Perché i film horror ci fanno paura?

Gli horror ci spaventano perché fanno leva sulle nostre paure ancestrali, ma poi sono le tecniche di regia che scatenano l'empatia verso la vittima. Al resto ci pensa... l’amigdala. Leggi anche: i film dell'orrore fanno dimagrire.

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Gli horror ci spaventano perché fanno leva sulle nostre paure ancestrali, come la morte, la violenza, il dolore; perché ci mostrano immagini crudeli e scioccanti; e perché, grazie a tecniche di regia particolari, scatenano nello spettatore empatia con la vittima (dal greco empátheia: en = dentro + páthos = sofferenza, sentimento). I neuroscienziati, infatti, utilizzano spesso i film horror per le loro ricerche, perché sanno “accendere” una parte del cervello, l’amigdala (o corpo amigdaloideo), che gestisce le emozioni e in particolare la sensazione di paura.

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Il percorso della paura. Nel cervello, la paura segue due percorsi distinti: gli organi sensoriali passano l’informazione al talamo, dove il segnale, prima di raggiungere l’amigdala, si dirama in due: uno più corto dà l’allarme prima che noi ­si riesca a capire cosa stia accadendo (in 30 millisecondi); un altro, appena successivo, raggiunge la corteccia cerebrale (in 100 millisecondi) e avverte la presenza di un pericolo ­reale. Così, da sempre, l’uomo si salva la vita.

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Occhio al dettaglio. L’inquadratura a tutto schermo del dettaglio di un coltello che si conficca nella carne innesca nello spettatore il segnale della paura che fa il percorso più breve verso l’amigdala. Uno studio che ha seguito i movimenti oculari degli spettatori di un film horror ha infatti dimostrato che le loro sensazioni di paura sono correlate alla porzione “paurosa” di schermo che stanno osservando.

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Dietro c’è... Attenta: l’assassino è lì! è una tecnica di regia: far veder allo spettatore qualcosa che il protagonista non vede. Come in Halloween, la notte delle streghe (’78), quando Jamie Lee Curtis non sa che il killer è dietro di lei. Noi, che lo vediamo, proviamo uno shock: il segnale della paura arriva in 30 millisecondi all’amigdala. Appena dopo, arriva anche il segnale che passa per la corteccia cerebrale: quello della paura più consapevole.

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Identificazione con la vittima. Al cinema, poter vedere una minaccia che la protagonista non vede stimola ulteriormente l’amigdala. Come nella scena della doccia di Psyco (1960), dove Hitchcock ci mostra l’ombra dell’assassino che tira la tenda per uccidere l’ignara Janet Leight. Sono i 2 minuti di terrore più famosi della storia del cinema: 49 inquadrature dove noi ci identifichiamo con la vittima attraverso il suo volto terrorizzato, i dettagli a tutto schermo del coltello e della mano che lo impugna... Vedere per credere!

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Musica, maestro (dell’horror)! Provate a guardare Lo squalo, L’esorcista o Profondo rosso senza audio. Fanno meno paura, anche se in quella particolare scena non ci sono dialoghi. Perché manca la musica. Funziona anche al contrario: un brano musicale associato a film dell’orrore, soprattutto se ascoltato a occhi chiusi, attiva il centro neurale della paura, l’amigdala. Sia perché lo associamo a un film, sia perché i brani eseguono suoni cupi, o dissonanti, o addirittura simulano urla stridule, come le acutissime note degli strumenti ad arco.

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Schermo infernale. I film horror visti al cinema fanno più paura che in televisione. Questi film, studiati appositamente per farci paura, hanno infatti effetto solo se siamo noi a permetterlo. La sala cinematografica con il megaschermo è la trappola perfetta: riempie i nostri organi sensoriali di immagini violente e suoni terrificanti senza darci via di scampo. A casa, invece, le distrazioni possono essere tante, ed è difficile che si crei la situazione ideale perché questi film facciano il loro massimo effetto. La dimensione ridotta delle immagini viste nello schermo del televisore, infatti, diminuisce la sensazione di “immersione” nel film.

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Sangue? Mai troppo... Nel romanzo thriller Misery (1987) di Stephen King, il protagonista è uno scrittore sequestrato da una fan psicopatica che lo costringe a riscrivere un romanzo “solo per lei”. In una scena molto cruda, lo scrittore subisce l’amputazione di un piede con un colpo d’ascia sferrato dalla sua carceriera, perché aveva cercato di scappare. Nell’omonimo film Misery non deve morire, di Rob Reiner (1990), la scena originale è stata sostituita da una versione più soft: l’assassina spezza i malleoli allo scrittore con un colpo di mazza. La scena è “leggera” solo in apparenza: il piede tagliato, sullo schermo, avrebbe rischiato di suscitare non solo ribrezzo, ma soprattutto una reazione simile a quella che si ha con le scene “splatter”, ovvero così esagerate da essere ridicole. Ecco perché vedere meno sangue e immaginare la sofferenza inflitta può rendere la scena più agghiacciante.

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Paura in... crescendo. È dimostrato che più sono le volte in cui si assiste a una scena paurosa (l’assassino in azione, una morte orribile ecc.) e più ci si abitua. Accade quindi che il nostro cervello finisce per riconoscere e imparare a reprimere quella sensazione profonda di paura. I registi conoscono bene questo meccanismo: ecco perché, per stimolare sempre più la nostra corteccia cerebrale, devono rappresentare scene “in crescendo”, cioè aumentando sempre di più la dose di terrore.

Gli horror ci spaventano perché fanno leva sulle nostre paure ancestrali, come la morte, la violenza, il dolore; perché ci mostrano immagini crudeli e scioccanti; e perché, grazie a tecniche di regia particolari, scatenano nello spettatore empatia con la vittima (dal greco empátheia: en = dentro + páthos = sofferenza, sentimento). I neuroscienziati, infatti, utilizzano spesso i film horror per le loro ricerche, perché sanno “accendere” una parte del cervello, l’amigdala (o corpo amigdaloideo), che gestisce le emozioni e in particolare la sensazione di paura.