Psicologia

La scienza del cazzeggio: perché perdere tempo fa bene?

Il cazzeggio non è affatto da condannare: le ricerche dicono che distrarsi e giocherellare (anche sul lavoro) ci rende rende più produttivi e creativi.

Cazzeggiatori, buone nuove… Sì, stiamo parlando della nobile arte del perdere tempo, che sia scarabocchiare sul foglio invece di prendere appunti durante una riunione, svolazzare sui social invece di rispondere alle mail o seguire incantati il volo geometrico di una mosca invece di concentrarsi sullo studio. Certo, anche lo scrittore Joseph Conrad si domandava perplesso: "Come faccio a spiegare a mia moglie che quando guardo fuori dalla finestra sto lavorando?".

Non tutti i cazzeggiatori, ovviamente, sono destinati a diventare scrittori ma (e qui arrivano le buone notizie) tutti possono trasformare il tempo che dedicano ai trastulli in momenti di elevata prestazione intellettuale. È proprio questa la tesi di Srini Pillay, neuropsichiatra all'Università di Harvard, negli Stati Uniti, che al perder tempo ha dedicato uno saggio (Il potere del cazzeggio, Centauria) nel quale del perdersi in attività inutili si fa un appassionato, ma rigorosamente scientifico, elogio.

Una cosa per volta. "Preché reisci a lgegere quetso tetso?": alzi la mano chi ha problemi a decifrare questa frase. Nessuno? La spiegazione è semplice: per gli psicologi l'importante è che la prima e l'ultima lettera della parola siano nella giusta posizione perché il cervello ne colga il senso. Basterebbe solo quest'esempio per capire come spesso non sia necessario concentrarsi per arrivare al nocciolo della questione. Eppure la linea di pensiero attualmente più seguita dà alla concentrazione un ruolo cruciale nello svolgimento di qualsiasi compito.

Tuonano infatti contro la disattenzione sul lavoro molte aziende, poiché i vari tipi di cazzeggio costano tempo e denaro alla società. Quanto? Secondo alcuni studi, l'impatto economico delle distrazioni sul posto di lavoro non corrisponde a spiccioli: la stima si aggira intorno ai 600 miliardi all'anno solo per l'economia americana. Srini Pillay però è pronto a ribaltare questo punto di vista: focalizzarsi selettivamente su un unico oggetto alla volta non è la soluzione migliore per rendere di più al lavoro. Anzi: può essere assai limitante per la soluzione di un problema.

Il gorilla invisibile. Emblematico è il caso del cosiddetto "gorilla invisibile", un esperimento classico che si conduce in psicologia. A un gruppo di volontari viene fatto vedere il filmato di un incontro di basket con la richiesta di contare i passaggi palla di una delle due squadre. Ma nessuno degli esaminati, concentratissimi sulla conta, di solito nota un uomo mascherato da gorilla che a un certo punto irrompe in campo.

Stare troppo concentrati su qualcosa, dunque, può far perdere qualche particolare importante. Ecco un altro esempio tratto da una ricerca dell'Università Xavier (Ohio), che ha avuto come oggetto di studio un gruppo di studenti. Sono state prese in esame le relazioni fra tre variabili: uso di Internet, tendenza a rimandare gli impegni (procrastinazione) e media dei voti universitari. I ricercatori hanno scoperto che esiste una correlazione diretta tra tempo trascorso in Internet e la tendenza a rimandare, confermando dunque la convinzione che il Web sia un gran sciupatempo.

Tuttavia, e qui le cose si fanno interessanti, si è scoperto anche che non esiste correlazione diretta tra procrastinazione e media accademica. In parole semplici: chi trascorre più tempo in Internet tende a cazzeggiare di più, ma la quantità di cazzeggio non abbassa i voti. Come spiegarsi questo risultato apparentemente contraddittorio? Forse la soluzione potrebbe trovarsi in un terzo studio "pro cazzeggio" effettuato dall'Università di Hiroshima: i ricercatori hanno scoperto che guardare sul pc immagini di animali e bambini graziosi aumenta la capacità di concludere con successo i compiti assegnati: le emozioni positive suscitate dalla visione di soggetti kawaii ("carini") aiuteranno poi a concentrarsi in modo produttivo. Distrarsi, dunque, fa sì perdere tempo ma a quanto pare migliora la qualità delle nostre riflessioni.

Una centralina tra noi. Gli scienziati, poi, stanno scoprendo solo ora come funziona nel cervello ciò che chiamiamo "distrazione". Per imbambolarci durante una riunione (evento frequentissimo: secondo una ricerca di Barracuda Networks, ci incappa addirittura il 90% dei partecipanti ai meeting aziendali) bisogna che si attivi una centralina neurologica, un gruppo di neuroni legati proprio alla "distrazione". Si tratta di un sistema molto importante, che funziona solo quando la mente è off: stiamo parlando del Default Mode Network (detto "Dmn"). È una rete di regioni che si trovano nella corteccia cerebrale e sotto di essa, che si "accendono" quando non si presta attenzione a nessun compito specifico. Ed è solo quando il Dmn prende il comando che emergono abilità cognitive sorprendenti, che spesso sono di sinnescate in stato di vigilanza. Come la capacità di ripescare alcuni ricordi della propria vita, di riflettere profondamente sui propri e sugli altrui stati mentali, di provare un alto tasso di empatia riuscendo a valutare con esattezza reazioni emotive proprie e altrui.

Ma non solo. «La distrazione», sostiene Pillay, «permette al cervello di rilassarsi, in modo da essere pronto, ricaricato, coordinato e creativo quando ce ne sarà più bisogno».

La disattenzione, infatti, limita l'attività dell'amigdala (una delle centraline dello stress) e genera un senso di calma. E, aggiunge il neuropsichiatra, «stimola la corteccia verso la creatività. Spinge l'attività dell'insula anteriore che rinvigorisce la consapevolezza di sé. Tiene a bada il nostro ego che ci osserva "da dentro" controllando le azioni, che ci porta a volte a sentire imbarazzo e disagio». Il segreto però non sta nell'inabissarsi ogni tanto in questo standby mentale quanto nell'alternare momenti on ad altri off. Cioè, come dice Pillay, trovare il proprio ritmo cognitivo, che rappresenta la capacità di sincronizzare fasi di concentrazione con momenti di distrazione.

come Trovare soluzioni. È proprio in questo stato mentale che la lampadina s'accende. «Non a caso i momenti di rivelazione funzionano più o meno così», spiega Matteo Motterlini, docente di Filosofia della scienza all'Università Vita-Salute San Raffaele di Milano: «ci si imbatte in un problema che ci ossessiona, si cerca una possibile soluzione, non la si trova e ci si blocca. Frustrati, si comincia a pensare ad altro, magari si fa una doccia, una passeggiata, una corsa. Ed ecco che la soluzione giusta si rivela improvvisamente».

Ma in che modo questo succede? «Finalmente rilassati», continua Motterlini, «abbiamo messo a tacere l'emisfero sinistro (in particolare l'area prefrontale dorsolaterale), che fino a quel momento aveva cercato in modo analitico e coscienzioso la soluzione senza vederla. Quello non è, infatti, il suo territorio. Il colpo di genio necessita piuttosto dell'attività dell'emisfero destro e di una specifica area di esso: il giro superiore temporale anteriore, una piccola piega di tessuto un po' sopra l'orecchio (chi ce l'ha lesionata non capisce barzellette e metafore, per intenderci). Quest'area si attiva intensamente pochi secondi (8 per l'esattezza) prima della "rivelazione" della nuova idea. È, insomma, il collegamento che prima mancava».

Più o meno quello che è successo al biochimico Kary Mullis quando, durante un noioso viaggio in macchina, mentre con la mente riandava distrattamente ai suoi esperimenti di chimica, visualizzò a colori le catene del Dna. Qualche anno dopo il dottor Mullis si aggiudicò il premio Nobel grazie proprio a quell'intuizione avuta al volante: gli era apparsa l'immagine della reazione a catena che consente di creare in laboratorio frammenti di Dna o di Rna (detta "Pcr"). Anche alzarsi spesso durante il lavoro e gironzolare per l'ufficio aiuta a riprendere gli impegni più ricchi di idee.

«Gli spazi architettonici dell'azienda 3M (ma anche di Pixar e di Google), per esempio, sono progettati affinché le persone, preferibilmente diverse tra loro per mansione e competenze, s'imbattano di frequente tra loro, così che il loro contatto provochi scintille creative», spiega Motterlini che su queste e altre stategie ha scritto il saggio La psicoeconomia di Charlie Brown (Rizzoli). Per questo, non sentitevi in colpa se vi vien voglia di un altro caffè: davanti alla macchinetta potreste incontrare qualcuno che vi dà un buono spunto per il lavoro.

Il cazzeggio produttivo. E il collega di scrivania che ogni tanto parla da solo? No, non è matto. Alcuni studi recenti hanno dimostrato l'importanza del self-talk, del dialogo interiore, come strategia per ridurre lo stress. Parlare poi in seconda persona (rivolgendosi a se stessi con il "tu" o chiamandosi per nome) è più efficace rispetto a parlare a se stessi e basta. Un'altra tecnica suggerita da Pillay per rendere produttivo il cazzeggio è quella della dissociazione. Come? Scegliendo di essere un altro. Si può immaginare di essere uno chef, un velista, un professore d'informatica, insomma, chi si desidera, e immergersi in questo nuovo ruolo in modo da osservare la vita da un punto di vista estraneo ai propri schemi.

Immaginarsi diversi stimola le regioni del cervello coinvolte nel processo creativo, Dmn compreso. E il modo migliore per cazzeggiare con profitto è fantasticare, ma facendolo in maniera volontaria e consapevole. «Scambiarsi bizzarre ipotesi sul futuro o su come affrontare possibili scenari», spiega Pillay, «è un modo giocoso di utilizzare l'immaginazione, che potenzia l'abilità di concepire soluzioni per problemi già noti». Ogni fantasticheria va bene, dall'architettare nella mente la conquista della più carina del quartiere, al vedersi protagonisti di una performance sportiva senza precedenti. Ma va benissimo anche osare, immaginando, perché no, il discorso da fare all'investitura da presidente degli Usa come ringraziamento, mentre nella sala risuona fragorosa la standing ovation. 

Articolo di Camilla Ghirardato, tratto dagli archivi di Focus.

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21 aprile 2023
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