Questa mano non è mia! (E non teme il dolore)

La sensazione che il nostro corpo ci appartenga è un dato che diamo per scontato. Ma un danno cerebrale può incrinare questa certezza, portando a non riconoscere più un arto come nostro e rendendoci indifferenti alle minacce di stimoli dolorosi su di esso.

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Una lesione cerebrale può danneggiare la rappresentazione corporea nel cervello e condurre a disordini nella percezione degli arti. Photo credit: D. Romano, A. Maravita, Università Milano-Bicocca

Sostenere con ferma convinzione che il proprio braccio sinistro appartenga a qualcun altro: sembra paradossale ma può accadere realmente, e non a causa di un disturbo psichiatrico. Una lesione cerebrale - per esempio, un ictus - più frequentamente all'emisfero destro, può compromettere la rappresentazione corporea, la "mappa" cognitiva del nostro corpo che il cervello utilizza per farci interagire con lo spazio che ci circonda.

Si può arrivare, così, a non riconoscere più un arto - in genere il braccio o la gamba sinistra - come proprio. Questo sentimento di esclusione (un disturbo neurologico detto somatoparafrenia) è talmente radicato che l'arto "ripudiato" arriva a non rispondere più nemmeno alle minacce di stimoli dolorosi: è quanto emerge da una ricerca italiana pubblicata su Brain.

 

Mi avvicino... ma non ti pungo. Lo studio, condotto da Angelo Maravita e Daniele Romano del Dipartimento di Psicologia dell'Università Milano-Bicocca, in collaborazione con l'Università di Pavia e l'Ospedale Niguarda "Ca' Granda" di Milano, ha coinvolto tre gruppi di 5 pazienti colpiti da diverse patologie che comportano perdita di sensibilità o di movimento degli arti: somatoparafrenia, emiplegia e anosognosia.

«Il nostro scopo - spiegano gli autori dello studio - era studiare se la perdita del senso di appartenenza di una parte del corpo fosse accompagnata da una perdita della capacità di anticipare l'arrivo di uno stimolo doloroso. Per qusto abbiamo studiato i pazienti somatoparafrenici: l'ipotesi era che se il paziente ritiene che la mano non sia la sua, allora non sarà neanche allertato dall'arrivo di uno stimolo minaccioso diretto verso quella mano».

«Per controllare la specificità di questo effetto abbiamo studiato anche pazienti che, a parità di lesione cerebrale localizzata nell'emisfero destro, non sono affetti da disturbi di appartenenza delle parti del corpo e cioè: pazienti con anosognosia sensoriale, che non sono consapevoli di un deficit del senso del tatto, e pazienti con emiparesi sinistra, cioè affetti da un deficit motorio, non accompagnato però da disturbi di appartenenza o consapevolezza corporea».

 

Non è mio, pungi pure. Agli arti di tutti i pazienti è stata avvicinata una potenziale fonte di dolore (un ago), e la risposta fisiologica a questa "minaccia" è stata misurata con la conduttanza cutanea, «un dispositivo che misura la capacità di conduzione elettrica della pelle e rileva l'attivazione del sistema nervoso autonomo in presenza di stimoli conflittuali (come nella "macchina della verità") o con valenza emotiva: nel nostro caso, uno stimolo potenzialmente nocivo che si avvicina al nostro al corpo».

A differenza degli altri pazienti, i somatoparafrenici hanno mostrato un'assenza di risposta cutanea sull'arto "dimenticato" all'avvicinarsi dell'ago: pur vedendo che il braccio sinistro stava per essere punto, non hanno manifestato alcuna reazione fisiologica. Come se il loro cervello fosse "disinteressato" al pericolo imminente. «Il processo di perdita di coscienza del sé - chiariscono gli scienziati - è talmente profondo che non si riescono neppure a percepire le minacce e non si attiva nessuna reazione di difesa, nemmeno riflessa».

 

Cognitivamente indenni (a parte l'ictus). Il tutto, in pazienti perfettamente in grado di intendere e di volere: «Storicamente, si confondeva la somatoparafrenia con un disturbo psichiatrico di tipo schizofrenico. Ma una serie di osservazioni, come il fatto che ricorra più frequentemente per lesioni all'emisfero destro o che compaia in persone senza storia di malattie psichiatriche hanno ormai convinto la comunità scientifica che si tratta di un disturbo neuropsicologico, ovvero un disturbo delle funzioni cognitive superiori e non psichiatrico. In questo tipo di studi, la ricerca italiana è sempre stata all'avanguardia ed è tutt'ora estremamente attiva nel nostro Ateneo».

 

Un legame complesso. La ricerca getta nuova luce sul rapporto tra cervello, corpo e spazio: «La rappresentazione del nostro corpo è una funzione necessaria per interagire con il mondo esterno. Attraverso di essa valutiamo le conseguenze sensoriali di uno stimolo in avvicinamento e prepariamo le risposte adeguate. Un disturbo come la somatoparafrenia non incide solo sulla rappresentazione del corpo, ma anche sulla relazione del paziente con lo spazio che lo circonda, ostacolando l'effetto dei trattamenti riabilitativi».

«Questo stesso paradigma per lo studio dell'anticipazione del dolore è stato usato nel nostro laboratorio anche per studiare la rappresentazione del corpo in persone sane, in situazioni in cui la rappresentazione corporea viene distorta attraverso illusioni percettive o manipolazioni delle caratteristiche visive del nostro corpo. Questi studi ci vedono attivamente impegnati nella ricerca di come il cervello rappresenti il corpo di ciascuno di noi, creando le basi per la coscienza e la relazione con il mondo che ci circonda».

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28 Marzo 2014 | Elisabetta Intini