Psicologia

Un software per combattere paure e fobie

I primi, promettenti test di una nuova tecnica che permette di trattare ansia e disturbo post-traumatico da stress, senza bisogno di rievocare consciamente le paure.

Una nuova tecnica per il trattamento delle fobie e della sindrome post-traumatica da stress potrebbe consentire, un giorno, di trattare l'ansia derivante da stimoli paurosi senza costringere chi ne soffre a rivivere consapevolmente l'evento scatenante.

Il metodo sviluppato dagli scienziati dell'ATR Computational Neuroscience Lab (Giappone) e descritto su Nature Human Behaviour, sfrutta un software che analizza le immagini cerebrali del paziente e individua il momento in cui associare, all'attivazione derivante dalla paura, una ricompensa. In alcuni test preliminari ha dato risultati incoraggianti: non ha cancellato completamente l'ansia ma l'ha ridotta di molto.

Troppo difficile. Oggi uno dei modi principali di trattare le fobie e gli strascichi di eventi traumatici prevede di far rivivere ai pazienti l'evento doloroso in condizioni "controllate": è la cosiddetta terapia di esposizione graduale. Da tempo Mitsuo Kawato, tra gli autori dello studio, cercava un'alternativa a questo tipo di approccio, che induce il 40% delle persone con disturbo post traumatico da stress ad abbandonare la terapia, psicologicamente impegnativa da sostenere.

Senza che se ne accorga. L'ha trovata in una tecnica chiamata "DecNef" (da decoded neurofeedback) che si svolge in risonanza magnetica funzionale (fMRI) e consiste nell'indurre una risposta nel paziente misurando i suoi pattern di attivazione cerebrale, confrontandoli con una attivazione "ideale", e restituendogli un feedback adeguato senza che il soggetto debba pensarci consapevolmente.

L'esperimento. Per lo studio, è stata registrata l'attività neurale di un gruppo di volontari intenti a fissare cerchi rossi, verdi, blu o gialli su uno schermo. Dopo una cinquantina di "flash", il software ha identificato le aree di volta in volta attivate fino a identificare una specifica attività cerebrale per ciascun colore.

Quello fa male! I soggetti sono stati poi sottoposti a un'altra sequenza di immagini, ma questa volta con l'inserimento di coppie di cerchi - per esempio, verde e rosso - che anticipavano una scossa elettrica dolorosa ma sopportabile. In questo modo i partecipanti hanno imparato ad associare la paura ai cerchi di doppio colore.

Associazione positiva. A questo punto, i volontari sono stati fatti sistemare nello scanner, senza che sapessero di essere monitorati, e senza chiedere loro di pensare alla paura della scossa. Il loro cervello, sebbene "a riposo" ha tuttavia continuato ad attivarsi: il software ha identificato quelle attivazioni e offerto, ogni volta che le "vedeva", una ricompensa in denaro al soggetto, attraverso un messaggio comparso su uno schermo.

Buoni risultati. I volontari avevano ricordi traumatici per entrambi i colori dei cerchi associati alla scossa, ma si è scelto di cancellare soltanto le paure relative a un colore, per misurare la differenza rispetto all'altro. E ha funzionato: dopo tre trattamenti da un'ora, la paura di quello stimolo era svanita, e l'ansia misurata attraverso sensori sulla pelle dei soggetti appariva dimezzata.

Vaste applicazioni. Ora i ricercatori stanno cercando di capire quanto a lungo duri l'attenuazione della paura, e se la tecnica possa servire a trattare le vere fobie (e non quelle create a solo scopo sperimentale). L'idea è di creare una "biblioteca" delle attivazioni cerebrali associate alle paure più comuni e poterle poi trattare senza che i pazienti debbano rivivere quegli stessi traumi in modo conscio e doloroso.

25 novembre 2016 Elisabetta Intini
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