Breve storia dei partiti politici da Babilonia al Movimento 5 Stelle

In origine a determinare le fazioni erano dèi, sacerdoti e re. Poi i nobili, i ricchi. Infine contarono le masse. Ecco come sono nate destra, sinistra e centro, i finanziamenti e i candidati.

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La divinità babilonese Marduk e Beppe Grillo, Alfa e Omega dei partiti politici.

Si può fare a meno dei partiti? Forse lo scopriremo presto. Ma un fatto è certo: i partiti sono sempre esistiti. Già nel 2° millennio a.C., quando la divinità Marduk si affermò su Enlil a Babilonia, era... come se Grillo avesse battuto tutti: allora non si vinceva con elezioni politiche, ma con lotte religiose. L’origine dei partiti, ossia gruppi organizzati per la conquista e la gestione del potere, risale infatti alle teocrazie, cioè alle prime forme di governo con basi religiose.

 

Le città-stato avevano un dio patrono, rappresentato da una classe sacerdotale e dal re, e i templi erano le sedi dei “partiti” di allora. «Se un re ne sconfiggeva un altro, significava che il suo dio era superiore», spiega Jean Louis Ska, storico dell’Istituto Pontificio Biblico.«I re di Gerusalemme scelsero un unico dio, Yahweh, e in suo nome decisero di allargare i confini di Israele a spese delle altre città-stato idolatre.»

 

La civiltà egizia, durata 3.500 anni, fu il frutto dell’unione di più partiti religiosi che governavano diverse città. Amon era il dio di Tebe, Ra quello di Eliopoli, Anubis di Cinopoli, Osiride di Abydos.

 

Da partiti religiosi a partiti laici. I partiti laici, privi di connotazioni religiose, sono nati nell’antica Grecia grazie ai filosofi, che basarono la politica sull'analisi razionale della società e dei valori da seguire. Tuttavia i gruppi-partito greci erano l’espressione dei clan tribali. Fu Clistene (565-492 a.C.) a rompere questo sistema quando divise Atene in 10 aree geografiche, mischiando i clan: ogni area eleggeva i magistrati e fra loro erano sorteggiati 50 rappresentanti alla Bulè, il Consiglio dei Cinquecento, che aveva potere legislativo.

 

L'origine del "finanziamento". Con Pericle (495-429 a.C.) la democrazia si rafforzò anche pagando i rappresentanti del popolo: i magistrati ricevevano uno stipendio per essere liberi da condizionamenti esterni, e un indennizzo - un "gettone di presenza per assenza dal lavoro" era dato anche alle migliaia di partecipanti all’Assemblea generale dei cittadini liberi, che si riuniva 4 volte al mese e votava le proposte di legge dei Cinquecento.

 

Discussione in piazza (l’agorà) ad Atene. Le decisioni erano votate a maggioranza dall’Assemblea generale.

 

Democrazia e brogli elettorali. All’Assemblea generale partecipavano tutti gli ateniesi liberi e maggiorenni, che avevano diritto di parola e di voto. Doveva avere un quorum di almeno 6 mila partecipanti e votava anche l’ostracismo, provvedimento che esiliava per 10 anni i politici colpevoli di malafede o incompetenza: i cittadini dovevano scrivere su pezzi di coccio (ostraka, da cui appunto "ostracismo") il nome del politico da esiliare.

 

Gli archeologi hanno trovato cocci scritti più volte da una stessa persona: anche a quell’epoca c’erano brogli... Alla morte di Pericle, però, la democrazia ad Atene fu abolita, anche per la corruzione dilagante.

 

Roma e la nascita dei candidati. Nell’antica Roma, invece, la politica era scandita dalla divisione bipolare in classi, fra i patrizi (i ricchi) e i plebei, ossia i poveri, più numerosi ma molto meno rappresentati nelle assemblee, i comizi centuriati.

 

Il termine “candidato” arriva da qui: chi aspirava a una carica pubblica doveva indossare una toga bianca, "candida", a simboleggiare la propria onestà. Più tardi, tra il 1100 e il 1300, la contrapposizione fu incarnata dai guelfi (le famiglie ricche e potenti che sostenevano il papato) e i ghibellini (a favore dell’imperatore).

 

Cicerone accusa Catilina nel Senato romano (dipinto di Cesare Maccari, 1889): a Roma l’assemblea era formata dai capofamiglia patrizi, ovvero dall’élite ricca.

 

Sessisti. Da quel momento i partiti, per lungo tempo, rimasero aggregazioni fondate su criteri sessisti e di censo: solo i maschi che guadagnavano potevano ambire a cariche politiche.

 

Il primo embrione di bipolarismo politico tra “conservatori” (Tories) e “progressisti” (Whigs) è nato in Gran Bretagna: i primi erano i sostenitori della monarchia assoluta, i secondi di quella costituzionale. Tutti sedevano in Parlamento, e dal 1688 bilanciavano il potere del re, ma ai loro scranni si poteva accedere solo per censo: il diritto di voto spettava solo a chi possedeva una terra con una rendita di 40 scellini.

 

Gli Stati Generali a Versailles nel 1789. La Rivoluzione francese portò per la prima volta (in epoca moderna) la società civile nel palazzo del potere. Dividendosi tra destra, sinistra e centro.

La destra e la sinistra. Fu la Rivoluzione francese a delineare le tre componenti della politica moderna: destra, sinistra e centro. In Francia, prima del 1789, la società era divisa in tre classi (il clero, l'aristocrazia e il cosiddetto "terzo stato", ossia i comuni cittadini) i cui rappresentanti erano eletti negli Stati Generali, un’assemblea consultiva.

 

Avevano però pesi ben diversi: clero e nobili avevano vari privilegi, tra cui quello di non pagare le tasse. Quando re Luigi XVI fu rovesciato, il Terzo Stato si proclamò Assemblea costituente, diventando rappresentante di tutta la nazione. A quel punto, i membri si divisero nell’emiciclo: i conservatori si accomodarono a destra, i radicali e i rivoluzionari a sinistra. Il centro fu connotato come “palude”, uno spazio indistinto e senza identità.

Il passo successivo, che fece dei partiti gruppi di persone con un’ideologia comune, avvenne con la rivoluzione industriale, quando si scontrarono due tendenze: i conservatori, élite ricche non interessate all’egualitarismo, e i progressisti, che si battevano per dare a tutti pari opportunità, istruzione, servizi. Così è nato il “partito-organizzazione”, e poi il “partito di massa”, basato sulla partecipazione di molti attivisti in cerca di consenso attraverso il voto. I leader emergevano dal partito e non viceversa, com’era avvenuto fino ad allora.

 

Storia italiana. La prima organizzazione di questo genere, in Italia e in Germania, fu il Partito socialista, nato nel 1892 coinvolgendo contadini e operai che chiedevano il miglioramento delle condizioni di lavoro. Nel 1919 un’altra rivoluzione: i cattolici, fino ad allora estranei alla politica entrarono in scena con il Partito popolare italiano di don Sturzo, impegnato a costruire una società terrena migliore. Diverrà nel dopoguerra la Democrazia cristiana, l’altro grande partito di massa.

 

Nel 1921, da una scissione del partito socialista nacque il Partito comunista italiano, fondato da Antonio Gramsci, con la prospettiva di cambiare radicalmente la società in favore dei lavoratori.

 

Un manifesto elettorale del 1953.

 

Il diritto di voto. Tutti questi partiti diventano davvero “di massa” grazie al suffragio universale (decretato in Italia nel 1945: fino ad allora votavano solo i maschi), ma anche per l’alto numero di militanti. Le sedi dei partiti svolgevano un ruolo di solidarietà, erano punti di aggregazione, oltre che scuole ideologiche: amicizie, matrimoni e nuove assunzioni erano facilitate frequentando il partito.

 

«Le sezioni, punto di incontro sul territorio, divennero accessibili a tutti, così che la vita politica non si fermasse alle sole elezioni», spiega il politologo Giorgio Galli. «Arrivò anche la tessera di partito, perché era la consapevolezza numerica, più che la ricchezza di fondi, a dare forza al partito, che aveva bisogno di tante persone per mantenersi attivo nella società. Un contatto diretto che molti oggi hanno perso».

 

In Italia il proliferare di partiti ha toccato più volte vette notevoli già nel secolo scorso, per esempio nel 1946 (54 liste) o nel '92 (51 liste). Secondo Galli, la proliferazione dei partiti avviene sempre dopo i cambiamenti epocali, quali furono nel primo caso la nascita della Repubblica, e nel secondo Tangentopoli.

 

La fine dei partiti. «Oggi a causa della complessità della società, la democrazia rappresentativa - l’insieme di partiti, sistemi elettorali, consigli regionali, provinciali e comunali - è in crisi, e non solo in Italia», commenta sempre Galli. Esempi notevoli sono la Francia di Macron, gli Stati Uniti di Trump o, in Italia, Beppe Grillo e il suo MoVimento 5 Stelle.

 

La protesta antipartitica di M5S non è però nuova alla politica italiana. Il suo più famoso predecessore è Giacomo Giannini, fondatore e leader del Fronte dell’uomo qualunque, che alle elezioni del 1946, per la nascita dell’Assemblea costituente, raccolse il 5,3% dei voti. In epoca di grandi spinte ideologiche, Giannini sosteneva che lo Stato non dovesse avere natura politica ma solo amministrativa: «Per governare basta un buon ragioniere che entri in carica il 1° gennaio e se ne vada il 31 dicembre, e non sia rieleggibile».

05 Marzo 2018 | Franco Capone