Psicologia

Perché ci piace avere paura (fino a un certo punto)

A che cosa serve la paura? E perché mai ricerchiamo le esperienze che la inducono, se poi ci spaventiamo? Alcune chicche scientifiche per Halloween.

Nel marzo 2020 il film di Steven Soderbergh Contagion, che vede l'umanità alle prese con una nuova pandemia letale, tornò alla ribalta a nove anni dall'uscita: la CoViD-19 stava iniziando a emergere in tutta la sua gravità e le persone chiuse in casa sembravano volersi "distrarre" con un film che sembrava una copia profetica della vita reale.

Come spiegare un tale masochismo? Perché la paura esercita su di noi un fascino tanto magnetico? Forse per quella sorta di piacere che proviamo quando si dilegua - una sorta di sollievo per essere sopravvissuti anche stavolta. Ma deve esserci dell'altro.

Questioni di chimica. Come raccontato sul Guardian, una prima spiegazione potrebbe trovarsi nella risposta biologica alle situazioni percepite come pericolose. La reazione a questi stimoli è governata dall'amigdala, un complesso di neuroni a forma di mandorla che si trova nella parte più interna di entrambi i lobi temporali del cervello.

Se l'amigdala percepisce una minaccia, invia un messaggio all'ipotalamo, una piccola struttura cerebrale che a sua volta sollecita il rilascio di potenti ormoni dello stress. Si scatena la cosiddetta reazione di attacco o fuga: l'adrenalina mantiene il corpo in una situazione di allerta, accelera il battito cardiaco e fa in modo che arrivi più sangue ai muscoli, così che siamo pronti a scattare. L'ormone cortisolo fa aumentare la pressione sanguigna: i vasi attorno agli organi si dilatano irrorandoli di ossigeno e nutrienti; il respiro si fa più veloce e al cervello arriva più ossigeno; i livelli di glucosio nel sangue aumentano e il corpo è pervaso da una speciale energia.

Meno male! Questa reazione è immediata e molto rapida: l'amigdala "decide" che uno stimolo fa paura ancora prima che ne siamo consapevoli. Solo in un secondo tempo l'informazione viene mandata alla corteccia, lo strato più esterno e meno antico del cervello associato a ragionamento, memoria e coscienza.

Quando finalmente decidiamo che il pericolo è scampato e che la paura era esagerata, a questo tsunami chimico segue il rilascio di endorfine e dopamina, gli ormoni del benessere che ci ricompensano con sensazioni di euforia.

Palestra per la vita. Se la chimica ha senz'altro un suo ruolo nel farci "apprezzare" la paura, c'è anche un aspetto istruttivo e insieme sociale che rende le esperienze terrificanti utili occasioni per imparare. Le situazioni che ricreano la paura in condizioni di sicurezza, come i film, i libri e le serie dell'orrore (o in passato i racconti terrificanti attorno al fuoco) sono un modo per allenare la nostra capacità di reagire all'incertezza: potremmo considerarli un manuale di istruzioni per future situazioni critiche.

Spiega Marc Malmdorf-Andersen, psicologo e ricercatore della Aarhus University (Danimarca): «È possibile che le forme ricreative della paura aiutino a migliorare la regolazione emotiva e le strategie per farvi fronte. Il godimento dello stimolo pauroso sembra essere legato al controllo delle situazioni imprevedibili; così come il gioco dei bambini prevede di ricercare apposta moderati livelli di incertezza e sorpresa, nel tentativo di dare loro un senso».

Fino a un certo punto. Il successo di Contagion ai tempi della covid può essere spiegato così: una strategia per imparare a muoversi in una situazione non familiare e rendere un po' più prevedibile l'assoluto caos della realtà. Ma fino a che punto tutto questo funziona? Esiste una soglia in cui la paura evocata è comunque... troppa? Malmdorf-Andersen ha cercato di rispondere studiando un gruppo di volontari spediti, per amore di scienza, in un'attrazione dell'orrore, una casa infestata di zombie, fantasmi e serial killer.

I poveretti sono stati sottoposti a ogni sfumatura dell'esperienza paurosa, dal disgusto allo spavento, dal disagio alla solitudine, dal buio alla claustrofobia, e hanno dovuto raccontare come si erano sentiti durante l'intera esperienza. Dalle testimonianze e dall'analisi del battito cardiaco è emerso che sì, la paura ci piace, ma solo se non si allontana troppo dalla nostra zona di comfort. Se non altera troppo il nostro stato fisiologico.

Percezione soggettiva. «I nostri risultati suggeriscono che possa esserci un punto ottimale tra paura e divertimento, dove il contesto non è troppo terrificante ma neanche troppo controllabile. È qui che il godimento è massimo», conclude Malmdorf-Andersen. Questo discrimine è diverso per ciascuno e ha spesso contorni sfumati: non è detto che ciò che ci diverte non risulti, per un altro, terrificante. Non sono differenze da prendere sottogamba, perché troppa paura prolungata può risultare disfunzionale e sfociare in stress, ansia o altre condizioni debilitanti.

26 ottobre 2022 Elisabetta Intini
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