Psicologia

Perché una bugia tira l'altra

A forza di mentire, il cervello diventa sempre meno sensibile alla disonestà.

Più ne diciamo, più ne diremmo. Le bugie sono un po’ come le valanghe: partono piccole e poi diventano una massa inarrestabile. Un gruppo di ricercatori le ha studiate in laboratorio, trovando una spiegazione biologica plausibile alla escalation del comportamento disonesto: a forza di falsità, il cervello tende a diventare sempre meno sensibile, e quelle che all’inizio erano piccole bugie insignificanti si trasformano in panzane assai più importanti.

Bugie a pagamento. La scoraggiante ma forse non sorprendente conclusione viene da un esperimento così congegnato: a 80 volontari è stato mostrato un barattolo di vetro più o meno pieno di monete. La persona doveva comunicare a un partner in un’altra stanza, il quale era in grado di vedere solo un’immagine sgranata del barattolo, la stima di quanti erano gli spiccioli. Se indovinava, alcune volte c’era una ricompensa sia per il volontario che aveva dato l’informazione sia per il partner. In altri casi, alla persona veniva detto che se il compagno sbagliava, ci sarebbe stata una ricompensa più alta per lui e più bassa per l’altro, e la cifra di denaro sarebbe stata maggiore quanto più la stima era sbagliata. In altri ancora, la risposta sbagliata avrebbe dato un premio solo al compagno.

in crescendo. Il primo risultato è stato che ai volontari non dispiaceva dire una piccola bugia, ovvero fornire la stima sbagliata, se il partner ne avrebbe beneficiato. In questi casi, la maggior parte dei volontari ha mentito mantenendosi però sempre nello stesso range di “scorrettezza”.

Ma quando si è trattato di dire bugie per il vantaggio personale, i ricercatori hanno osservato un fenomeno curioso: la disonestà delle persone cresceva nel tempo, e ogni bugia era più grande della precedente. Per esempio, un volontario partiva con una bugia che gli faceva guadagnare una sterlina, e finiva con una che gliene faceva vincere otto.

come un profumo. Lo studio, i cui risultati sono stati pubblicati sulla rivista Nature Neuroscience, è stato condotto su 80 volontari, di età tra i 18 e i 65 anni. Un gruppo di loro è stato sottoposto allo stesso esperimento all’interno di una macchina per la risonanza magnetica funzionale, per misurare l’attività del cervello mentre la persona si comportava in modo disonesto.

I ricercatori hanno osservato che l’amigdala, una regione del cervello in cui sono regolate le emozioni, si attivava sempre meno via via che le persone dicevano bugie nel proprio interesse. Al contrario, l’attività dell’amigdala era sempre la stessa quando le bugie venivano dette a favore degli altri.

L’interpretazione degli autori dell’esperimento, un gruppo di neuroscienziati dello University College di Londra, è che questo spieghi l’esperienza raccontata anche da molti grandi bugiardi: la prima volta che uno racconta una bugia, si sente in colpa, ma con il passare del tempo mentire diventa sempre più facile.

I ricercatori l’hanno paragonato all’annusare un profumo: la prima volta lo si percepisce molto forte, poi l’olfatto si abitua e lo si sente meno. «Questo ci dice anche del pericolo di compiere piccoli atti disonesti» ha detto Tali Sharot, tra gli autori dello studio. Diventa più facile infilarsi in una situazione di cui non si ha più il controllo.

29 ottobre 2016 Chiara Palmerini
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