Psicologia

È vero che non proviamo più vergogna?

Ognuno di noi vive sotto lo sguardo (e il giudizio) altrui. Ma il senso di vergogna è cambiato. Ecco come. E perché.

La vergogna è una sensazione che tutti conosciamo bene: quella di volersi sotterrare, di scomparire all'istante. Ma anche il dolore di aver deluso qualcuno, o di deluderlo quando sa prà ciò che abbiamo fatto. Fino ad arrivare al timore di non potersi più guardare allo specchio perché la propria immagine diventa insopportabile visto che non risponde più alle aspettative (proprie e altrui).

Inoltre, è l'emozione sociale per eccellenza: la proviamo proprio perché i nostri comportamenti, ciò che diciamo e perfino i nostri pensieri vengono inevitabilmente giudicati. E il giudice può essere reale ma anche solo immaginato: del resto si evita di compiere un'azione illecita anche se nessuno in quel momento ci sta guardando e, magari senza rendercene conto, ci chiediamo: "se sapessero... che cosa penserebbero di me?".

Sarebbe proprio questa la sua funzione sociale: impedirci di infrangere le regole. Non va però confusa con l'imbarazzo, ma soprattutto con il senso di colpa. L'imbarazzo può essere suscitato anche dal semplice esporsi allo sguardo degli altri (per esempio parlare in pubblico) senza aver trasgredito nulla. Oppure la violazione delle norme sociali è poco importante e non intenzionale, come quando ci si strappa per caso il vestito o si fa una gaffe a una cena importante.

Imbarazzo e senso di colpa. L'imbarazzo è quindi dovuto a un fatto momentaneo e ha breve durata, mentre la vergogna persiste per molto tempo e di solito è dovuta a un'azione intenzionale. Ma la distinzione più importante da fare è quella con il senso di colpa, un sentimento che si può provare solo a posteriori.

Il senso di colpa ci fa sentire un comportamento che abbiamo adottato come sbagliato o indegno, ma senza intaccare la stima che si ha per se stessi, mentre vergognandosi ci si sente sbagliati come persone, bollati per l'azione compiuta e si desidera solo fuggire da una situazione, mentre chi prova colpa cerca di rimediare a ciò che ha fatto (o chiede scusa).

Dipende dalla propria scala di valori. Non tutti si vergognano nella stessa situazione, anche perché questa emozione dipende inoltre dalla scala di valori: per chi è abituato a superare i limiti di velocità, essere pizzicati dalla polizia può essere una vera seccatura, ma per chi è sempre ligio alla regola e supera i limiti per distrazione, essere colto in fallo può diventare vergognoso.

Ci si può perfino vergognare per qualcosa che fa qualcun altro. In spagnolo esiste, unica lingua al mondo, una espressione per dire proprio questo: si parla di verguenza ajena, ovvero vergognarsi al posto di qualcuno.

Una cosa è certa: nel momento in cui pensiamo di aver deluso le nostre e le altrui aspettative, e di aver quindi provocato un danno irrevocabile, si viene presi dal disgusto verso se stessi. «Non a caso, vergogna e disgusto si somigliano: sono entrambe emozioni che ci inducono a stare lontani dagli altri, anche se per scopi diversi.

Un'emozione che deriva dal disgusto. Inoltre, entrambe hanno a che fare con il corpo: la prima tende a nasconderlo, il disgusto a preservarlo da malattie», sottolinea Natalie Shook, psicologa dell'Università del Connecticut (Usa), che ha dimostrato con alcuni esperimenti che la vergogna, dal punto di vista evolutivo, deriva appunto dall'emozione del disgusto, tant'è vero che entrambe queste sensazioni attivano le stesse regioni cerebrali: la corteccia cingolata anteriore e l'insula anteriore. Shook ha dimostrato anche che chi è disgustato per qualcosa tende a vergognarsi di più. 

Si può dire che oggi siamo senza vergogna? No, naturalmente, visto che difficilmente non la si prova mai, però meno una società è coesa e meno circola perché le persone sentono poco il bisogno di adeguarsi. «Inoltre nella nostra società ogni individuo è portato a dare spettacolo di sé, e questo ci spinge a essere protagonisti anche quando si compiono azioni non lecite (non è raro vedere assassini o truffatori raccontare le proprie vicende in tv o sui giornali). Insomma, questa emozione non è scomparsa, ma ognuno ne ha una propria, a seconda del pubblico di riferimento: non è più legata a che tipo di persona si è, ma a come si appare. E quindi «oggi spesso si trasforma nella sofferenza di non essere riusciti ad apparire abbastanza felici, abbastanza realizzati», sottolinea Turnaturi.

Campanello d'allarme. Questo sentimento, però, può anche avere due risvolti utilissimi. Il primo per l'individuo: per alcuni potrebbe funzionare come un campanello di allarme, ovvero che è il momento di reagire. Il secondo per la società: a volte induce indignazione. Se si prova questo sentimento come reazione alle ingiustizie o alle offese alla dignità altrui, può trasformarsi in passione civile, per evitare di sentirsi complici di azioni che non si condividono.

«Quando vediamo i migranti morire nei nostri mari e proviamo indignazione, questa reazione nasce da un primo senso di vergogna che poi può sfociare in azione politica per cambiare le cose», chiarisce Turnaturi.

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Articolo tratto da Che vergogna la vergogna!, di Raffaella Procenzano, pubblicato su Focus n.355 (maggio 2022), disponibile in versione digitale. Leggi il nuovo Focus in edicola!

15 giugno 2022 Raffaella Procenzano
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