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Perdersi: come si comportano le persone che smarriscono la strada

Perdersi attiva meccanismi psicologici precisi e ricorrenti, che cambiano in base all'età e ad altre caratteristiche individuali: eccone alcuni.

Uomo nel labirinto
Dalla psicologia alla statistica: come le varie discipline contribuiscono a ritrovare le persone che si smarriscono. Vedi anche: le donne sono meno brave ad orientarsi? | Shutterstock

In mezzo a un bosco da soli, senza mappa, lontani dal sentiero e con il cellulare scarico: come ci comporteremmo? La risposta è più prevedibile di quanto si pensi. Perdersi provoca reazioni incontrollate, irrazionali e di puro panico; eppure, esistono degli schemi ricorrenti nel modo di agire in queste situazioni, che dipendono dal genere, dall'età e dalla personalità di chi si smarrisce. Comprendere questi meccanismi è una sfida che coinvolge varie discipline, dalla psicologia alla statistica, come racconta un lungo articolo di recente pubblicato sul New Scientist.

 

La prima reazione: scappare. La paura di non ritrovare più la strada attiva nell'uomo la "modalità di fuga": l'organismo rilascia una cascata di ormoni legati allo stress, come l'adrenalina, che rendono difficile stare fermi e praticamente impossibile analizzare razionalmente la situazione. È proprio in questa fase che tipicamente ci si mette nei pasticci, muovendosi attorno in maniera incontrollata e rendendo ancora più difficile per i soccorritori individuare le nostre tracce. La paura impedisce anche ai camminatori più esperti di ritrovare i punti di riferimento e capire quanto lontano ci si è spinti dal sentiero; crea un senso di claustrofobia, come se tutto - alberi, rocce, cielo - si stesse richiudendo sopra la nostra testa.

 

Quello che è a tutti gli effetti un attacco di panico interferisce con le funzioni cognitive necessarie ad orientarsi nello spazio, come la memoria di lavoro e le capacità visuospaziali. Studi su piloti militari dimostrano che, in queste condizioni di stress, le performance di navigazione e consapevolezza spaziale corrispondono a quelle di bambini di meno di 10 anni.

Strategie ricorrenti. Oltre alla paura, un altro istinto universale è provare a dirigersi verso i confini: il limitare di un campo, il margine di una foresta, una fossa, un canale, la sponda di un lago. La maggior parte delle persone che viene ritrovata si è spinta su una strada o verso un edificio: i soccorritori lo sanno e cercano con particolare attenzione in questi luoghi.

 

Altri comportamenti sono più legati all'età, al genere o all'attività che una persona stava compiendo quando si è persa. I bambini tendono a muoversi meno degli adulti e questo spiega perché, secondo il New Scientist, il 96% di loro venga ritrovato vivo, rispetto al 73% degli adulti. Quando si perdono, i bambini con disturbi dello spettro autistico tendono a cercare ripari nascosti, mentre le persone con demenza si spostano in genere seguendo traiettorie in linea retta, a prescindere dagli ostacoli che trovano sul percorso e dalla forma della strada. Gli escursionisti uomini che si perdono da soli compiono a piedi più strada di qualunque altra categoria di persona: continuano a camminare, finché non vengono trovati.

 

divagazioni. Insomma, persone diverse si perdono in modo diverso, e riuscire a tracciare un profilo di chi si è perduto può aumentare le probabilità di ritrovarlo. Il New Scientist cita, a tal proposito, uno dei primi studi scientifici su questo tema, pubblicato sulla rivista della US National Association for Search and Rescue e compiuto su un centinaio di bambini tra i 3 e i 13 anni residenti nelle campagne del Canada.

 

Lasciati liberi di andare "nel luogo più lontano che riuscissero a immaginare", i bambini si sono spinti fino a tre o quattro volte più lontano di quanto i genitori stimassero, e nessuno ha raggiunto direttamente la località desiderata. I piccoli hanno viaggiato seguendo le loro naturali inclinazioni, arrampicandosi nei punti più alti per vedere lontano, fermandosi per lanciare sassi o ammirare un barbecue, deviando più volte dal sentiero e cambiando spesso velocità di camminata. Studi come questi possono offrire tracce di ricerca a chi lavora ai casi di persone scomparse: ma nella risoluzione di queste drammatiche esperienze contano molto, purtroppo, anche il fattore tempo e la fortuna.

 

31 marzo 2020 | Elisabetta Intini