Dipinti da scoppiare

Avete presente il pluriball, la carta da imballo che non riusciamo a fare a meno di schiacciare tra le dita? Un artista di New York lo usa come tela per i suoi quadri, le copie moderne di capolavori della pittura o della fotografia. Con risultati stupefacenti.
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La maggior parte di noi la usa come antistress. Ma per Bradley Hart la carta da imballo è qualcosa di più: è il materiale principe delle sue creazioni. Nelle bolle del pluriball, l'artista newyorkese inietta colore acrilico di diverse sfumature, fino a realizzare copie molto fedeli di capolavori della pittura. Da semplice imballaggio da avvolgere intorno all'opera, per proteggerla dagli urti, la pellicola con le bolle viene elevata a struttura essenziale del quadro.

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Quando vengono sollevate, le tele lasciano colare la pittura in eccesso verso il fondo della tela. E mentre molti di noi si metterebbero le mani nei capelli - vedendo il risultato di un lungo e paziente lavoro che scivola via, Hart considera anche questa fase un momento fondamentale della sua arte.

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Raschiata via la pittura in eccesso, rimane l'"impressione" del capolavoro (sulla destra), una sorta di filigrana dell'opera d'arte con le tracce sbavate dei materiali utilizzati per realizzarla, che l'artista ha inserito in una serie chiamata Impressions. «Viste insieme, le due tele sembrano attrarsi, e lo spettatore stabilisce una relazione tra le due» ha spiegato l'artista.

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L'artista usa speciali algoritmi per indovinare la giusta combinazione di colori con cui riempire le bolle della carta da imballo. Dietro a ciascuna di queste opere c'è quindi un attento lavoro di pianificazione, e l'intero processo - ironia della sorte - non richiede mai l'intervento della pittura. Hart studia, calcola, pianifica, riempie le bolle, asciuga il colore, ma non dipinge mai con pennello e tavolozza.

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Questa reinterpretazione di Stagno delle Ninfee di Monet, con la pittura che cola, crea un effetto decisamente impressionista.

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Uno solo di questi capolavori può richiedere fino a 150 ore di meticoloso lavoro (e la tentazione di lasciar perdere e mettersi a scoppiare tutte le bolle dev'essere forte).

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L'effetto pixelato della pittura di Hart si riferisce alla cultura digitale e al contesto virtuale che ci circonda: alle ore passate su Facebook, Twitter, davanti a tablet, smartphone e tv.

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Hart si dice convinto di aver riportato la carta da imballaggio alla sua funzione originaria. Il pluriball sarebbe infatti stato inventato, nel 1957, da due ingegneri che stavano tentando di creare una carta da parati in plastica. Sin da principio, quindi, sarebbe stato pensato per essere appeso alle pareti.
Anche se questa sua prima destinazione non ebbe successo, l'invenzione si diffuse presto come carta da imballo per proteggere gli oggetti fragili.

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E se qualche visitatore maleducato, in occasione di una delle esposizioni delle opere di Hart, provasse a scoppiare una bolla? «Probabilmente rimarrebbe deluso» confessa l'artista. «La pittura è ormai dentro alla bolla, ed è asciutta». Insomma, non c'è più nulla da scoppiare. E comunque non ne varrebbe la pena: le opere di Hart arrivano a costare fino a 40 mila dollari ciascuna.

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Due o tre giorni di lavoro servono solamente per riempire le 1200-1500 siringhe che occorrono per ogni opera con il colore. Ciascuna servirà a riempire una o più bolle realizzando le più complesse sfumature dei quadri. Anche il timing dell'iniezione è fondamentale: se si inietta troppo lentamente il colore colerà completamente via; se lo si fa troppo velocemente si rischia di distruggere la bolla.

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Le siringhe ordinatamente disposte nelle scatole costituiscono la moderna versione della tavolozza dell'artista: una gamma di colori che aspettano solo di riempire altrettante bolle d'aria.

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Il telaio di pluriball diviene la riproduzione ideale dello schermo: i quadri finiscono spixelati in centinaia di bolle, che restituiscono un disegno unitario solo se viste nell'insieme, proprio come i pixel che compongono le immagini che vediamo a video.
Qui, una riproduzione delle Bagnanti ad Asnières di Georges-Pierre Seurat.

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La versione "bagnata" dell'opera di Seurat: qui la pittura che cola restituisce l'effetto delle gocce d'acqua sui corpi delle ragazze.

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Prima di dedicarsi all'arte classica, Hart si è specializzato nei ritratti: come questo di Steve Jobs, che ben rappresenta la poetica artistica di Hart e delle sue immagini pixelate. Per realizzarlo, Hart ha dovuto riempire 16 mila bolle d'aria con 89 diversi colori.

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Nell'immagine, una rivisitazione di Vanitas, la natura morta del pittore olandese Pieter Claesz.

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La maggior parte di noi la usa come antistress. Ma per Bradley Hart la carta da imballo è qualcosa di più: è il materiale principe delle sue creazioni. Nelle bolle del pluriball, l'artista newyorkese inietta colore acrilico di diverse sfumature, fino a realizzare copie molto fedeli di capolavori della pittura. Da semplice imballaggio da avvolgere intorno all'opera, per proteggerla dagli urti, la pellicola con le bolle viene elevata a struttura essenziale del quadro.