Perché cambiamo partner

Per cercare quello giusto. Per una nuova libertà. Ma anche per l’eredità dell’evoluzione. Perché, spiegano gli antropologi, siamo monogami, sì. Ma seriali...

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Finché morte non ci separi… o no? Anche se all’inizio di un’unione tendiamo a pensare che sia “per sempre” (o quasi), può accadere che a un certo punto si senta il bisogno di cambiare partner. E in questo non entrano in gioco solo litigi o problemi, ma persino l’evoluzione: la coppia, secondo gli antropologi, è “a tempo”, quindi dopo 4 o 5 anni (il necessario per crescere la prole) è “naturale” che ci si ponga il problema se riassortire la coppia. La nostra storia biologica insomma ci condiziona ancora oggi, con buona pace delle promesse di eterna fedeltà. La crisi si può superare o no, ma sono in aumento coloro che preferiscono cercare un nuovo partner. 

 

Il mito. Perché oggi nel cambiare partner si fondono natura e cultura, eredità dell’evoluzione e cambiamenti della società. Da una parte, gli antropologi ci spiegano che siamo in realtà dei monogami seriali: tendiamo cioè ad avere una relazione per volta, ma con compagni diversi nel corso della vita. L’antropologo Augustín Fuentes, nel suo libro Race, monogamy, and other lies they told you, sostiene per esempio che la monogamia è un mito, una condizione culturale imposta, che pochi riescono infatti a mantenere con serenità. 


Dall’altra i mutamenti nella società - a cominciare dal fatto che il matrimonio non è più indissolubile - fanno il resto. «La coppia seriale si diffonde fra le nuove generazioni a causa di cambiamenti culturali che stanno procedendo a grande velocità» dice il sociologo Carmelo Carabetta, autore di Giovani, cultura e famiglia. I giovani, rileva il sociologo, cambiano per un senso di libertà mai provato prima. «La coppia fissa non dura a lungo, data la percezione di provvisorietà delle condizioni di vita e il fatto che si riconoscono sempre meno i valori e i modelli della famiglia, ma anche della scuola, della chiesa e dei partiti». Le norme rigide della società si allentano e si torna un po’ “primitivi”. «E si mettono al centro i propri desideri» dice Carabetta. Le relazioni sono più libere; si vive la monogamia seriale anche per reagire alla noia e all’insofferenza di rapporti solidi, ma usuali. Questo cambio culturale si riflette nell’aumento delle separazioni: in Italia, secondo i dati Istat, dal 1995 al 2010 si è passati da 158 separazioni e 80 divorzi ogni mille matrimoni a 307 separazioni e 182 divorzi. All’origine ci possono essere seri problemi di convivenza o semplice voglia di cambiare, ma il trend segna per le separazioni un più 2,6% annuo.

Tentativi. Il nuovo, in amore, una volta rendeva più fluida la mescolanza genetica e dava resistenza alle malattie. «Oggi porta a confrontarsi, a fare cambiamenti importanti e a crescere come persone» spiega Emilia Costa, docente di psichiatria all’Università La Sapienza di Roma. La ricerca di un altro partner può rispondere a un bisogno tutt’altro che narcisistico e banale. «Nel rapporto amoroso, più che in altri tipi di relazione, ci si rimette profondamente in gioco perché si cerca di recuperare, con la figura del partner, la parte di sé “maschile” o “femminile”, del genere opposto, che può renderci completi come persone, anche a costo di fare diversi tentativi di coppia» spiega Costa.


Guardare oltre il partner del momento è, per gli antropologi, una tendenza antica, senza nulla togliere alla magia dell’innamoramento e alla solidarietà della coppia. L’antropologa americana Nancy Turner, nei suoi studi, ha teorizzato innanzitutto come sia nata la coppia. Ovvero come, da esseri promiscui, gli ominidi nostri progenitori di 2-3 milioni di anni fa siano diventati fedeli e “monogami”. Ciò avvenne per merito delle femmine. I maschi infatti avevano la convenienza a fecondare più femmine, che mostravano, con il rossore della parte posteriore, la condizione periodica di fertilità. Questo procurava però grandi dispersioni di energie in lotte fra i maschi. 


Ma le femmine iniziarono a preferire maschi più cooperativi e meno aggressivi, perché l’evoluzione aveva portato alla nascita di piccoli sempre più bisognosi di cure. E, per tenersi vicini i maschi più a lungo, divennero sessualmente disponibili tutto l’anno, senza mostrare quando erano fertili. I maschi a loro volta trovarono vantaggioso avere una compagna fissa, in tranquillità. 

Milioni di anni fa i nostri progenitori hanno smesso di essere promiscui e hanno formato coppie: per crescere meglio i figli.

Anche se le femmine potevano fare le loro “scappatelle”, il non mostrare lo stato di estro rendeva tutto più discreto e il compagno usuale si sentiva comunque il padre, responsabile nella crescita dei figli. Anzi, secondo l’antropologo Robin Dunbar, dell’Università di Oxford, il fatto di fare sesso senza essere visti dagli altri è un’abitudine nata per rafforzare l’intimità nella coppia, ma anche per rendere più facile l’infedeltà. Per David Buss, dell’Università del Texas, questa privacy fu vantaggiosa per salvare le coppie fin dalle origini, dato che permaneva una tendenza a tradire, osservabile ancora oggi in tutte le culture umane.

Quattro anni. La coppia è connaturata alla nostra specie. Ma quale tipo di coppia? Una coppia a tempo o “seriale”, come ha dimostrato l’antropologa Helen Fisher, della Rutgers University, raccogliendo informazioni su matrimoni e separazioni in decine di comunità tradizionali nel mondo. Dai dati è emerso che in noi è presente una sorta di orologio biologico dell’innamoramento, che ci fa desiderare e “sopportare” il partner come in un contratto naturale a termine. Ma questo orologio si è sincronizzato quando le comunità di cacciatori e raccoglitori avevano sì la figura dei genitori, ma anche quelle di giovani nonni e zii. Una volta che i bambini raggiungevano i quattro anni di età, potevano essere curati dai parenti in gruppo; poi i genitori restavano liberi di fare figli con altri partner. La coppia, insomma, secondo Fisher era tarata su quello che era l’intervallo tra le nascite: 4 anni. Questa visione considera che l’innamoramento e la solidarietà di coppia (seriale) siano il frutto di sentimenti che si formarono in quel contesto di caccia e raccolta. E ancora presenti in noi. 


Oggi ci innamoriamo di una persona e possiamo “stancarci” di stare con lei, anche se ci sentiamo in colpa, perché qualcosa di molto antico ci dice che è ora di cambiare. La fedeltà per la vita, secondo Fisher, non è una condizione naturale, ma un retaggio economico-culturale che si affermò quando gli uomini divennero agricoltori, circa 10 mila anni fa. Quando divenne importante reprimere la “serialità” della donna e l’adulterio. Nelle prime civiltà agricole si voleva infatti avere la certezza della paternità per consentire il passaggio ereditario delle terre: i figli - forza lavoro per coltivare i campi - dovevano essere “tuoi”. La monogamia prolungata, consacrata da molte religioni, era una garanzia di stabilità economica e sociale. E la fedeltà, soprattutto della donna, un obbligo. 

 

Neo-coppie. Perché le cose ora stanno cambiando? Secondo Helen Fisher «l’urbanizzazione, soprattutto nei Paesi occidentali, e la possibilità delle donne di avere un reddito, sta riportandoci a una dimensione di cacciatori e raccoglitori, dove la donna torna a essere in parità con l’uomo. 
Stiamo tornando a una monogamia seriale, che si manifesta con un minore aiuto di nonni e zii, ma con il supporto del welfare e la possibilità di creare nuove famiglie, dove convergono figli di genitori diversi». E l’acquisizione di nuovi “fratelli”, “mamme” e “papà” può arricchire la rete sociale per nuove solidarietà.

05 Giugno 2016 | Franco Capone
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