Body art, tra passato e presente

Seguendo le orme del fotografo Rui Camilo, vi proponiamo un viaggio tra una moda che è oggi l'espressione di un bisogno di appartenenza e di affermazione di diversità.
Un percorso per capire i riti tribali attraverso cui le nuove generazioni ricercano la propria identità.

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Segni indelebili sulla pelle del corpo e anelli infilati ovunque dalla testa ai piedi. La moda della body art in senso esteso (che prevede tatuaggi, piercing, pittura della pelle, acconciature su capelli e altro ancora) è dilagata negli ultimi anni, recuperando una tradizione che era stata dei nostri avi, per i quali i tatuaggi potevano anche essere "terapeutici".

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Tra i polinesiani la tradizione di tatuarsi viso, torso e braccia, è antichissima. Lo stesso termine "tatuaggio" deriva dal vocabolo tahitiano tatau (tatuaggio) e da quello delle Isole Marchesi ta-tu. In queste culture i segni di un tatuaggio rappresentano il processo spirituale e culturale dell'individuo, che afferma la propria posizione all'interno della società.
Oggi è, sempre più spesso, un modo per seguire la moda e le sue leggi, anche se pare che il 50 per cento di chi ricorre ai tatuaggi prima o poi si penta di questo marchio difficilmente cancellabile.

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I maori della Nuova Zelanda non dipingono il proprio viso con tinture lavabili, come è di moda negli stadi, per urlare il proprio tifo per una squadra. Il "tatuatore" maori disegna prima il tatuaggio con il carboncino e poi ne incide i contorni con un cesello di osso, inserendo infine della tintura nelle ferite che diventano indelebili.
Oggi tatuaggi troppo evidenti possono essere poco graditi negli ambienti più formali. Nel 2002, l'inglese George Wilson è riuscito a farsi risarcire dal governo le spese per la rimozione di un tatuaggio di gioventù su una mano, dopo aver dimostrato che era stato ed era di impedimento alla sua carriera lavorativa.

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Presso molti popoli il tatuaggio è strettamente legato alla religione e quindi accompagnato da una serie di ritualità sacre, preghiere e sacrifici. A Tahiti per esempio esistono i sacerdoti-tatuatori, che fanno parte di una sacra corporazione e sono gli unici addetti al rito del tatuaggio.
Nulla di sacro aveva invece il complesso "rituale" che ha accompagnato, il 7 luglio 2002 a Dewsbury in Inghilterra, la sessione di tatuaggio più lunga mai realizzata: ventotto ore durante le quali due ragazzi sono stati monitorati affinché i livelli di zucchero nel sangue fossero sempre ottimali e il loro sistema immunitario reagisse correttamente. La fatica di entrare nel Guinness dei Primati…

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I maori solevano conservare le teste tatuate dei loro leader dopo la morte: un modo per tenere vivo il ricordo e per trattenere un po' di quella forza che se ne andava inevitabilmente con loro. Questi cimeli era considerati preziosi beni di famiglia, ma nel tempo furono oggetto di un bizzarro commercio e molti finirono nelle case di collezionisti privati. Le teste troneggiano tuttora nei musei europei anche se la pratica fu ad un certo punto interrotta perché causa di scompigli, addirittura, a livello politico. Si può rivendere la forza dei propri avi?

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La scarificazione - tradizione africana - è una sorta di tatuaggio sulla carne, ottenuto con incisioni sulla pelle di corpo e viso in cui sono introdotte sostanze e tinture che ne ritardano la cicatrizzazione. Il volume della lesione aumenta assieme al prestigio della persona che sopporta stoicamente il dolore della procedura. Le donne che entrano nell'età adulta si sottopongono a questa "tortura": questi segni indicano disponibilità al matrimonio e capacità di sopportare gli eventuali dolori del parto.
Tra i giovani occidentali è attualmente in voga la pratica del marchio a fuoco sulla pelle (branding) che provoca cicatrici profonde.

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Negli ultimi anni si è assistito alla potente riscossa di una pratica prima relegata ad alcuni gruppi punk o ad altri movimenti che ne facevano il simbolo della propria trasgressione. Oggi il piercing (to pierce, in inglese "forare") vive una seconda giovinezza ed è entrato nelle scuole e nelle case, spesso come vezzo estetico, che di trasgressivo ha ben poco. Ci si bucano orecchie e volto, ma i più arditi osano anche forare l'ombelico e la lingua, fino ai spingersi ai genitali.
Per i pentiti, il piercing è reversibile con un piccolo intervento o semplicemente rimovendo l'anellino o l'asta di metallo: in alcune zone (come lingua e genitali) la cicatrizzazione è infatti automatica.

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Fino alla fine del diciannovesimo secolo, presso gli Inuit dell'Alaska, il piercing alle labbra definiva lo grado sociale di chi lo indossava. Al maschio era praticato il buco proprio come iniziazione puberale. In seguito poteva indossare addirittura tre piercing contemporaneamente, uno al centro della bocca, gli altri due ai lati, a richiamare le zanne del tricheco.
Le donne Inuit invece ne avevano uno solo, centrale, a puro fine estetico. Tra le donne della tribù d'indiani Tlingit d'America era invece emblema di nobiltà.

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Come si è visto, nei popoli geograficamente e culturalmente lontani le modificazioni del corpo sono una sorta di leitmotiv, magari con simbologie e significati diversi.
I tappi che si vedono oggi indossati da molti giovani per allargare a dismisura le dimensioni dei buchi nei lobi ricordano un'usanza delle popolazioni dell'antico Messico - Maya compresi. Un'estremizzazione di questa pratica sono gli enormi piatti d'argilla per le labbra indossati dalle donne etiopi, che ne deturpano completamente la bocca.

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Difficile far stare sul lobo di un orecchio più di otto buchi: lo spazio in quello del ragazzo della foto è esaurito. Poco male: per i Tlingit dell'Alaska si sarebbe già ottenuta la dignità di alto membro della società. Avere molti buchi all'orecchio infatti era segno di nobiltà grazie alla bizzarra abitudine di "bucherellare" i figli dei ricchi durante le sfarzose feste (potlatch) date da questi in onore degli ospiti.
Era proprio obbligo degli invitati ricambiare l'onore dell'invito regalando esecuzione di ai lobi dei giovani rampolli: per loro questi ornamenti diventavano ostentato simbolo della ricchezza del proprio clan.

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Avreste la forza di sottoporvi ad una sessione di 8 ore e 32 minuti durante la quale il vostro corpo è progressivamente bucherellato con piercing di ogni forma e dimensione?
C'è chi se l'è fatto fare solo per entrare nel Guinness dei Primati: il ventottenne Kam Ma se n'è uscito con 600 piercing in più. Un totale di 250 grammi di titanio attaccati al corpo. Pare che l'esperimento sia stato portato a termine solo grazie alla capacità di resistenza al dolore del ragazzo e alla sua pelle particolarmente veloce a risanarsi.

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Ogni anno, prima dell'estate, parte una campagna di sensibilizzazione contro i rischi cui si può incappare facendosi tatuare o bucherellare. L'uso di una strumentazione non correttamente sterilizzata, l'applicazione di piercing in zone delicate o le scarificazioni cutanee sono spesso responsabili di funghi, dermatiti e, alla peggio, di infezioni di epatite B o C e addirittura da virus Hiv.
Attenzione quindi alle misure igieniche e di sterilizzazione prese dal tatuatore.

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Finalmente qualcosa che i calvi possono fare e i capelloni no. Quando ha iniziato a perdere i capelli Philip Levine, da Londra, non si è perso d'animo e ha pensato di sfruttare la calvizie per una divertente e innovativa forma d'arte. Con l'aiuto dell'artista inglese Kat Sinclair, specializzata in body art, ha trasformato la sua testa pelata in una tela su cui sbizzarrirsi con colori e materiali inusuali. Ad oggi il suo cranio rasato ha ospitato disegni di farfalle, puntine, aghi impiantati con la tecnica dell'agopuntura, chicchi di caffè, zuccherini colorati e persino mille cristalli Swarovski. Con un'autoironia e una creatività che sono una vera ispirazione per chi è alle prese con l'alopecia.
Una gallery dedicata alle illusioni del bodypainting (guarda)
Body art, tra passato e presente

Segni indelebili sulla pelle del corpo e anelli infilati ovunque dalla testa ai piedi. La moda della body art in senso esteso (che prevede tatuaggi, piercing, pittura della pelle, acconciature su capelli e altro ancora) è dilagata negli ultimi anni, recuperando una tradizione che era stata dei nostri avi, per i quali i tatuaggi potevano anche essere "terapeutici".