Stili di apprendimento, un falso mito da sfatare

Non è vero che ogni studente necessita di uno specifico canale sensoriale per imparare: viaggio alle radici di un diffuso luogo comune su cervello, memoria e insegnamento.

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A ogni studente il suo stile di apprendimento? Un neuromito diffuso. | Giulio Sarchiola/Contrasto

C'è chi è predisposto a un apprendimento "visivo" e impara meglio evidenziando i concetti con diversi colori; e chi dà il massimo sul canale auditivo-verbale, e memorizza più facilmente ripetendo le frasi a voce alta.

 

Molti di noi sono cresciuti sentendo parlare degli stili di apprendimento, l'idea che ogni studente prediliga, nel suo approccio coi libri, modalità di studio basate su canali sensoriali diversi, da quello visivo - con immagini, schemi, video - a quello verbale (che predilige istruzioni scritte o ascoltate). Ma quanto c'è di vero?

 

Nulla, secondo un articolo recentemente pubblicato sul New York magazine. Quello degli stili di apprendimento è uno dei tanti falsi miti che circolano sul cervello (come quello che vuole che utilizziamo soltanto il 10% di esso, o che la dominanza dell'uno o dell'altro emisfero possa influire sulla personalità).

 

Già nel 2014 Paul Howard-Jones, professore di neuroscienze all'Università di Bristol, aveva pubblicato una revisione scientifica che smentiva questo neuromito; ora, un lavoro di Philip Newton, neuroscienziato della Swansea University (Galles) chiarisce il motivo della sua capillare diffusione: la ragione, cioé, alla base del successo di questo mito, sostenuto dalla maggior parte degli insegnanti ma non confermato da evidenze scientifiche.

 

Una bufala diffusa. Nel suo articolo pubblicato su Frontiers in Psychology, Newton dimostra che, cercando con la chiave "stili di apprendimento" sui motori di ricerca dei più famosi database scientifici (come PubMed), si incorre in pubblicazioni che nella maggior parte dei casi (per il 94% delle volte) danno una visione positiva di queste modalità di insegnamento, incoraggiandole più o meno direttamente, anche in mancanza di basi scientifiche sul loro effettivo funzionamento.

 

Da qui l'inghippo: anche gli insegnanti che, agendo con scrupolo, volessero informarsi sull'efficacia degli stili di apprendimento, troverebbero un incoraggiamento implicito in letteratura, sebbene nessuno degli studi più seri e specifici su questo tema abbia trovato le prove scientifiche della validità di questo metodo.

 

Le prove "contro". Quelle che negano l'esistenza di diversi stili di apprendimento sono molte. Nel 2004, una ricerca di Frank Coffield, professore di pedagogia presso l'Università di Londra, ha esaminato 13 tra i più popolari stili di apprendimento, concludendo che mancavano le basi scientifiche per incoraggiarne l'uso.

 

Ben vengano i metodi di insegnamento creativi. Ma non esistono stili di apprendimento personalizzati. | Daniele Mattioli / Anzenberge/contrasto

Problemi di metodo. Nel 2008 un altro studio di Harold Pashler, professore di psicologia all'Università della California di San Diego, ha evidenziato come nella maggior parte dei casi, gli studi su questo tema manchino di rigore scientifico, e i pochi che lo possiedono raramente raggiungono conclusioni a favore di questo metodo di insegnamento.

 

Leggerezze scientifiche. All'origine del suo successo potrebbe esserci la diffusione di interpretazioni scorrette e generalizzazioni riguardo il funzionamento del cervello, come quella secondo cui le diverse aree cerebrali sarebbero specializzate ciascuna in un compito (visivo, auditivo, processazione degli stimoli sensoriali) e che gli alunni apprenderebbero meglio se lasciati liberi di sfruttare l'area del proprio cervello che funziona meglio. In realtà il cervello è talmente interconnesso che parlare di localizzazione di una determinata funzione non ha senso.

 

La scarsa conoscenza generale di temi complessi come quelle delle neuroscienze, e la risposta positiva degli studenti a metodi di apprendimento creativi e alternativi, hanno fatto il resto, contribuendo alla sedimentazione di questa ennesima "bugia storica" sul cervello.

 

5 gennaio 2016 | Elisabetta Intini