Quando siamo felici vogliamo stare più con gli estranei che con gli amici

Secondo uno studio, scegliamo se stare con le persone care o gli estranei a seconda del nostro umore. Ma è tutto da dimostrare...

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Quando ci sentiamo felici, è più probabile che sacrifichiamo un po’ della comodità delle vecchie relazioni logore per raggiungere obiettivi a lungo termine, come fare rete o fare nuove amicizie. | shutterstock

Quando siamo felici non cerchiamo le persone care, ma gli estranei. Sì, familiari e amici li preferiamo quando il tono dell’umore è più giù del previsto. Mentre l’ebbrezza anche temporanea della gioia può spingerci nella braccia di chi ci è meno familiare. A dirlo è un gruppo di ricercatori le cui scoperte, pubblicate sulla rivista Psychological Science, suggeriscono che quando i tempi sono davvero buoni, le persone a cui ci rivolgiamo non sono affatto amici.

 

Happy Big Data. Gli autori dello studio hanno esaminato gli umori e le interazioni sociali di oltre 30.000 persone (la maggior parte delle quali francesi), nel corso di un mese. I dati sono stati raccolti attraverso un'app chiamata 58 Seconds, che inviava messaggi ai partecipanti a varie ore del giorno chiedendo loro di digitare come si sentivano, cosa stavano facendo e con chi erano. Questi dati hanno quindi permesso ai ricercatori di esaminare come la felicità dei partecipanti fosse correlata alle persone con cui avrebbero trascorso del tempo da lì a poco. E in che modo quelle interazioni li avrebbero fatti sentire successivamente.

 

Felici e socievoli. I risultati suggeriscono che, in base ai sentimenti che proviamo in un determinato momento, rivolgiamo le nostre attenzioni a un preciso tipo di persona. E che a loro volta queste persone hanno un effetto sul nostro umore: lo sollevano o lo inaspriscono, spingendoci a cercare altre persone con cui condividere il nuovo umore. A leggere i dati si scopre che partecipanti più felici dello studio avevano effettivamente trascorso più tempo con gli altri in generale. E quando erano felici, avevano maggiori probabilità di avventurarsi a trascorrere del tempo con estranei, e così facendo riducevano la loro felicità. Se i partecipanti invece si sentivano tristi avevano maggiori probabilità di interagire in seguito con amici e familiari. E questo li rendeva più felici.

 

Girandola sociale. Secondo lo studio, in pratica, se qualcuno si sente triste a mezzogiorno di sabato, avrebbe una probabilità di incontrare un amico nel pomeriggio doppia rispetto a una persona che, alla stessa ora, si sentisse particolarmente felice. Invece se quella persona fosse particolarmente felice, le sue probabilità di interagire con uno sconosciuto quel pomeriggio aumenterebbero del 20%. Si metterebbe in moto, così, una "catena" di interazioni, con estranei che possono mettere la persona a disagio rendendola meno felice, e amici intimi che la rincuorano di nuovo, e rendono la persona desiderosa di trascorrere del tempo con più estranei, in una sorta di bizzarra girandola sociale.

 

Buon umore e nuove amicizie. Naturalmente questi risultati non corrispondono necessariamente all'esperienza di ciascuno di noi. Lo studio mostra solo correlazioni, non causalità. E gli autori riconoscono che tutto potrebbe essere spiegato col fatto che quando sappiamo che dobbiamo interagire con degli estranei, per esempio, potremmo consapevolmente tentare di auto-motivarci e entrare in un mood più estroverso. Ma se in futuro altre ricerche confermeranno questo modello, potrebbero dirci qualcosa di importante su come i nostri umori influenzano le nostre relazioni. In sostanza, sia la gioia che la tristezza promuovono la socializzazione, ma apparentemente con obiettivi diversi

 

Flessibilità edonica. Esistono diverse teorie scientifiche su come il nostro umore influenza ciò che facciamo. C’è per esempio l'ipotesi dell'opportunismo edonico, che suggerisce che cerchiamo sempre di sentirci meglio, indipendentemente dall'umore in cui ci troviamo. Mentre l’ipotesi della salienza edonica suggerisce che cerchiamo di sentirci meglio quando ci sentiamo particolarmente tristi, ma è quando ci sentiamo in qualche modo stabili che intraprendiamo attività meno piacevoli, ma necessarie, come le faccende domestiche. Secondo i ricercatori i risultati di questo nuovo studio sarebbero invece un esempio del principio della flessibilità edonica, che suggerisce che diamo priorità a diversi obiettivi in ​​base al nostro stato emotivo.

 

Quando ci sentiamo male, l'obiettivo è solo di sentirci di nuovo bene. Ma quando ci sentiamo felici, è più probabile che sacrifichiamo un po’ della comodità delle vecchie relazioni logore per raggiungere obiettivi a lungo termine, come fare rete o fare nuove amicizie. Possiamo usare la nostra felicità per darci l'energia per raggiungere nuove persone. E questi estranei, a loro volta, possono diventare gli stessi amici su cui facciamo affidamento una volta che ci sentiamo di nuovo male.
Questi risultati dimostrano che i legami tra felicità e comportamento sociale sono più complessi di quanto spesso assunto nella letteratura delle emozioni positive. E, soprattutto, spiega Maxime Taquet, uno degli autori dello studio e ricercatore presso l'Università di Oxford e la Harvard Medical School "Questo suggerisce che la felicità è una risorsa, piuttosto che l'obiettivo finale della nostra vita".

 

10 agosto 2019 | Eugenio Spagnuolo