Il robot che simula una presenza fantasma

La sensazione di essere seguiti da una presenza misteriosa dipende dalla mancata integrazione dei segnali di posizione e movimento nel cervello: lo prova il primo esperimento di  laboratorio "popolato" di fantasmi.

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Non è reale: è una dispercezione del cervello. | Pep Karsten/fstop/Corbis

I fantasmi esistono per davvero... nella nostra mente. La sensazione di una presenza costante e impalpabile proprio dietro di noi dipenderebbe da un'alterazione dei segnali sensori/motori del cervello, che integrano le informazioni sull'ambiente che ci circonda con quelle della nostra posizione nello spazio.

 

Un gruppo di scienziati del Politecnico Federale di Losanna (EPFL) è riuscito a ricreare l'illusione di una presenza "sinistra" in laboratorio, con l'aiuto di un robot. Lo studio è stato pubblicato su Current Biology.

 

SOTTO MASSIMO STRESS. La sensazione di essere seguiti da un'entità fantasma è talvolta riportata da pazienti con disordini psichiatrici o problemi di natura neurologica, come l'epilessia. In alcune occasioni è stata descritta anche da esploratori o alpinisti che hanno vissuto situazioni estreme, come la deprivazione d'ossigeno o un principio di congelamento.

 

Nel 1970 Reinhold Messner, raccontando della discesa dalla cima del Nanga Parbat appena conquistata, disse di aver avvertito, accanto a sé e al fratello, una terza presenza invisibile che lo seguiva a pochi passi di distanza, appena fuori dal suo campo visivo.

 

Da dove proviene. Un team di neuroscienziati guidati da Olaf Blanke ha identificato le aree cerebrali legate a questo genere di apparizioni. I ricercatori hanno analizzato le risonanze magnetiche di 12 pazienti con disordini neurologici (soprattutto epilessia) che avevano descritto l'esperienza mistica.

 

Le analisi hanno evidenziato alterazioni in tre regioni della corteccia cerebrale: quella insulare, quella frontoparietale e quella temporoparietale. Queste aree sono coinvolte nell'elaborazione dei segnali multisensoriali che danno informazioni sulla nostra posizione nello spazio, sulla consapevolezza del nostro corpo e dei nostri movimenti (propriocezione).

 

Esperimento da brividi. A questo punto il team ha ricreato in laboratorio un effetto di dissonanza percettiva su soggetti sani. I partecipanti sono stati disposti, bendati, in mezzo a due bracci robotici collegati elettricamente: grazie a un semplice meccanismo potevano azionare liberamente quello posto davanti a loro, mentre quello dietro semplicemente replicava i movimenti del primo sfiorando il loro corpo.

 

Il setting sperimentale, con i due bracci robotici sistemati davanti e alle spalle del soggetto. | Alain Herzog/EPFL

Quello non sono io! Finché il braccio posteriore si è mosso in modo sincrono a quello dei volontari, i soggetti hanno correttamente collegato il tocco che sentivano a quello del robot. Ma quando il braccio posteriore è stato fatto muovere in modo asincrono, con qualche secondo di ritardo, i volontari hanno percepito l'illusione di una presenza fantasma dietro di sé. Alcuni sono rimasti talmente turbati da chiedere di interrompere l'esperimento.

 

Tutta colpa del cervello. «Abbiamo indotto per la prima volta la sensazione di una presenza aliena in laboratorio. Ciò dimostra che può sorgere in condizioni normali, semplicemente mandando in conflitto i segnali sensorimotori», spiega Blanke. «Il sistema robotico mima le sensazioni descritte dai pazienti con disordini cerebrali o da individui sani che vivono esperienze estreme. È la conferma che l'illusione è creata da una percezione alterata dei nostri corpi da parte del cervello.»

 

Non integrata. «Il cervello possiede diverse rappresentazioni del nostro corpo nello spazio», aggiunge Giulio Rognini, autore dello studio. «In condizioni normali, le assembla in una percezione unificata. Ma quando il sistema non funziona a causa di una patologia (o di un robot, come in questo caso) si crea una seconda rappresentazione del proprio corpo che non viene più percepita come "sé" ma come qualcun altro, come una "presenza"».

 

Guarda anche il video dell'esperimento (in inglese):

 

10 novembre 2014 | Elisabetta Intini