Economia

L'inflazione, capirla per saperla affrontare

Perché la perdita di potere d'acquisto condiziona così tanto la nostra economia?

Per molti di noi l'inflazione è un fenomeno nuovo. Da giugno 2021, infatti, i prezzi hanno cominciato a correre come non si vedeva da ormai quaranta anni. È quindi naturale che il rincaro generalizzato e continuo del prezzo di beni e servizi rispetto al passato – questa è proprio l'inflazione – sia una dinamica economica a cui siamo poco avvezzi.

Da un punto di vista economico, una inflazione moderata non è dannosa: spinge infatti i consumatori a essere inclini a spendere (fosse negativa, nessuno comprerebbe oggi un bene che domani costerebbe meno) senza andare a bruciare il potere di acquisto. Una crescita moderata dei prezzi  viene quindi considerata un segnale di un'economia in salute, con un mercato del lavoro solido. Se infatti le aziende producono tanto, impegnando molti lavoratori, saranno costrette ad alzare i salari per attirare i disoccupati. Con salari in crescita, aumenteranno anche i costi di produzione e di conseguenza anche i prezzi dei beni sul mercato. Ma ad acquistarli ci saranno persone meglio pagate, creando così un circolo virtuoso. Quando però, appunto, i prezzi crescono troppo, l'economia si surriscalda, i salari non crescono (in Italia sono fermi da 20 anni) e si crea inflazione. Con i suoi problemi.

A livello comportamentale sarebbe meglio considerare l'inflazione come una perdita del potere d'acquisto dei nostri soldi. I nostri risparmi o gli stipendi rimangono fissi, mantengono il loro valore nominale (per esempio 1.000 euro), ma con essi si possono acquistare meno beni. Questo meccanismo è deleterio soprattutto per chi detiene disponibilità liquide sul conto corrente. Oggi, dei 1.800 miliardi fermi sui conti correnti italiani, 1.350 sono disponibilità economiche delle famiglie. Una cifra enorme. Per avere un metro di paragone, il Pnrr ammonta complessivamente a 191 miliardi.

Come si calcola l’inflazione?

L'Istat calcola mensilmente il tasso di inflazione basandosi sull'andamento dei prezzi di una serie di beni e servizi che vengono comprati dalle famiglie, tenendo in considerazione sia i beni acquistati quotidianamente, come il latte, ma anche prodotti più durevoli, ma di uso comune, come per esempio la lavatrice. L'insieme di tutti questi prodotti e servizi viene chiamato "paniere" e il loro prezzo, pesato in base alla frequenza di acquisto, viene detto Indice dei Prezzi al Consumo. L'Istat aggiorna il paniere ogni anno, inserendo o togliendo alcuni beni: per esempio nel 2022 sono entrati beni che prima usavamo poco, come i tamponi fai da te e il poke da asporto (un piatto a base di riso e pesce crudo tipico delle Hawaii), mentre sono usciti i cd-rom, ormai obsoleti e molto poco utilizzati e acquistati.

Da dove arriva l'attuale inflazione. Nel corso della seconda metà del 2021 abbiamo assistito a un rapido aumento della domanda mondiale di materie prime. L'offerta non è riuscita ad adeguarsi altrettanto in fretta, sia per la carenza negli stoccaggi sia per le difficoltà logistiche nei traffici est-ovest. Inoltre, con l'invasione dell'Ucraina, l'inflazione ha avuto un ulteriore importante rialzo dovuto anche alla carenza di materie prime come il grano e il gas russo (proprio beni alimentari ed energetici che hanno un'influenza notevole sugli indici dei prezzi).

In particolare, l'inflazione di questo periodo nell'Unione Europea è dovuta principalmente all'aumento dei costi proprio dei beni alimentari ed energetici (si parla quindi di inflazione legata all'offerta, perché dovuta all'aumento dei costi).

Negli Stati Uniti, invece, risente maggiormente della nuova concezione del lavoro post pandemia: la volontà di dare più importanza alla famiglia e alla vita privata ha portato a chiedere salari più alti (in questo caso si parla di inflazione legata alla domanda).

Discorso diverso per il Regno Unito dove, a causa dell'uscita dall'euro, si è assistito a un'ulteriore strozzatura nell'offerta di lavoro per la carenza di lavoratori dall'estero da impiegare nella logistica e nei trasporti.

L'inflazione non è uguale per tutti

Anche se la perdita di potere d'acquisto causata dall'inflazione colpisce tutti, le persone più povere ne risentono di più. Innanzitutto perché i ceti più ricchi custodiscono i propri risparmi sotto forma di investimenti, come immobili o azioni che non perdono valore, mentre quelli più poveri hanno tutto sul conto corrente per far fronte alle spese quotidiane. Poi perché le persone con un basso reddito tendono a spendere la maggior parte dei loro soldi nei beni primari, mentre quelle più abbienti possono spendere anche per i beni considerati secondari, come cene al ristorante e vacanze. Con meno potere d'acquisto ai ricchi rimane più margine per le spese essenziali. Per questo l'inflazione viene chiamata comunemente "tassa sui poveri". L'Istat ha calcolato che a settembre 2022 l'inflazione per la fascia più povera della popolazione italiana è stata di sei punti percentuali (+16,5% vs +10,4%) più alta rispetto a quella delle famiglie più abbienti.

Come si combatte. Il controllo dell'inflazione, viste le sue importanti conseguenze sull'economia reale, è una delle missioni principali in ambito di politica economica. Lo strumento che viene utilizzato è l'aumento dei tassi di interesse di riferimento, che vengono decisi dalle banche centrali e su cui si basano tutti gli altri tassi di interesse, dai mutui ai prestiti. Aumentando i tassi aumenta di fatto il costo del denaro: sarà più oneroso chiedere un finanziamento per acquistare l'automobile o ristrutturare casa. Nel breve periodo l'economia si contrae, ci sarà meno domanda e di conseguenza anche i prezzi inizieranno a scendere. Da luglio 2022, la Banca Centrale Europea ha iniziato ad aumentare i tassi di interesse. L'ultimo rialzo, dello 0,50% a inizio febbraio 2023, ha portato il costo del denaro al 2,5%. Tutto questo ha indotto il calo – in questi mesi ancora leggero – dell'inflazione. L'obiettivo delle banche centrali è di mantenere il tasso di inflazione quanto più possibile vicino al 2%, perché questo è il limite che indica un'economia in buona salute.

Shrinkflation: L’apparenza che inganna

Un fenomeno molto comune e legato all'inflazione è la Shrinkflation ("restringimento", in inglese). È una strategia commerciale con cui le aziende aumentano i prezzi senza farlo percepire ai clienti: continuano a proporre lo stesso prodotto allo stesso prezzo, ma diminuendone le quantità. Funziona soprattutto sui beni alimentari: per esempio, si acquista un barattolo di marmellata da 450 grammi invece dei soliti 500, ma allo stesso prezzo di prima. O un hamburger meno farcito. La Shrinkflation è di per sé un'inflazione "nascosta" che difficilmente viene percepita, ma che può rappresentare una perdita del potere di acquisto anche superiore al valore dell'inflazione calcolato dall'Istat.

Proteggere i risparmi. Se si lasciano i propri soldi sul conto corrente con un tasso di inflazione superiore al tasso di interesse offerto dalle banche sulle giacenze (pressoché pari allo zero), questi soldi di fatto perderanno valore reale nel tempo.

Come contrastare questa perdita? Gli esperti consigliano, per chi desidera mantenere una piccola liquidità, di scegliere un conto deposito, possibilmente quello col miglior tasso. E se avessimo altra disponibilità? Sicuramente la carta vincente è quella di investire i propri risparmi, puntando sulla diversificazione, che consiste nell'investire in più prodotti diversi tra loro, come per esempio Titoli di Stato e azioni, stando sempre attenti a quelli che vengono definiti "rendimenti reali", cioè quei rendimenti che permettono all'investitore di far crescere nel tempo il potere d'acquisto dei propri risparmi.

Cosa chiedere in banca

Per valutare correttamente se il proprio portafoglio di investimento sia in grado di mantenere – o migliorare – il nostro potere d'acquisto, è bene chiedere al nostro intermediario di fiducia quale sia il rendimento atteso del portafoglio in un dato orizzonte temporale (almeno 3-5 anni) e chiedere di conoscere anche la sua volatilità stimata (ovvero, la stima di quanto il rendimento possa discostarsi dalla media dei rendimenti).

In modo molto semplificato, se il rendimento atteso del portafoglio a tre anni è del 9% (inferiore all'inflazione attuale ma, nell'orizzonte di tre anni, questo rendimento porterebbe sicuramente un mantenimento del potere di acquisto dei soldi investiti) e la volatilità stimata è del 7%, vuol dire che dobbiamo essere consapevoli che il valore finale del nostro portafoglio potrebbe variare dal +2% (pari a 9-7%, dunque la situazione peggiore, nella quale si rischia un rendimento anche inferiore all'inflazione) al +16% (pari a 9+7%, la situazione migliore, in cui oltre al rendimento del portafoglio si aggiunge un maggior valore dato dal mercato).

Come in tutte le serie statistiche, la maggior probabilità sta nel centro, ma è corretto essere consapevoli, nel bene e nel male, del risultato che è ragionevole aspettarci dai nostri investimenti.

A cura di di Jonathan Figoli CEO ProfessioneFinanza® e responsabile Family Economy School

22 febbraio 2023
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