C'è davvero una "saggezza della folla"?

Non sempre: in molti casi, la credenza della maggioranza è semplicemente sbagliata. Secondo uno studio di ricercatori del Mit c'è però un modo per far emergere la verità. 

spl-con_h_25.f016-1775
|SPL/Contrasto

Un gruppo di persone riesce meglio di un singolo individuo nel compito di rispondere a un dubbio, o nel risolvere un problema. O almeno così si dice. È la cosiddetta sapienza (o intelligenza) della folla, wisdom of crowd in inglese, un’idea talmente abusata da essere ormai divenuta un luogo comune. Eppure, non sempre la folla ci azzecca.

 

In molte circostanze, l’opinione o la risposta che emerge a colpi di maggioranza da un gruppo è quella sbagliata. Non è detto però che l’idea sia da buttar via, in assenza di alternative migliori. Un team di ricercatori del Massachusetts Institute of Technology di Boston (Mit) propone un correttivo per dare alla vox populi maggiori chance di indovinare la verità, sperimentato in diversi curiosi casi in prove reali.

 

| SPL/Contrasto

Folla saggia o stupida? A esprimere totale scetticismo nelle capacità del gruppo era stato lo psicologo e sociologo francese Gustave Le Bon, che alla fine dell’Ottocento scriveva: “le folle non possono mai compiere azioni che richiedono un alto grado di intelligenza e sono sempre intellettualmente inferiori a un individuo isolato”.

 

Successivamente si è invece sempre più affermata l’idea contraria, a partire da Francis Galton, che utilizzò un esperimento in una fiera di bestiame per dimostrare che mettendo assieme le risposte di tanti il peso di un bue veniva valutato meglio che da singoli.

 

Il voto democratico e indipendente di un gruppo di individui è il metodo con cui la saggezza della folla, ovvero la risposta “corretta”, riuscirebbe a emergere. I metodi democratici - spiegano gli autori del nuovo studio, pubblicato su Nature - hanno però un forte limite: funzionano per le informazioni più superficiali e comuni ma stentano a far emergere la verità quando si tratta di conoscenze più sofisticate - nuove e specializzate - che non hanno ancora raggiunto una grande diffusione. Ci sarebbe però un sistema per “correggere” questo metodo e migliorarlo, in modo da farlo funzionare, nonostante tutto.

 

 

qual è la capitale di ... I ricercatori, guidati da Drazen Prelec, hanno chiesto a un gruppo di persone di rispondere ad alcune domande sulla geografia degli Stati Uniti, del tipo: Philadelphia è o no la capitale della Pennsylvania? Oppure, Columbia è o no la capitale della Carolina del Sud?

 

In teoria, la risposta della maggioranza dovrebbe essere quella corretta. Nella pratica, è così solo in certi casi. E anche in questo non ha funzionato. La maggioranza, per esempio, ha risposto che Philadelphia è la capitale, probabilmente basandosi sul fatto che è una città conosciuta e importante, mentre lo è di meno la vera capitale (Harrisburg, per la cronaca).

 

Nel caso della seconda domanda, la maggioranza ha risposto correttamente che Columbia è la capitale della Carolina del Sud. Perché è andata così? Nel gruppo di chi ha risposto c’era sicuramente qualcuno che sapeva qual è la capitale della Pennsylvania, ma era in minoranza. Il problema è farla emergere. Come correttivo, in questi casi, le risposte vengono pesate in base alla “fiducia”, la sicurezza con cui ciascuno si sente di sapere, ma anche questo metodo spesso fallisce, e così è stato: nel caso della capitale della Pennsylvania non è servito.

 

 

Popolare, a sorpresa. L’idea dei ricercatori del Mit è stata di aggiungere un ingrediente alla strategia, chiedendo agli intervistati non solo la risposta, ma anche una previsione sulla risposta degli altri. Nel caso della capitale della Pennsylvania, per esempio, chi pensa che Philadelphia sia la capitale, ritiene anche che la maggior parte degli altri la penserà come lui, mentre chi conosce la risposta corretta, cioè che la capitale è Harrisburg, molto probabilmente sa anche di far parte di una minoranza, e la sua previsione sarà che molti risponderanno "sì" alla domanda iniziale, e pochi "no".

 

In base a questo ragionamento, la risposta che ottiene più voti rispetto alle previsioni - quella “sorprendentemente popolare”, come la definiscono i ricercatori - è quella giusta. Nel caso della capitale della Pennsylvania, la percentuale dei "sì" previsti è molto alta, dato che quasi tutti si aspettano che verrà data questa risposta, e supera i "sì" effettivi: dunque la risposta corretta è "no", i cui voti effettivi risultano invece più alti rispetto a quelli previsti.

 

Nel caso della capitale della Carolina del Sud, la risposta giusta era "sì", e infatti in quel caso i "sì" reali sono stati più di quelli previsti. Qui l'opinione della maggioranza e il verdetto "sorprendentemente popolare" coincidevano.

 

Oltre che nelle domande a tranello di geografia, i ricercatori hanno messo alla prova il metodo in diversi test, dalle domande di cultura generale poste a gruppi di persone comuni, alla diagnosi su lesioni della pelle da parte di dermatologi fino alla stima del prezzo di opere d’arte da parte di esperti e gente comune.

 

In tutti questi casi, la risposta sorprendentemente popolare (quella che otteneva più voti rispetto alle previsioni) è stata in grado di individuare l’opzione corretta meglio del semplice voto a maggioranza e anche di quello pesato in base alla fiducia: gli errori si sono ridotti di circa il 20-30 per cento.

 

 

Dove la maggioranza fallisce. La conoscenza delle masse, insomma, sarebbe in questo modo in grado di far emergere la verità anche quando il tradizionale metodo del consenso di maggioranza fallisce, la “risposta migliore alla luce dell’evidenza disponibile”. Ha funzionato in molte situazioni teoriche, avvertono gli autori, ma il successo non è garantito nella pratica. Tuttavia, almeno nei casi semplici testati, ha partorito la risposta giusta. Al contrario del voto a colpi di maggioranza.

25 Gennaio 2017 | Chiara Palmerini