Economia

Denaro gratis, parte un esperimento in Finlandia

A duemila persone disoccupate verrà concesso per due anni uno "stipendio", anche se dovessero trovare lavoro: è uno dei più ampi test sul campo realizzati finora del cosiddetto reddito minimo universale.

Uno “stipendio” di 560 euro al mese, che uno lavori oppure no. È appena partito in Finlandia uno degli esperimenti più vasti per testare la fattibilità e gli effetti, in un futuro più o meno lontano, di una società in cui a tutti è garantito un reddito minimo: consentirebbe una vita semplice, senza lussi, rendendo il lavoro una scelta anziché una necessità.

Lotteria. Duemila persone disoccupate, tra i 25 e i 58 anni, estratte a sorte, riceveranno per due anni questa cifra - che i Finlandia è circa la metà del costo di un appartamento di 80 metri quadrati in affitto a Helsinki - concepita non come sussidio di disoccupazione, ma come reddito garantito sia che uno cerchi e ottenga un lavoro oppure no.

Lo scopo è proprio vedere come questo piccolo stipendio influisca sui comportamenti di chi è disoccupato e in cerca di lavoro, se e come possa sostituire altre forme di aiuti sociali esistenti, e come in generale possa esser riformato il welfare.

Il comportamento dei 2000 che lo riceveranno verrà infatti confrontato alla fine del periodo con quello di altrettante persone disoccupate trattate con il sistema attualmente in vigore. Il reddito inizialmente previsto nell’esperimento finlandese era più elevato - si parlava di circa 750 euro - ma la cifra cui si pensa di arrivare in futuro, se il reddito universale dovesse essere introdotto, è di circa mille euro.

Utopia o possibilità reale? Quella del reddito minimo universale è un’idea che risale addirittura a Thomas Paine (1737-1809), uno dei padri fondatori degli Stati Uniti d’America, ed è stata ripresa nel corso del tempo da filosofi ed economisti come una possibilità per promuovere la giustizia sociale e l’emancipazione dal lavoro.

Oggi viene vista più che altro come una prospettiva con cui ci troveremo a fare i conti in una società in cui i lavoratori vengono sostituiti in compiti sempre più numerosi dalla macchine e in un futuro in cui, secondo alcune stime, tra poche generazioni metà dell’umanità si troverà disoccupata.

C’è chi lo ritiene solo un’utopia, potenzialmente dannosa, e chi una rivoluzione. In Svizzera l’anno scorso è stata bocciata con un referendum la proposta di garantire a tutti un reddito minimo di 2.500 franchi svizzeri, corrispondenti a circa 2.300 euro, che sarebbe costato un terzo del Pil del Paese. Ma secondo un sondaggio recente due terzi degli europei sarebbero a favore.

Ne sapremo di più. Di fatto, i test nella realtà sono stati piuttosto limitate, e i risultati ambigui. Il più famoso è quello condotto negli anni ’70 in Canada, nello stato di Manitoba. Al trenta per cento dei residenti della cittadina di Dauphin venne assegnato un reddito minimo garantito.

La vita e la salute della comunità sembrarono trarne giovamento, con meno ospedalizzazioni, meno incidenti, aumento della frequenza scolastica. D’altro canto, il lavoro diminuì di solo circa il 10 per cento, principalmente per effetto della rinuncia di madri con figli piccoli che preferirono rimanere a casa. Nel complesso, però, ci sono pochissimi dati a disposizione sugli effetti reali.

Anche in alcune cittadine olandesi, tra cui Utrecht, stanno partendo esperimenti sul reddito minimo universale. Tra un paio di anni sarà più chiaro se ci sono benefici e quali sono e anche se con il denaro gratis si concretizzano i temuti rischi di una società dell’ozio.

11 gennaio 2017 Chiara Palmerini
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