Psicologia

La storia controversa dei test del QI

Chi li ha inventati, come sono stati strumentalizzati e perché non sono una misura affidabile dell'intelligenza umana. Che ha poco a che fare con i risultati accademici, e molto con la cultura di provenienza.

Di test di intelligenza si parla spesso a sproposito, e sempre (almeno nei contesti seri) in modo problematico: davvero l'intelligenza umana è descrivibile soltanto da una serie di domande a risposta multipla?

Eppure il quoziente di intelligenza ritorna spesso agli onori della cronaca (non ultima la vicenda tra il presidente americano Donald Trump e il suo segretario di Stato), tanto che può valere la pene ripercorrere la storia travagliata di questo strumento.

Nato "storto". Il primo vero test di intelligenza moderno ha poco più di un secolo di vita. Nacque nel 1905 per valutare quali fossero, nelle classi, gli alunni bisognosi di un aiuto in più nelle materie scolastiche. Lo mise a punto, con l'aiuto di un collaboratore, lo psicologo francese Alfred Binet (1857-1911), su incarico del governo del suo paese.

La scala Binet-Simon, poi sottoposta a diverse revisioni da parte degli autori stessi, divenne la base per tutti i successivi test del quoziente intellettivo, ma si rivelò presto insufficiente e inadeguata. Proprio Binet sosteneva non desse merito della creatività e dell'intelligenza emotiva dei bambini.

Per i cadetti. Non importava: la possibilità di valutare con un test un'entità complessa e astratta come l'intelligenza scatenò una proliferazione di test del QI, che iniziarono ad essere usati in ambito scolastico per individuare i bambini bisognosi di supporto e quelli plusdotati, ma anche in contesti molto lontani dai banchi, come nel reclutamento di soldati.

Durante la prima guerra mondiale, l'Alpha e Beta Test della US Army furono utilizzati per valutare 1.750.000 soldati, e studiare temperamento e doti intellettive dell'esercito americano.

Strumentalizzati. La diffusione di test standardizzati per valutare il QI fu presto sfruttata dai fautori dell'eugenetica come pretesto per sostenere tesi etnocentriche e razziste. Più volte nel corso del XX secolo si sostenne che i differenti risultati ottenuti nei test da minoranze etniche o fasce povere della popolazione fossero dovuti a differenze genetiche tra queste sacche sociali e la borghesia bianca, differenze che determinavano la superiorità intellettiva di quest'ultima. Le disuguaglianze economiche e sociali che le minoranze pativano non erano altro che le "conseguenze evolutive" di questo svantaggio genetico.

Segregazione. Queste vaneggianti teorie avevano trovato spazio nello stesso mondo accademico. Analizzando i risultati dell'Alpha e Beta test dell'esercito americano, lo psicologo Carl Brigham dell'Università di Princeton dimostrò, con sofisticate analisi statistiche, che l'intelligenza media americana era in declino, e richiese politiche anti immigratorie che potessero evitare il mix razziale ritenuto all'origine del problema.

Sulla stessa linea si era collocato qualche anno prima, lo psicologo Lewis Terman (realizzatore di un'importante scala metrica, una revisione di quella di Binet): egli riteneva che gli alunni di alcune minoranze etniche non fossero in grado di capire l'astrazione e dovessero essere segregati in classi separate.

In seguito molti lavori hanno criticato queste posizioni, dimostrandone la fragilità nelle analisi e sottolineando l'inconsistenza scientifica dell'ipotesi dell'intelligenza ereditaria.

I test del QI sono ancora uno strumento efficace per individuare i bambini e ragazzi plusdotati. © Shutterstock

Sempre più a fondo. Ma ormai uno strumento scientifico nato con un'utilità pratica era divenuto un mezzo per marginalizzare comunità già isolate: nel 1927, una legge della Corte suprema degli Stati Uniti stabilì che i "deboli di mente" i cui deficit cognitivi erano stati "certificati" da un test del QI potessero essere sterilizzati. La legge e il caso giudiziario che la portò in vigore, conosciuto come Buck v Bell, determinarono la sterilizzazione coatta di 65 mila persone sulla base anche del quoziente intellettivo, fino agli anni '70 del '900.

La questione geografica. Oggi la discussione si è spostata su che cosa significhi "intelligente". Sempre di più l'intelligenza sembra una misura fluida collegata alle esigenze del contesto di origine. In alcune comunità africane, è intelligente chi padroneggia la conoscenza delle erbe medicinali: una dote che nelle nostre città non ha altrettanto valore.

Proprio la specificità culturale dell'intelligenza renderebbe i test del QI sbilanciati sui parametri considerati standard da chi ha creato questi strumenti: scienziati bianchi e occidentali. Somministrarli in contesti culturali diversi rischia di non fare emergere il tipo di intelligenza considerato vitale in quella specifica comunità.

Insomma i test del QI sono tutti "da buttare"? No. Anche se non vanno considerati come misura universale dell'intelligenza, possono essere sfruttati per identificare bambini plusdotati o bisognosi di assistenza in contesti sociali poveri, dove queste caratteristiche sono spesso trascurate; possono servire a individuare malnutrizione o esposizione a sostanze velenose come piombo e arsenico (che hanno conseguenze sullo sviluppo cerebrale). O ancora, a valutare l'efficacia di un intervento su ragazzi con problemi dell'apprendimento.

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13 ottobre 2017 Elisabetta Intini
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