Psicologia

Hikikomori: identikit di chi si isola dal mondo

La parola hikikomori definisce una grave condizione di isolamento sociale, sempre più comune tra i più giovani e gli adolescenti.

Sono spesso giovani e si nascondono dietro a una playstation o un computer: la condizione degli hikikomori, termine coniato in Giappone, non è circoscritta all'arcipelago asiatico e, con l'intento di favorirne il trattamento clinico in tutto il mondo, alcuni ricercatori hanno pubblicato un articolo sul World Psychiatry nel quale definiscono in modo chiaro e univoco questa condizione di isolamento sociale. Per capire la portata di questo fenomeno bastano alcuni numeri: in Giappone, il governo stima che gli hikikomori siano più di un milione; secondo Saitō Tamaki, esperto sul tema, sarebbero decisamente molti di più: forse anche dieci milioni.

Identikit di un hikikomori. L'articolo sottolinea i tratti principali che contraddistinguono un hikikomori: un individuo affetto da tale condizione non esce mai di casa, ed è perciò caratterizzato da un "marcato isolamento sociale" che dura da almeno sei mesi; conseguentemente, soffre di ansia funzionale. Inoltre, un hikikomori potrebbe soffrire contemporaneamente di altre patologie mentali: «Il fatto che l'isolamento sociale avvenga spesso in concomitanza con malattie mentali non fa che rafforzare l'idea che si debba considerare un problema di salute vero e proprio», riportano i ricercatori.

La tecnologia non aiuta. Purtroppo i progressi tecnologici non aiutano: «Al giorno d'oggi la tecnologia costituisce un'alternativa all'interazione sociale dal vivo: per questo l'hikikomori potrebbe diventare un problema sempre più grande», afferma Alan Teo, professore associato di psichiatria all'Oregon Health & Science University School of Medicine e coautore dello studio. Ed è proprio quando il computer diventa il sostituto di amici e conoscenti che nasce il problema (come nel caso dell'adolescente milanese che nel 2014 non uscì di casa per un anno intero). «Le interazioni sociali sono un aspetto fondamentale della qualità della vita», sottolinea Teo: «spesso, però, i medici se ne dimenticano».

26 gennaio 2020 Chiara Guzzonato
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