Il gene gay? Una ricerca dice: "Non esiste"

Secondo uno studio condotto su circa 500 mila persone le varianti genetiche che svolgono un ruolo nel comportamento omosessuale sarebbero diverse. E nessuna sarebbe determinante.

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Non solo geni. L'attrazione per le persone dello stesso sesso sarebbe piuttosto il risultato di influenze ambientali o di altri fattori biologici.|shutterstock

Contrordine, non esiste un gene gay. L'orientamento sessuale non può essere previsto da un singolo gene: è quello che afferma un nuovo studio basato sull’analisi dei dati di circa mezzo milione di persone, tra Stati Uniti e Regno Unito e pubblicato da Science.

 

Lo studio. I ricercatori, guidati da Brendan Zietsch dell'Università del Queensland, in Australia, hanno sì trovato 5 varianti genetiche che sembravano comuni tra le persone che avevano avuto almeno un'esperienza omosessuale. Ma queste varianti, chiamate SNP (polimorfismo a singolo nucleotide), non riuscirebbero a predire il comportamento sessuale delle persone, in quanto diffuse anche tra chi dichiara di non aver mai provato attrazione per persone dello stesso sesso. Quindi, secondo la ricerca, ogni SNP ha una capacità molto bassa di predire che qualcuno possa avere un partner dello stesso sesso. Più precisamente, la capacità di previsione sarebbe inferiore all'1 %.

Questo secondo i ricercatori dice soprattutto una cosa: i geni non possono essere usati per prevedere chi sarà gay o etero. L'orientamento sessuale "è influenzato dai geni ma non determinato dai geni", afferma Zietsch. "Anche le influenze non genetiche sono importanti”.

In particolare i ricercatori hanno scoperto che 2 di questi marcatori genetici si trovano vicino a geni collegati agli ormoni sessuali e all'olfatto, entrambi fattori che possono svolgere un ruolo nell'attrazione sessuale. Più che l’orientamento sessuale, dunque, potrebbero essere coinvolti in processi biologici connessi a loro volta con la scelta dei partner sessuali.

 

Il gene gay. Evocato sin dagli anni '60, il gene gay ha rappresentato per decenni una delle due spiegazioni scientifiche possibili dell’omosessualità, assieme ai “fattori ambientali”. Nel 1993 Dean Hamer dello US National Institutes of Health ritenne di aver identificato una correlazione tra un marker genetico (l'Xq28) e la sessualità maschile gay. Alcuni studi successivi sembrarono confermare la sua ipotesi, compreso uno studio del 2014 su 409 coppie di gemelli. Hamer, ora in pensione, non è d'accordo con la nuova ricerca, che prende in considerazione non solo persone omosessuali, ma anche chi ha avuto un solo rapporto omosessuale. Lo scienziato afferma che i risultati non rivelano alcun percorso biologico per l'orientamento sessuale. “Sono contento che abbiano fatto un grande studio - ha spiegato al New Scientist - ma non ci indica dove cercare”.

Altri scienziati hanno invece messo in discussione un limite della ricerca: quasi tutti i partecipanti provenivano dagli Stati Uniti o dall'Europa e l’età media era decisamente alta: 51 anni in media di un campione e almeno 40 in un altro campione.

 

Risultati comunque importanti. Tuttavia, nonostante questi dubbi, la gran parte della comunità scientifica ha accolto con favore i dati. “Molte persone vogliono capire la biologia dell'omosessualità e la scienza è rimasta indietro rispetto a questo interesse umano”, ha affermato William Rice, genetista evoluzionista dell'Università della California. Secondo Greg Neely dell'Università di Sydney, sebbene i l'attrazione per lo stesso sesso potrebbe essere sottorappresentata, vista l’età media degli intervistati (tra i 40 e i 70 anni), tuttavia, lo studio ha dimostrato che "l'attrazione per lo stesso sesso non è inversamente correlata all'attrazione per il sesso opposto". Questo significa una comprensione sociale più sfumata dell'orientamento sessuale che include anche la bisessualità e l'asessualità.

 

06 Ottobre 2019 | Eugenio Spagnuolo