Le espressioni del viso non sono così universali come si credeva

Il significato di ciò traspare dal volto non è per tutti uguale: anche se è il risultato di stimoli simili, può cambiare radicalmente a seconda della cultura.

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Per i ricercatori, anche nelle danze rituali dei Maori si assume un volto "spaventato" per incutere timore in chi guarda.|Jacky Naegelen/REUTERS

Rabbia, tristezza, disgusto, sorpresa... È una teoria diffusa che, nonostante le barriere linguistiche e le diversità di culture, le espressioni basilari del volto umano siano universalmente riconosciute e condivise. Quanto c'è di vero?

 

Un nuovo studio pubblicato su Proceedings of the National Academy of Sciences sembra confutare questa teoria. Molte espressioni dal significato comune nel mondo occidentale - inclusa quella, per noi inconfondibile, della paura - assumono un valore completamente diverso presso una popolazione isolata della Papua Nuova Guinea.

Gli studi "classici". La teoria dell'universalità delle espressioni umane si basa soprattutto sui lavori dello psicologo statunitense Paul Ekman, che nei suoi esperimenti negli anni '60 mostrò una serie di foto di uomini e donne occidentali a culture isolate, incluse alcune della Papua, concludendo che le classiche conformazioni con le quali veicoliamo le emozioni, dalla rabbia alla felicità, dalla tristezza alla sorpresa, sono comprensibili da tutti e senza barriere.

 

Sul posto. Gli psicologi Carlos Crivelli e José-Miguel Fernández-Dols, dell'università autonoma di Madrid, hanno ripreso lo studio di Ekman applicando un metodo sperimentale più rigoroso e "immersivo". Crivelli e il collega antropologo Sergio Jarillo hanno trascorso diversi mesi nelle isole Trobriand, al largo della costa orientale della Papua Nuova Guinea, dove 12 mila persone vivono completamente isolate dal resto del mondo.

 

L'esperimento. Dopo aver imparato i rudimenti della lingua locale - e aver persino guadagnato un nome "indigeno" - hanno somministrato a 72 ragazzi del luogo dai 9 ai 15 anni di età una serie di foto di volti, chiedendo loro di collegare l'emozione manifestata a una di queste: felicità, tristezza, rabbia, paura, disgusto, fame.

Ma siete sicuri? I giovani hanno collegato quasi sempre il sorriso alla felicità, ma si sono dimostrati più incerti di fronte a facce accigliate, nasi arricciati e visi neutrali. Su un'espressione però si sono detti tutti d'accordo: quella con occhi e bocca spalancati, che le culture occidentali associano a paura e sottomissione. Per i ragazzi delle Trobriand, quella era inconfutabilmente "rabbia".

 

Da intimorito a intimorente. Quella conformazione del volto è associata, presso queste popolazioni, a un atteggiamento aggressivo e non spaventato. Fatto che è stato confermato in un esperimento successivo, quando il team ha chiesto ai volontari: "Con quali di queste persone inizieresti uno scontro"? E il volto della paura ha raccolto il maggior numero di voti.

 

Sfumature diverse. Per gli autori dello studio, questo significa che i volti elicitano (inducono) comunque una reazione fisiologica di base, ma che questa viene poi declinata in base alla cultura di appartenenza. Per cui un'espressione che evoca una risposta a una situazione di urgenza può essere interpretata come "motivata dalla paura" per gli occidentali, e "che fa paura" dagli abitanti delle Trobriand.

 

Le conseguenze. Se la teoria sarà confermata - per esempio, da studi che chiedano ai soggetti di riprodurre quelle emozioni con il proprio volto, o di riconoscerle dal vivo - la scoperta avrebbe importanti implicazioni nelle ricerche sui software di riconoscimento emotivo. E inviterebbe a ripensare a come il contesto in cui viviamo possa filtrare ciò che crediamo di vedere.

 


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20 Ottobre 2016 | Elisabetta Intini