Perché le bambole possono fare paura

"È solo un bambolotto!", ma a volte il più antico dei giocattoli assume un'aria davvero sinistra. Succede soprattutto quando ci somigliano troppo, e forse è in parte il retaggio della nostra storia evolutiva.

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|Nathan Griffith/Corbis

Possono essere adorabili compagne di gioco, ma anche presenze sottilmente inquietanti. Un curioso articolo sulla rivista della Smithsonian Institution scandaglia alla luce dei (pochi) studi psicologici in materia quel sentimento di disagio che a volte ci provoca la vista del giocattolo apparentemente più innocuo e tranquillizzante: la bambola.

 

Terrore puro. La paura delle bambole ha un nome scientifico: si chiama pediofobia, a sua volta una sottospecie del terrore che alcuni nutrono per automi, robot, statue di cera - tutto ciò che ha le fattezze di un essere vivente senza esserlo - la cosiddetta automatonofobia. Ma, estremi a parte, a confessare una sensazione spiacevole verso certi tipi di pupazzi e bambolotti sono in molti.

 

 

Un addetto del Pollock’s Toy Museum di Londra, un piccolo museo che espone giocattoli d’epoca, ha confessato che alcuni visitatori preferiscono fare a ritroso tutto il percorso di visita e uscire dall’ingresso piuttosto che affrontare la sala in prossimità dell’uscita, quella che espone decine di bambole, da rarità con i volti di cera a dame di porcellana in abiti vittoriani. 

 

Ambigue. Sui motivi per cui alcuni bambolotti ci appaiano sinistri si possono fare alcune ipotesi. Secondo lo psicologo Frank McAndrew, che ha indagato sull’argomento, questo sentimento di ansia è un retaggio della notte dei tempi. Sarebbe un’emozione che forse tornava utile nella sopravvivenza ai nostri antenati, associata alle situazioni di ambiguità, quelle in cui siamo incerti se ciò che vediamo rappresenti o no una minaccia. Un’emozione spiacevole ma utile a tenere in uno stato di vigilanza, pronti a decidere se restare o darsi alla fuga. Così, certe bambole ci metterebbero a disagio perché fanno scattare in noi questo “click” ancestrale: ci sembrano vive ma nello stesso tempo sappiamo che non lo sono.

 

Secondo un’altra interpretazione, la sensazione di disagio potrebbe avere a che fare con un altro tipo di ambiguità: il fatto che certi pupazzi abbiano tratti molto realistici uniti ad altri che vengono percepiti come “sbagliati”, per esempio movimenti troppo meccanici. Oppure, ancora, una bambola molto realistica ma con altri aspetti innaturali, che per esempio si muove in modo strano, potrebbe essere classificata dal nostro cervello come un essere “malato”, un fatto che nella notte dei tempi significava “stanne alla larga”.

 

 

Umane, troppo umane. Anche se sono uno dei giocattoli più antichi, fino a tempi assai più vicini a noi le bambole erano solo fantocci che richiamavano alla lontana la figura umana vera, cui in genere le persone reagiscono in modo positivo. Fino a un certo punto, però. Quando la verosimiglianza è eccessiva, al contrario, subentrerebbe la repulsione.

Lo stesso McAndrew ha realizzato una ricerca facendo un sondaggio che ha coinvolto più di 1.300 persone su quali attività o lavori trovavano più creepy, parola inglese che significa “raccapricciante” oppure “che fa venire i brividi”: collezionare bambole è risultato uno degli hobby che lo sono di più.

 

Una valle che turba. Questo concetto difficilmente definibile ha una sua storia interessante. Fu Freud a identificare il sentimento suscitato da un oggetto, una persona o una situazione che vengono percepiti come familiari e nello stesso tempo come estranee.  Usò il termine Das Unheimliche, tradotto in italiano con la parola perturbante.

 

E lo psicologo Ernst Jensch lo applicò al caso specifico del sentimento di incertezza generato da un essere che ha sembianze umane ma è vivo. Un’idea esplorata ancora più di recente, all’inizio degli anni '70, dallo studioso di robotica Masahiro Mori secondo cui esisterebbe una gradazione specifica con cui un robot troppo simile a noi diventa spiacevole e pauroso.

 

Il video qui sotto mostra ChihiraAico in azione: è l'androide di Toshiba, "progettato per avere espressioni più realistiche di qualunque altro androide", ma la verosimiglianza è volutamente interpretata molto alla lontana.

 

 

Alcuni studi recenti hanno tentato di definire se esista davvero questa “valle del perturbante” con lo schema di cui parlava Mori, ma non sono giunti a conclusioni chiare. Di sicuro, quella della verosimiglianza gradevole con la figura umana è un equilibrio difficile da raggiungere, come sanno bene le case di produzione di cartoni animati, come la Pixar, alla continua ricerca di personaggi dai tratti realistici che però non siano respingenti.

 

Proprio cattive. L’effetto perturbante delle bambole, più o meno consapevolmente, è ben sfruttato nel cinema: non si contano i film in cui da vagamente inquietanti le bambole si trasformano in diaboliche protagoniste di storie dell’orrore. Come ha detto John Leonetti, regista di Annabelle, uscito lo scorso autunno, le bambole sono figure umane ma mancano di emozioni. In pratica sono gusci vuoti. “Sono cave dentro. Uno spazio che deve essere riempito”. Magari di malvagità.

 

 

24 Luglio 2015 | Chiara Palmerini