La scienza dello paura: perché (a volte) apprezziamo il brivido

Quali meccanismi scattano in un cervello impaurito? Perché alcuni amano film e scherzi dell'orrore, e altri no? Come si capisce se uno stimolo è "sicuro"? Le neuroscienze dello spavento.

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Divertiti o terrorizzati? Questione di equilibrio.|Shutterstock

La paura è una reazione biologica, antica e profondamente connaturata negli esseri viventi, che protegge dai pericoli reali o soltanto percepiti. Che la si ami o la si odi una cosa è certa: la veneriamo abbastanza da averle dedicato un'intera stagione di festa. Vediamo allora come questa esperienza prende corpo nel cervello umano, come si impara a controllarla e perché alcuni sembrano domarla meglio di altri.

Come si forma la paura nel cervello? La reazione a uno stimolo spaventoso nasce nel cervello a livello dell'amigdala, un raggruppamento di nuclei localizzati nel lobo temporale mediale dei due emisferi cerebrali. Questa struttura a forma di mandorla ha il compito di stabilire la rilevanza emotiva di un'esperienza. Per esempio si attiva sempre di fronte a un volto umano che esprima una qualche emozione, ma lavora più intensamente se quel volto trasmette rabbia o paura.

 

L'attivazione dell'amigdala in risposta a uno stimolo pauroso scatena una serie di risposte a livello motorio, ormonale e del sistema nervoso simpatico (quello delle funzioni corporee involontarie). Il cervello si fa ipervigile, le pupille e i bronchi si dilatano, respiro e battito cardiaco diventano più frequenti. Aumentano pressione sanguigna e apporto di glucosio ai muscoli scheletrici. Siamo pronti a fuggire, o a difenderci.

 

L'ippocampo (una formazione cerebrale implicata nei processi di apprendimento e memoria) e la corteccia prefrontale, corrono allora in aiuto per analizzare quello stimolo a un più avanzato livello cognitivo, e capire se il pericolo percepito sia reale.

Quanto conta il contesto? Qui entra in gioco la situazione in cui siamo coinvolti. Se ci troviamo in un contesto effettivamente pericoloso (per esempio in una strada buia da soli, con un rumore sospetto di passi alle nostre spalle), il circuito "razionale" e quello "emotivo" si trovano d'accordo. Meglio allungare il passo!

Visto in natura, suscita un timore diverso che sul grande schermo. | Shutterstock

Se invece il contesto rassicura (ci troviamo in un corridoio buio e pieno di ombre, ma siamo all'interno di una casa infestata al Luna Park), la risposta dell'amigdala viene inibita: dopo lo spavento iniziale, siamo in grado di farci una risata, e di trasformare il timore in eccitazione.

Come distinguiamo gli stimoli realmente pericolosi dagli altri? Grazie a un fattore squisitamente umano, ossia la capacità di apprendere. Come altri animali impariamo ad avere paura di qualcosa con l'esperienza: se veniamo aggrediti da un cane, o vediamo qualcuno che viene aggredito, inizieremo probabilmente a temerlo anche noi.

 

A differenza degli altri animali però, sappiamo apprendere dalle parole e dalle informazioni scritte, e abbiamo quindi uno strumento in più. Se un cartello segnala la presenza di un cane da guardia, ci terremo alla larga da quel cancello. Allo stesso modo, vedendo altri umani che giocano tranquillamente con un cane (apprendimento sociale) o ascoltando le loro testimonianze positive, impareremo a non avere paura.

Non c'è niente da temere: lo impariamo osservando gli altri. | Shutterstock

Perché ad alcuni piacciono le esperienze "da brivido", e ad altri no? La paura distrae per un momento da tutte le altre preoccupazioni che ci assillano (le bollette da pagare, un esame che si avvicina), obbligandoci a reagire nell'attimo presente. Una volta superata la reazione di attacco o fuga, ci si può sentire sollevati e rassicurati per essere al sicuro. Sempre che si riesca a raggiungere un giusto equilibrio tra l'eccitazione causata dalla paura, e il senso di controllo che il cervello razionale sente invece di avere su quella situazione.

 

Uno squilibrio tra questi due fattori rischia di causare un'agitazione eccessiva o, al lato opposto, una reazione di noia. Se un'estrema attivazione di attacco o fuga fa percepire lo stimolo spaventoso come troppo reale, una persona potrà non apprezzare le scene splatter di un film horror, perché non riesce a prenderne le distanze.

 

Al contrario un anatomopatologo abituato a un certo tipo di esperienza, che non riesca a inibire abbastanza la valutazione cognitiva di quella stessa scena, potrebbe invece giudicarla non abbastanza verosimile, e reagire con un sonoro sbadiglio. Ecco perché non tutti apprezzano il genere horror.

 

Di paura ci si può ammalare? Sì. Scherzi di Halloween a parte, esperienze traumatiche e livelli anomali di paura e ansia possono compromettere il normale svolgimento delle attività quotidiane. Quasi una persona su quattro sperimenta almeno una volta nella vita un qualche disturbo d'ansia, e quasi una su otto va incontro a un disturbo post traumatico da stress. Si tratta fortunatamente di condizioni che si possono curare, con la psicoterapia o terapie farmacologiche.

31 Ottobre 2017 | Elisabetta Intini