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COVID-19: perché il distanziamento sociale sembra così innaturale

L'Homo sapiens è un animale sociale, evolutosi per stare in gruppo: è il motivo per cui l'isolamento da COVID-19 pesa (ma ci addattiamo).

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Distanziamento fisico, ma non sociale: anche l'OMS ha cambiato l'espressione per indicare le misure necessarie contro la COVID-19. Virtualmente, siamo più che mai vicini. | Shutterstock

Uno degli aspetti più difficili di questo frangente di storia è la necessità per il bene di tutti di restare a casa e ridurre le relazioni al proprio nucleo familiare stretto. Anche a chi ha la fortuna di essere in salute, questa misura di reciproca tutela dalla COVID-19 può risultare particolarmente dura da mettere in pratica. Le ragioni sono scritte in centinaia di migliaia di anni di evoluzione, come ben racconta un articolo su The Conversation.

 

Fatti per stare insieme. L'Homo sapiens appartiene a un gruppo animale che si distingue per le spiccate abilità sociali, quello dei primati. Rispetto ad altri mammiferi di uguale taglia, i primati hanno cervelli più grandi: una caratteristica correlata alle necessità di sopravvivenza, ma anche alla capacità di gestire relazioni sociali all'interno di un gruppo. Le dimensioni del cervello (in particolare della corteccia prefrontale orbitale) sono associate in modo lineare all'estensione della propria rete sociale: il volume del nostro organo pensante ci aiuta a gestire la complessa matassa di relazioni della vita di tutti i giorni. Essere in un gruppo significa imparare a capire le relazioni amicali e conflittuali e comportarsi di conseguenza. Gli esseri umani, che hanno cervelli più sviluppati dei loro più vicini primati, gestiscono rapporti abituali mediamente con 150 persone.

Un'organizzazione efficiente. Anche se impegnativo, vivere in gruppo è sempre stato, per l'uomo, molto vantaggioso: per allontanare i predatori, per procurarsi cibo, per trovare il partner più adatto o qualcuno che potesse accudire i piccoli al nostro posto. Per i cuccioli, crescere in un gruppo significa avere maggiori opportunità di imparare in un contesto protetto. Per tutti, vuol dire maggiori capacità di produrre, ricordare e trasmettere conoscenza.

 

Insomma, l'Homo sapiens è l'esemplare più "sociale" tra i primati, e al gruppo è legata - come constatiamo in questi giorni - la suddivisione del lavoro nella società: se alcuni possono stare (e lavorare) a casa, è perché altri si stanno occupando di produrre, vendere e trasportare beni di prima necessità.

 

andare oltre. Per tutte queste ragioni, le misure di distanziamento adottate in questi giorni possono sembrare surreali o suscitare un senso di solitudine. È naturale, ma non è la fine. Gli esseri umani sono eccezionalmente adattabili, e centinaia di migliaia di anni di allenamento alle relazioni sociali ci hanno insegnato ad intrecciarle anche a distanza, evolvendo capacità di linguaggio simboliche e incredibili competenze culturali e digitali: se così non fosse stato, non avremmo sviluppato una società tanto connessa e globalizzata. La distanza che ci è imposta è di tipo fisico. Ogni giorno lavoriamo perché non diventi anche sociale.

 

30 marzo 2020 | Elisabetta Intini