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Perché in situazioni pubbliche si esita a intervenire in soccorso di un estraneo?

Le ragioni dell'indifferenza.

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di terrore Simulazione di un incidente radioattivo all’aeroporto di Seoul, in Sud Corea. | Reuters

È accertato che la disponibilità a prestare soccorso in un evento tragico è minore quando vi sono più persone ad assistere. La psicologia sociale descrive un insieme di condizioni da cui dipende la decisione di intervenire o meno in soccorso di qualcuno quando ci si trova in presenza di altri. Un evento, infatti, può non sembrare una vera emergenza perché la circostanza che si sta osservando si può prestare a diverse interpretazioni. Se si vede un uomo che cammina barcollando e cade nella maggior parte dei casi si guardano le altre persone presenti per controllare come valutino la situazione. Ciò fa sì che ognuno esiti ad agire, dimostrandosi in questo modo un modello di passività per gli altri.

 

Meglio in pochi. La presenza di più persone, che hanno pari possibilità di attivarsi per fornire aiuto, porta a una “dispersione” della responsabilità: se questa è condivisa, è possibile che non ci si senta chiamati in causa in prima persona e che si attenda che siano gli altri ad agire. Anzi, quanto maggiore il numero delle persone che potrebbero intervenire tanto meno è probabile che qualcuno lo faccia. E così la cronaca è ricca di casi di omissione di soccorso anche in circostanze di indubbio pericolo: furti, violenze, incidenti che si consumano sotto gli occhi di testimoni inerti.

 

2 giugno 2016