sua ragion d'essere: cambiamo il nostro modo di pensare, in modo non del tutto consapevole, perché non sopportiamo di continuare a sentirci arrabbiati e cerchiamo un modo per convincerci che tutto andrà bene.

 

Secondo gli autori dello studio questo ci aiuta a liberare risorse cognitive "per andare avanti con la vita". Un concetto che ricorda un po’ quello formulato dalla filosofa Hannah Arendt con la banalità del male: indagando sul comportamento dei tedeschi durante il regime nazista, Arendt dedusse che molti cittadini avevano infine accettato come "normalità" i programmi del regime nazista, anche se comunemente ripudiati dalla società, perché erano le nuove regole, senza riflettere sul loro contenuto. Certo questo è un caso limite.

 

Le conclusioni dello studio suggeriscono che i cambi di opinione non riguardano solo la nostra vita sociale e politica, ma si applicano in una varietà di scenari. «Se avete un nuovo capo al lavoro o se dovete iniziare una nuova dieta per motivi medici o se state per avere un figlio, sappiate che il vostro "sistema immunitario psicologico" probabilmente prenderà il sopravvento e vi farà guardare meglio a qualsiasi aspetto spiacevole delle nuove realtà», conclude Laurin.

28 Giugno 2018 | Eugenio Spagnuolo