Comportamento

Social lending: quando si condividono i risparmi

Il peer to peer dei soldi si chiama social lending: permette di prendere e dare denaro in prestito a perfetti sconosciuti, via Internet, a condizioni vantaggiose rispetto a quelle praticate dalle banche. Ecco come funziona e quali sono i rischi.

All'inizio c'era Napster, primo esperimento sociale di file sharing che permetteva agli utenti di Internet di scambiarsi file musicali. Poi è arrivato Airbnb, per scambiare le case, e infine Uber, con il quale è possibile condividere la propria auto con altre persone. Problemi legali a parte, gli internauti sono così soddisfatti di questi sistemi peer to peer da aver deciso di affidare loro anche i propri risparmi. Negli ultimi anni sono infatti nate diverse realtà finanziarie che raccolgono online i risparmi delle famiglie e li prestano, a tassi particolarmente vantaggiosi, ad altre famiglie o aziende in cerca di finaziamento.

Bye bye banca. Vi servono 1000 euro per affrontare un imprevisto o 10.000 per rilanciare la vostra attività? Potete rivolgervi a uno di questi servizi dove potrete trovare chi vi presterà 10 euro, chi 50, chi 500. Invece che mettere in condivisione, più o meno illegalmente, i film della propria videoteca o una stanza, è oggi possibile "sharare", per dirla con un orribile anglicismo, i propri soldi.

Con notevoli vantaggi, pare, sia per chi investe sia per chi prende a prestito: per i primi i tassi sono mediamente più alti di quelli corrisposti dagli investimenti tradizionali, mentre per chi si finanzia gli interessi, le spese e le commissioni sono molto più convenienti rispetto a quelli proposti da finanziarie e banche.

Di che rating sei? Alla base di questo sistema ci sono potenti software che tracciano il profilo di chi richiede un prestito analizzando una grande quantità di dati: ubicazione geografica, cronologia di navigazione, acquisti online, età, interazione con i social network. Queste informazioni permettono agli intermediari del credito di dare una valutazione - il rating - a chi richiede denaro.

Per contro, chi lo presta può decidere, in base alla propria propensione al rischio, a quale tipologia di utente offrire i suoi risparmi. Ovviamente minore è l'affidabilità dei richiedenti, più alto è il tasso di interesse del prestito.

Per minimizzare i rischi, le somme messe a prestito vengono frazionate: con questo sistema, chi mette 1000 euro a disposizione del sistema vedrà i propri soldi andare, per esempio, a 50 utenti diversi in tranche da 20 euro ciascuna. In questo modo si crea un mercato interno al network dove i tassi di interesse vengono negoziati in tempo reale, proprio come accade in Borsa.

Quanto costa? Ma loro, questi Uber o Napster del denaro, che cosa ci guadagano? Non poco: una commissione che oscilla tra l'1 e il 5% e che viene richiesta sia al finanziatore sia a chi prende a prestito. In cambio mettono in contatto domanda e offerta e gestiscono l'infrastruttura informatica. E tuttavia, secondo quanto dichiarato sul sito di Smartika, la più grande piattaforma italiana di social lending, chi prende denaro in presito tramite queste piattafome risparmia in media il 25% rispetto ai tassi praticati da banche e finanziarie tradizionali.

Social milionari. Il mercato è così promettente che negli Stati Uniti e in Inghilterra, dove il fenomeno è nato, alcuni operatori del credito peer to peer si sono quotati in Borsa con guadagni da capogiro: Lending Club, nata negli USA nel 2007, è sbarcata a Wall Street da poche settimane ma ha già una capitalizzazione che sfiora gli 8 miliardi di euro.

E dietro queste aziende non ci sono i soliti ragazzini in felpa e sneaker della Silicon Valley ma personaggi della finanza in giacca e cravatta come Larry Summers, consigliere economico di Obama, o John Mack, boss di Morgan Stanley.

C'è anche qualche rischio. Per com'è organizzato adesso, il social lending non permette di conoscere l'identità di chi presta denaro né di chi lo riceve. Se le somme non vengono restituite il creditore non è tutelato dalla legge come chi investe in attività finanziarie tradizionali ma solo, ed eventualmente, dagli accordi siglati con l'intermediario.

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12 gennaio 2015 Rebecca Mantovani
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