Comportamento

Perché avere paura può farci bene

Se ti spaventa, è un buon segno: vivi i tuoi timori e provaci lo stesso. Ecco quali sono le basi scientifiche della paura, e quali sono i rischi nel provarne troppa (o troppo poca).

Vi è mai capitato di ricercare un'esperienza apposta perché promette di scatenare brividi e adrenalina? La vita moderna è, come spiega un articolo pubblicato su The Conversation, povera di stimoli paurosi nel senso biologico del termine. Molti di noi, invitati a raccontare che cosa temono, citeranno il terrore di situazioni inaspettate e incontrollabili che possano verificarsi nel futuro (perdita del lavoro, malattie...).

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Fifoni si nasce. Ma la paura - una delle emozioni innate che ci accomuna a molti animali - è più una risposta biologica a una situazione di pericolo, che ci impone di fuggire, combattere o "congelarci" in attesa che la situazione si risolva. Sperimentarla è essenziale, se si vuole sopravvivere: un animale capace di sentire il pericolo vivrà abbastanza da trasmettere il suo patrimonio genetico alla prole.

Al contrario, l'assenza di paura - come quella causata, per esempio, da una lesione all'amigdala, una struttura cerebrale che gioca un ruolo chiave nell'identificazione del pericolo e in altre emozioni "ancestrali" - può esporci a situazioni di rischio non calcolato.

Un frame del video dell'esperimento del Piccolo Albert. Per un processo di apprendimento chiamato generalizzazione della risposta - in sostanza, per una questione di somiglianze tra stimoli - il bambino imparò a temere ogni oggetto morbido o peloso, inclusa la barba. Vedi anche: gli esperimenti più terrificanti mai tentati © Wikimedia Commons

fifoni si diventa. L'origine della paura non è solo biologica, ma anche cognitiva: con l'esperienza impariamo ad associare a determinati input una risposta di difesa. Un esempio classico è l'esperimento del Piccolo Albert, compiuto dallo psicologo statunitense John B. Watson su un bambino di 9 mesi di età (i risultati furono pubblicati nel 1920).

Nello studio, che oggi verrebbe respinto da qualunque comitato etico, si indusse una fobia in un bambino prima sano facendogli ascoltare un suono intenso e sgradevole ogni volta che giocava con un topolino bianco (un animale che prima non temeva). Dopo alcune esposizioni, per il fenomeno del condizionamento, il piccolo prese non solo a piangere alla vista del topo, ma anche a quella di qualunque altro oggetto morbido o peloso.

Si pensa che le fobie nascano per un meccanismo simile: impariamo ad associare a un'esperienza prima neutra un'altra esperienza fortemente negativa.

Dietro a ogni paura c'è un mix scatenante di fattori biologici e cognitivi. Perché i clown ci fanno paura? © via Wikimedia Commons

La giusta dose. La vita moderna è ricca di paure nate in senso cognitivo ma povera di stimoli paurosi "primitivi" e animali. Questo causa da un lato la mancanza di empatia con chi si trova a vivere esperienze davvero terrificanti, dall'altra, in alcuni, la ricerca di rischi a tutti i costi.

Un po' di paura è dunque un toccasana: spaventarci per un tamponamento sfiorato ci renderà più prudenti alla guida per un periodo di tempo. Troppa paura - o per troppo tempo - finisce però per scatenare una reazione prolungata di stress, con alti livelli di cortisolo, infiammazione prolungata, soppressione delle risposte immunitarie, fino alla sindrome post-traumatica da stress. Come spesso accade, l'equilibrio sta nel mezzo.

6 settembre 2017 Elisabetta Intini
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