Non siamo bravi a fare previsioni su noi stessi

Quando immaginiamo il nostro futuro, tendiamo a minimizzare le stime di eventi nefasti e a sovrastimare quelle di fatti positivi: un errore di giudizio che ci rende inaffidabili.

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L'anno che verrà? Sarà sicuramente roseo: siamo evolutivamente tarati per pensarlo.|Shutterstock

Come sarà la vostra vita tra cinque, dieci anni? Fermatevi un attimo a pensarci e poi analizzate le vostre risposte: è probabile che siano in gran parte "luminose".

 

Illusi... Quando si tratta di fare previsioni che ci riguardano, siamo inattendibili: tendiamo a pensarci più immuni degli altri agli eventi negativi, e sovrastimiamo la probabilità di incorrere in quelli positivi. Gli psicologi lo chiamano ottimismo irrealistico ed è un fenomeno che influenza la nostra capacità di prendere decisioni. Tuttavia è, allo stesso tempo, indispensabile: senza questa spinta di auto-incoraggiamento, rischieremmo di lasciarci avvilire.

perché dovrebbe finire? Il tema è al centro di un articolo sul The Atlantic, che cita alcuni esempi interessanti. Tra il 1956 e il 1962, uno psicologo dell'Università di Cape Town, in Sudafrica, chiese a 436 studenti di liceo e università di calarsi nei panni di storici e scrivere previsioni realistiche sul futuro, per gli anni che restavano del Ventesimo secolo. I due terzi dei neri africani e l'80% degli studenti di discendenza indiana pronosticarono correttamente la fine dell'apartheid. Ma solo il 4% degli afrikaner (la popolazione di pelle bianca) azzeccò la previsione: coloro che stavano traendo vantaggio da quella situazione politica erano riluttanti a credere che avrebbe avuto fine.

 

Per lo stesso motivo, a ridosso delle elezioni politiche, tendiamo a distorcere la nostra percezione della "pancia" votante, considerandola sempre a favore del nostro candidato preferito. Ecco un'altra previsione fallita. alla fine del 2007, nonostante i segni evidenti di un'imminente recessione, molti economisti erano riluttanti a prevedere il disastro economico che avrebbe investito gli USA (e il mondo) nel 2008.

 

Le ragioni psicologiche. Non si tratta soltanto di credere che qualcosa che desideriamo avverrà, o che quello che non vogliamo non si verificherà. L'ottimismo irrealistico ha componenti legate all'ansia: tendiamo a raccogliere e sintetizzare i fatti che supportano i nostri desideri, e ad accantonare gli altri. Ricerche in neuroscienze confermano che i dati che supportano la volontà di ciascuno sono più immediatamente disponibili alla memoria rispetto a fatti altrettanto rilevanti, ma meno desiderabili.

C'è poi anche il fatto che tendiamo più facilmente a lasciarci assorbire dagli eventi che riguardano la nostra sfera personale, considerando che quella sia "la media", escludendo le suggestioni che vengono da fuori. Questo accade soprattutto con eventi che ci sembrano controllabili (matrimoni e divorzi, successo nel lavoro). Allo stesso modo, quelli che appaiono in là nel tempo, come la morte, sono più facili da sottovalutare.

 

Dobbiamo credere che sia così. Non è semplice negazione del rischio. «La gente non dice "non può succedermi". È più qualcosa del tipo "potrebbe succedermi, ma è meno probabile che accada a me che agli altri"», spiega Neil Weinstein. Alla fine degli anni '70, il neuropsicologo della Rutgers University scoprì l'ottimismo irrealistico per caso, chiedendo ai suoi studenti quante probabilità avessero (se sopra o sotto la media) di subire eventi negativi come aggressioni, divorzi, malattie e licenziamenti. Quasi tutte le risposte, date per iscritto, recitavano "sotto la media".

 

Quando Weinstein illustrò ai ragazzi i fattori di rischio per ogni evento citato l'errore di giudizio si ridusse, senza però estinguersi del tutto. Per lo scienziato non è un fatto del tutto negativo. Potrebbe essere un adattamento, un modo per ridurre la paura del futuro. 

 

08 Novembre 2017 | Elisabetta Intini