Di che tribù sei?

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Gruppi che in comune hanno un genere musicale, un capo d’abbigliamento, un gadget tecnologico o una passione sportiva: la tribù che nasce sotto la più variabile bandiera è un modo per aggregarsi senza distinzioni e distiguersi dal resto del mondo. Una contraddizione? Scopritelo in questa fotogallery che ripercorre le aggregazioni metropolitane del passato, del presente e del futuro.

Nella foto, uno dei partecipanti al raduno Harley Davidson che si tiene ogni anno a Milwaukee, negli USA. Gli appassionati della mitica moto americana sono milioni in tutto il mondo: uno dei più importanti raduni italiani si tiene ogni anno ai primi di luglio al passo dello Stelvio e attira migliaia di motociclisti da ogni angolo d’Europa
Foto: © Gary Porter (Online Milwaukee Journal Sentinel)

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Le tribù metropolitane nascono spesso attorno ai gruppi e ai generi musicali più trasgressivi e di rottura, come l'heavy metal e il death metal. Eredi dei metallari degli anni ’70 e ’80 cresciuti ascoltando le chitarre distorte dei Led Zappelin e dei Black Sabbath, i metal fan del terzo millennio sono meno aggressivi e culturalmente più impegnati dei loro predecessori. Le magliette con morti, diavoli e sangue nascondono spesso animi che si nutrono in ugual misura di poesia decadente e studi artistici.
Questo non significa che gli amanti del metal abbiano però rinnegato le origini più dure e cattive: ai concerti non manca mai un’area dedicata al pogo, un ballo disordinato dove si salta prendendo a spallate i vicini, e al mosh, una versione ancora più esasperata del pogo.
Nella foto il ragazzo di destra fa il segno delle corna: un gesto tipico dei metallari reso celebre dal cantante Ronnie James Dio, durante il tour Heaven and Hell. Si tratta di un segno di riconoscimento tra i fan della musica metal: durante i concerti è possibile vedere intere distese di corna in onore del gruppo che si sta esibendo sul palco.

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Riunirsi in tribù, soprattutto nelle grandi città, può diventare il modo per diventare visibili al mondo, soprattutto se povertà ed emarginazione costringono a vivere ai bordi della società. Il fenomeno delle gang metropolitane, già da anni diffuso negli Stati Uniti, sta sbarcando anche in Europa: decine di giovani si riuniscono in bande, solitamente piuttosto numerose, con l’obiettivo di spartirsi la città e dominare incontrastati nella propria zona.
Bullismo esasperato, piccoli crimini e violenza sono il codice di condotta di questi gruppi, che si fanno chiamare con nomi altisonanti come Commando, Latin King e Soldatos Latinos. La banda è capitanata da un Rey (in spagnolo, re), che solitamente si accompagna a una Queen, o regina. Graffiti e scritte sui muri delimitano il territorio di ogni banda e gli sconfinamenti vengono spesso punti in modo violento dalla gang rivale.
Nella foto, un gruppo di Sioux, una delle gang di Berlino, alle prese con l’esponente di una banda ostile.

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Fino a che punto la dedizione al lavoro e alla professione può condizionare la vita privata delle persone? Tanto, anzi tantissimo, almeno a guardare i dati che emergono dai più recenti studi comportamentali.
Sembra infatti che nei paesi industrializzati sia in crescita esponenziale il numero degli appartenenti alla tribù dei Dink: l’acronimo sintetizza l’espressione inglese dual income no kids, doppio stipendio e niente figli. La tribù dei dink è cioè costituita da coppie stabili, dove entrambi sono talmente impegnati nell’attività professionale da rinunciare ad avere figli. Il loro livello alto socioeconomico li rende un target interessante per le aziende, che in questi anni hanno sviluppato prodotti e campagne pubblicitarie rivolte esplicitamente a loro. Secondo altre interpretazioni, i dink sarebbero invece l’espressione della precarietà occupazionale del nostro tempo, che non garantirebbe alla coppia la tranquillità economica necessaria per allevare i figli.

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Grazie alle nuove tecnologie, il gruppo può venire a perdere la sua connotazione più fisica: un pc e una connessione a Internet bastano per entrare a far parte di una community virtuale, dove incontrare altre persone, chattare, giocare e instaurare relazioni che possono sfociare in amicizia o addirittura amore, com’è capitato nella community di Focus.it.
Secondo i sociologi le comunità virtuali, garantendo il più completo anonimato, permettono anche ai più timidi e impacciati di stringere relazioni e conoscere altre persone. Gli stessi esperti lanciano però anche un grido d’allarme: un utilizzo eccessivo di Internet può dare dipendenza, innescando meccanismi psicopatologi che portano a sintomi e comportamenti simili a quelli indotti da sostanze psicoattive. Sbalzi d’umore, uso compulsivo del mezzo e progressiva riduzione dei rapporti reali sono i principali sintomi della IAD o Internet Addiction Disorder (sindrome da dipendenza da Internet).

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Si chiama emo ed è l’ultima arrivata tra le tribù metropolitane. Solo per il fatto di essere l’ultima è una delle più in voga, una di quelle che fanno tendenza. Dietro le tre lettere del termine emo si cela un mondo complesso, dominato dalle emo-zioni, soprattutto quelle tristi, vissute con un’intensità e una profondità degne del miglior Goethe.
Il mondo emo è nato negli USA attorno alla musica emocore, uno dei tanti generi della musica punk, ed è sbarcato in Europa grazie a Internet. Fulcro attorno al quale ruota il mondo emo sono infatti le diverse comunità virtuali presenti in rete, dove i giovani si ritrovano per parlare di musica, ma soprattutto delle proprie esperienze e del proprio stato d’animo.
Non è raro che molti giovani emo raccontino sul Web di utilizzare gli antidepressivi per fuggire dalla realtà o addirittura di volersi suicidare perché schiacciati dal "mal di vivere". Riconoscerli dall’abbigliamento è piuttosto difficile: non hanno una vera propria divisa, anche se hanno una spiccata predilezione per il finto trasandato e il vintage.
Foto: © Urbandictionary

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Luogo di ritrovo prediletto dalla tribù è spesso la strada: per alcuni gruppi, la città intesa come insieme fisico di asfalto e arredi urbani diventa un palcoscenico dove affermare se stessi e le proprie abilità. Gli skater sono una delle tribù metropolitane più numerose e sfuggenti: utilizzano strade e marciapiedi, spesso illegalmente, per esibirsi in evoluzioni acrobatiche e spettacolari.
Vivono in simbiosi con la propria tavola e ogni giorno si riuniscono con la tribù in un punto preciso della città: solitamente si tratta di piazze o giardini dove trovare scalini e muretti da utilizzare per le proprie acrobazie, con i sensi sempre all’erta, pronti a dileguarsi all’apparire del vigile di quartiere.
Lo skateboarding moderno, fatto di salti e acrobazie, è nato intorno alla metà degli anni 70, quando un gruppo di ragazzi di Los Angeles iniziò a fare sulle tavole da skate i movimenti tipici del surf da onda. Prima di quel periodo tutte le evoluzioni altro non erano che esercizi di equilibrismo più o meno difficili effettuati sempre con la tavola attaccata a terra.

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Considerato da alcuni una forma d’arte vera e propria, da altri nient’altro che atto di vandalismo, il writing è una della manifestazioni sociali più diffuse e controverse. Nato negli Stati Uniti alla fine degli anni '60, è sbarcato in Italia verso la metà degli anni '80, quando i primi writer hanno iniziato a spruzzare le proprie tag (o firme) sui muri delle nostre città. Obiettivo di ogni graffitaro è raggiungere la notorietà presso gli altri writer, imponendosi per il numero di tag lasciate in giro e la loro qualità artistica. I veri writer, spesso legati agli ambienti del rap e dell'hip-hop, prendono le distanze dai teppisti armati di bomboletta spray che deturpano i muri senz'arte.
Ogni graffito è un opera impegnativa, sotto ogni punto di vista: un “pezzo” di medie dimensioni (3 metri di larghezza per 2 di altezza) può richiedere fino a 20 bombolette di vernice spray, che possono costare anche 5 euro l’una.
L’idea di una tag per delimitare il proprio territorio è invece antica: agli inizi del '900 i lustrascarpe americani contrassegnavano il proprio posto con una firma tracciata con il lucido.
Foto: © copyright 2003 Noe 2, Paris, France

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I punk sono sicuramente uno dei gruppi metropolitani più colorati e appariscenti. Nati in Inghilterra e negli Stati Uniti attorno alla metà degli anni '70, hanno incarnato con l'abbigliamento stravagante e le creste colorate il rifiuto delle convenzioni sociali e la voglia di libertà tipiche di quel periodo.
I punk, anticonformisti per natura, rifiutano qualsiasi inquadramento sociale, politico e religioso che li avvicini alla cultura dominante. Numerosi fino a non molti anni fa, i punk sono oggi a ranghi ridotti, profondamente legati al tessuto urbano di appartenenza, come Camden Town a Londra, le Colonne di San Lorenzo a Milano e il quartiere Kreuzberg a Berlino.
Il movimento punk ha influenzato diverse forme di comunicazione, prima tra tutte la musica. Il genere punk, nato negli Stati Uniti con i Ramones, è sbarcato in Europa grazie ai Sex Pistols e ai Clash, che hanno contribuito alla nascita del look punk come lo conosciamo oggi.
Foto: © Jeff Bigman

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Non sapevano di essere una tribù, ma alle 22.41 di domenica 9 luglio si sono ritrovati tutti, ed erano decine di migliaia, nel catino del Circo Massimo, a Roma, e in tutte le altre piazze d’Italia. Cantavano gli stessi cori e agitavano le stesse bandiere tricolori. Erano giovani e anziani, uomini e donne, professionisti e operai, imprenditori e disoccupati.
Non li accomunava niente, se non la gioia per il quarto titolo conquistato dalla Nazionale Italiana di calcio nella finale dei Mondiali di Germania 2006. Il loro essere tribù è durato poche ore, lo spazio di una notte, poi ciascuno è tornato alla vita di sempre e al suo gruppo di appartenenza.
Secondo i dati Auditel la passione per il calcio ha unito in un'unica grande tribù oltre 30 milioni di italiani, che sono rimasti incollati davanti alla TV per tutta la durata del match contro la Francia, sconfitta per 6-4 ai calci di rigore.

Gruppi che in comune hanno un genere musicale, un capo d’abbigliamento, un gadget tecnologico o una passione sportiva: la tribù che nasce sotto la più variabile bandiera è un modo per aggregarsi senza distinzioni e distiguersi dal resto del mondo. Una contraddizione? Scopritelo in questa fotogallery che ripercorre le aggregazioni metropolitane del passato, del presente e del futuro.

Nella foto, uno dei partecipanti al raduno Harley Davidson che si tiene ogni anno a Milwaukee, negli USA. Gli appassionati della mitica moto americana sono milioni in tutto il mondo: uno dei più importanti raduni italiani si tiene ogni anno ai primi di luglio al passo dello Stelvio e attira migliaia di motociclisti da ogni angolo d’Europa
Foto: © Gary Porter (Online Milwaukee Journal Sentinel)