Psicologia

Paese che vai, dislessia che trovi

Il disturbo del linguaggio che impedisce di leggere e scrivere fluentemente non è uguale in tutto il mondo. Perché non sono uguali i cervelli dei dislessici: una nuova ricerca identifica le differenze funzionali tra i madrelingua "alfabetici" e non. (Andrea Porta, 9 maggio 2008)

È noto che la dislessia - disturbo neurologico caratterizzato da difficoltà di lettura e scrittura - si presenta con caratteristiche diverse a seconda della lingua madre del soggetto. Se in inglese, in italiano e nella maggior parte delle lingue europee il dislessico ha difficoltà a collegare le parole scritte con i suoni corrispondenti, arrivando a invertire sillabe e lettere durante la lettura, i dislessici cinesi, per esempio, presentano disturbi diversi e finora poco studiati. In cinese a ogni simbolo (ideogramma) è associato un significato complesso, e non un singolo suono come in italiano. Col risultato che un dislessico asiatico può presentare un'ampia gamma di problemi del linguaggio: ortografici, semantici (associazione parola-significato) e fonetici (pronuncia), innanzi tutto.

Cervelli diversi. Un contributo alla comprensione del fenomeno lo dà però un gruppo di ricerca di Hong Kong guidato da Li-Hai Tan, che in un recente studio ha mostrato come le differenze tra dislessia europea e cinese siano motivate anche dal diverso funzionamento "linguistico" del cervello. Studiando le funzioni cerebrali di alcuni studenti cinesi e inglesi, sani e dislessici, i ricercatori hanno rilevato infatti che i dislessici inglesi mostrano un minore sviluppo della regione parietale sinistra, implicata nella conversione delle lettere in suoni. I cinesi dislessici, invece, presentano un volume di materia grigia inferiore nella sezione del lobo frontale, coinvolta nella memoria e nell'identificazione delle immagini e delle forme. Secondo gli studiosi, la scoperta va correlata proprio alla differenti abilità richieste nella lettura delle lingue ideogrammatiche, come appunto il cinese.

Quando la pronuncia è un ostacolo. Un dislessico in una lingua può quindi non esserlo in un'altra? Sì, secondo i ricercatori, che confermano così uno studio precedente (2001), che aveva ipotizzato qualche cosa di analogo senza però cercare differenze funzionali. Partendo dalle statistiche, che ci dicono che in Italia ci sono meno dislessici che nei Paesi di lingua inglese, una ricerca condotta dalla University College di Londra e dall'Università di Milano Bicocca aveva mostrato che la scarsa corrispondenza tra ortografia e pronuncia delle parole inglesi è da sola una buona spiegazione del fenomeno: con i suoi 40 fonemi (suoni) e 1.120 forme grafiche per rappresentarli, l'inglese è decisamente più ostico per un dislessico, anche madrelingua, rispetto all'italiano, che conta solo 25 fonemi e 33 forme grafiche. A oggi, infatti, solo allo 0,5% degli studenti italiani viene diagnosticato il disturbo: nel nostro Paese molti casi "leggeri" passano infatti del tutto inosservati.

9 maggio 2008
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