Sei davvero un social-dipendente?

La dipendenza fisiologica da Facebook e Instagram esiste davvero? Da quali segnali si capisce se una persona è "a rischio"? Quand'è che il tempo trascorso online è davvero troppo?

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"Fidanzati ufficialmente".|Shutterstock

Social media dipendenti. Alcune persone si definiscono così, in modo semiserio, e lo scrivono in calce al proprio profilo su LinkedIn: ma cosa significa - davvero - avere una dipendenza da social media? Esiste una diagnosi per questa condizione, e come capire se abbiamo raggiunto quella linea di confine?

 

La questione è tutto fuorché chiara, spiega la BBC. Prima che un comportamento possa dirsi patologico servono molti anni di ricerca e precisi criteri di definizione. Ma gli studi sulla dipendenza da social sono giovani quanto il tema che studiano, e né l'Organizzazione Mondiale della Sanità né l'American Psychiatric Association (due istituzioni che definiscono le dipendenze) prevedono ancora l'esistenza di questo disturbo.

 

Segni riconoscibili. Per Mark Griffiths, psicologo della Nottingham Trent University nonché tra i primi a far ricerca sul tema, i social media possono dare dipendenza, e chi ci cade manifesta gli stessi sintomi comportamentali associati ad alcune dipendenze chimiche, come quella da alcol o da nicotina: cambi d'umore, isolamento sociale, conflitto e ricadute.

 

Caratteristica principale di una dipendenza è l'avere un impatto distruttivo sulla vita di una persona. Finché un passatempo non influisce negativamente sulla vita lavorativa o relazionale, in genere non occorre preoccuparsi.

 

 

Il fattore tempo. Anche stabilire un limite di ore online trascorse le quali, "siamo patologici" è, per Griffiths, un po' fuorviante: a parità di tempo speso sui social, quell'attività può risultare più o meno totalizzante e dannosa per la vita offline.

 

La maggior parte degli utenti attivi sul web trascorre infatti sui social media più di due ore al giorno, eppure gran parte della popolazione non ha un problema di dipendenza da social. Non è dunque (solo) il fattore tempo a determinare se queste piattaforme stanno provocando malessere psicologico. Ma che cos'è, allora?

 

Nella prima revisione scientifica sulle ricadute psicologiche dei social media, nel 2011, Griffiths ha trovato che gli estroversi usano i social network per il proprio miglioramento sociale, gli introversi come forma di compensazione. Poiché alimentano il circuito cerebrale della ricompensa, possono essere usati come forma di consolazione per stati di umore altalenanti, e arrivare così a causare dipendenza psicologica.

Chi è più a rischio (e perché). Sarebbe dunque il contesto in cui sono utilizzati e non tanto il tempo che vi passiamo a determinarne la pericolosità. L'identikit dell'utente più a rischio? Donna, single e giovane, con bassi livelli di istruzione, di reddito e di autostima: è quanto è emerso da un'indagine svolta nel 2017 su oltre 23 mila norvegesi.

 

L'origine di questa necessità compulsiva di postare e leggere le bacheche altrui non è chiara: potrebbe derivare dalla paura di rimanere tagliati fuori o essere legata alla dipendenza da smartphone. Ma i dati sono ancora troppo pochi e sbilanciati su Facebook - nonostante recenti ricerche indichino in Instagram il social più pericoloso per la salute mentale, soprattutto degli adolescenti.

 

In attesa che gli esperti si pronuncino sull'esistenza o meno della dipendenza da social, la scienza si divide sulle conseguenze del tempo trascorso in queste comunità virtuali. Alcune ricerche hanno stabilito che i giovani che trascorrono sui social più di due ore al giorno sono più a rischio di disturbi mentali.

 

Se avete Instagram come altre 800 milioni di persone nel mondo saprete anche che il ritratto di realtà che propone non riflette quello che avviene nel mondo reale - spesso poco "instagrammabile" - e che molti utenti finiscono per credere di avere una vita peggiore di quella degli altri. Altri studi hanno stabilito che esiste un legame preciso e diretto tra social media e depressione.

 

A piccole dosi non guastano. Ma non tutte le ricerche dipingono un ritratto a tinte fosche dei social. Uno studio del 2017 sostiene che, fino a un certo punto, favoriscano il benessere psicologico (perché fanno sentire connessi, al passo con i tempi, non tagliati fuori). Secondo Andrew Przybylski dell'Università di Oxford, tra gli autori, l'uso dei social «fino a un certo punto sembra far naturalmente parte della giovinezza, e non diventa distruttivo fino a che non si inizia a trascorrervi cinque, sei, sette ore».

 

se va bene per te... Come segnalare agli utenti che il tempo sui social - e quindi, forse, anche il contesto - sta diventando troppo? Una possibilità allo studio è quella di inviare un messaggio sullo schermo di smartphone o pc che confronti il loro comportamento con quello dell'utente medio, senza contenere però un giudizio negativo sulla persona. Per esempio un adolescente che alle 3 di mattina dovesse essere su Instagram potrebbe vedersi notificare che a quell'ora, solo il 3% dei coetanei è online. Con chi ha dipendenza da gioco d'azzardo, questo tipo di segnalazioni ha dato finora buoni risultati.

 

22 Gennaio 2018 | Elisabetta Intini