Uno studio spiega perché l'animo del complottista alberga un po' in tutti noi. E indica i tratti comportamentali che possono esasperare questo atteggiamento.

Il complottista sostiene che lo sbarco sulla Luna del 1969 sia stato in realtà costruito e filmato in uno studio cinematografico. È convinto che il vero Paul McCartney sia morto da tempo e che quello che vediamo sia un sosia. Cerca di convincere gli amici che la covid sia stato creata in laboratorio, come del resto i Simpson avevano previsto nel 1993.

Sono solo alcune delle più diffuse, e per alcuni aspetti divertenti, teorie del complotto che circolano sul web, in qualche caso ormai da anni. Ma perché, per quanto improbabili e incredibili, queste idee si diffondono in maniera così capillare? Che cosa ci spinge a dare credito a voci prive di fondamento e la cui falsità è facilmente verificabile con pochi click?

Il più recente di una lunga serie di tentativi di spiegare il fenomeno viene dalla Norvegia, da uno studio che sostiene come, in fondo, essere complottisti faccia parte della natura umana.

Scatenate dall'incertezza. Secondo il sociologo Asbjørn Dyrendal, professore presso la Norwegian University of Science and Technology, le teorie cospirazioniste nascono come risposta a situazioni di paura e incertezza e sono legate all'apprensione sul futuro.

Quando le nostre emozioni, soprattutto quelle negative, prendono il sopravvento sulla parte razionale, e c'è in gioco la nostra identità, finiamo per risultare più facilmente vulnerabili alle teorie cospirazioniste. Non solo a quelle che sentiamo o leggiamo, ma anche a quelle che elaboriamo da soli, dentro alla nostra testa. Come quando ci convinciamo, per esempio, che i comportamenti molesti del nostro vicino di casa siano dovuti non a "semplice" maleducazione o a insensibilità, ma alla sua precisa intenzione di disturbarci.

L'identikit del cospirazionista. Nel 2016 Dyrendal e il suo team hanno sottoposto a un questionario 883 studenti norvegesi, a cui hanno chiedesto di esplicitare le loro opinioni su argomenti che spaziavano dal paranormale al nazionalismo estremista.

Obiettivo dello studio era quello di identificare individuare comportamenti e tratti psicologici che potessero essere considerati  precursori del cospirazionismo. Tra questi il disturbo schizotipico della personalità (che si manifesta, in chi ne soffre, con distorsioni cognitive, eccentricità nei comportamenti ecc.), l'autoritarismo di estrema destra, la dominanza sociale, il credere nei fenomeni paranormali.

Mix esplosivo. Secondo i ricercatori nessuno di questi tratti da solo permette di identificare un individuo cospirazionista, che è invece caratterizzato da una serie di alterazioni dei singoli comportamenti combinati insieme.

Il disturbo schizotipico, che oltre ai comportamenti non convenzionali include anche la paranoia e l'ansia sociale, è stato comunque segnalato come il precursore primario del comportamento cospirazionista. 

Questo tratto comportamentale può essere a sua volta amplificato da atteggiamenti come la dominanza sociale: individui convinti che la società debba essere dominata da alcuni gruppi a discapito di altri sono più portati a credere alle teorie complottiste.
Il cospirazionismo sembra coinvolgere più gli uomini che le donne, mentre livello sociale e culturale sembrano incidere solo marginalmente.

Dallo studio emerge chiaramente il ruolo dei social media nell'amplificare le teorie del complotto.

Senza confini. La Norvegia è uno dei paesi più evoluti al mondo, tra i più avanzati nel promuovere ideali di uguaglianza sociale e di genere, ma non sembra immune dalla diffusione di teorie complottiste: lo studio di Dyrendal sembra quindi confermare come queste pericolose idee non conoscano confini.

27 febbraio 2021 Rebecca Mantovani
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