Psicologia

Videogame: perché bambini e adolescenti fanno fatica a interrompere un gioco?

Per i ragazzi è difficile interrompere il gioco, ma questa non è dipendenza dalla tecnologia. È biologia: l'area cerebrale che controlla impulsi e decisioni non è del tutto matura fino ai 25 anni.

Ogni volta che un figlio deve "uscire" da un videogioco per studiare, mangiare... dormire, si ingaggia un braccio di ferro estenuante: perché è così difficile convincerli a smettere? Il motivo ha poco a che fare con una fantomatica dipendenza dalla tecnologia - un argomento ancora poco chiaro e spesso citato a sproposito. Piuttosto, è neurologico: come spiega un articolo pubblicato sul Wall Street Journal, la corteccia prefrontale, ossia la parte del cervello deputata alla gestione degli impulsi e coinvolta nei processi decisionali, non è completamente sviluppata fino ai 25 anni.

Bravo... Ma sei solo all'inizio... Secondo Nora Volkow, direttrice del National Institute on Drug Abuse (Usa), il nostro cervello è programmato per cercare appagamento: potrebbe spingerci a cercare cibo per giorni, finché non lo troviamo e non riusciamo a saziarci. Essere costretti a interrompere un videogame prima di aver completato un livello è un po' come vedersi sottrarre una fetta di torta dal piatto prima di essere arrivati a metà: la differenza è che la torta a un certo punto finisce, placando il nostro appetito. I videogame sono invece concepiti per offrire piccole ricompense intermittenti e non conclusive, che costringono a continuare. In alcuni casi, la fine non esiste; in altri c'è, ma potrebbero volerci giorni.

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La fruizione della tecnologia: un tema che si presta a facili semplificazioni.

Un piacere a cui è difficile resistere. Secondo Chris Ferguson, psicologo esperto di videogame della Stetson University (Florida), il senso di anticipazione generato dai videogiochi comporta un aumento del 75% della dopamina (un neurotrasmettitore che ha effetti sull'umore) rispetto ai livelli base.

Studi scientifici dimostrano che i livelli di dopamina associati al gioco aumentano all'aumentare delle abilità del giocatore (anche se nessuno di questi studi è mai stato effettuato sui bambini). Tuttavia, se gli adulti possiedono in genere abilità di ragionamento tali da ignorare il surplus di dopamina e passare a un'altra attività, non necessariamente altrettanto appagante, per la corteccia prefrontale immatura di bambini e adolescenti questo è un compito troppo gravoso.

Insomma, «non c'è alcun motivo per cui un bambino decida di smettere di giocare, a meno che non ci sia un'altra esperienza più gratificante ad attenderlo», afferma Marc Palaus, neuroscienziato cognitivo che ha analizzato un centinaio di articoli scientifici sugli effetti comportamentali dei videogiochi.

Un nuovo tipo di approccio. Spingere bambini e ragazzi a elaborare con gli adulti un "pacchetto di regole base" da rispettare, può essere una buona strategia. In ogni caso, aiuta anche avvisarli una manciata di minuti prima dello scadere del tempo, in modo che si possano regolare.

Soprattutto, è bene non confondere questo meccanismo con quello della "dipendenza da videogiochi", che riguarda meno dell'1% dei giocatori.

L'OMS definisce questa condizione gaming disorder: "una incapacità di controllo sull'attività del gioco, una priorità aumentata rispetto ad altre occupazioni, e la continuazione o l'escalation del gioco nonostante il verificarsi di conseguenze negative".

Un semplice problema di frequenza o di durata del gioco non denota una patologia, anche se è vero che i ragazzi affetti da alcune condizioni come disturbi d'ansia o depressione sono più propensi a immergersi in una realtà virtuale, come meccanismo di difesa.

8 aprile 2019 Elisabetta Intini
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