Il dopo Expo che sogniamo

Quale sarà il destino dell'area in cui si sta svolgendo l'Esposizione universale di Milano? Ignorata dagli investitori privati, la zona potrebbe ospitare una parte delle facoltà della Statale di Milano e un polo della tecnologia. Ma si parla anche di un parco di intrattenimento a contenuto scientifico e addirittura di... un acceleratore di particelle.

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Situata a circa nove km a nord-ovest dal centro di Milano, l’area dell’EXPO è caratterizzata da una striscia bianca di strutture sospese sulla strada principale, il Decumano. Sui lati del Decumano lungo 1,5 km sono visibili i padiglioni nazionali dei paesi partecipanti. La foto è stata scattata dal satellite Deimos-2|DEIMOS IMAGING

Una cittadella della scienza che raccolga le facoltà scientifiche dell’Università di Milano, ma anche un polo tecnologico, una specie di silicon valley italiana. E poi un campus stile Usa, con le residenze degli studenti e dei professori. E, ancora, fiore all’occhiello, un acceleratore di particelle che serva per fare ricerca, ma soprattutto che produca ricadute concrete per l'industria. Infine, se vogliamo sognare fino in fondo, un grande parco a tema ludico-educativo che porti avanti le tematiche di Expo e le ampli in modo spettacolare.

 

Tutto questo è, al momento, la più rosea tra le possibilità che attendono l’area dove si sta svolgendo la fiera universale milanese, che per sei mesi è la vetrina del mondo: oltre 1 milione di metri quadri di spazi espositivi, 142 Paesi presenti, più di 20 milioni di visitatori attesi. Ma cosa accadrà quando il 31 ottobre le luci sulla grande kermesse di Expo 2015 si spegneranno? Che ne sarà dei padiglioni, delle strutture realizzate appositamente, e soprattutto di quell'area nel suo complesso?

 

Se ne parla da tempo, ma senza ancora aver preso decisioni definitive. L’importante è evitare che la zona sia lasciata al degrado, come accaduto in altre città che hanno ospitato le Esposizione internazionali e universali. O come gli stadi dei mondiali di calcio dello scorso anno in Brasile, oggi abbandonati o affittati per matrimoni e convention aziendali.

 

 

Partenza in rosso. Il dopo Expo è una partita difficile forse più della fiera stessa. Il destino dell’area, in realtà, avrebbe dovuto essere diverso, almeno in parte. L’idea iniziale era che il terreno fosse venduto a qualche investitore privato, che a fine Expo avrebbe potuto sfruttarlo per scopi diversi, fermi restando alcuni vincoli: per esempio, che circa metà dell’area fosse destinata a verde.

 

Su questo si era giocata la scommessa che il comitato organizzatore aveva fatto di realizzare l’Expo milanese non su un suolo già di proprietà pubblica, ma di privati. Comprare il terreno ha quindi comportato una spesa non indifferente, anche perché è stato acquistato non al prezzo di suolo agricolo quale era, ma a quello che presumibilmente avrebbe avuto dopo la manifestazione, e quindi una volta bonificato, attrezzato e collegato in modo efficiente al centro città tramite una serie di infrastrutture. Morale: l’operazione Expo è partita con un “rosso” di oltre 300 milioni. Ma all’asta per la vendita dei terreni, svoltasi alla fine dello scorso anno, non si è presentato nessuno. Di necessità, quindi, la strategia è cambiata.
 


Nuova strategia. Il nuovo protagonista arrivato a decidere del terreno a cavallo dei comuni di Milano e Rho è il governo, che pure ha già una quota della società Expo, e che si è reso disponibile a fare la propria parte nel dopo Expo in presenza di un progetto valido. «Lo scorso 24 aprile c’è stato un primo incontro con Maurizio Martina, ministro delle Politiche agricole, il presidente della Regione Maroni, il sindaco di Milano Pisapia e gli altri soci di Expo», spiega Luciano Pilotti, presidente di Arexpo, la società che ha acquisito i terreni dove si svolge l’Esposizione universale (vedi grafico sopra). «Tutti si sono trovati d'accordo sulla proposta dell’Università di Milano, che vorrebbe trasferirvi le facoltà scientifiche che attualmente sono a Città Studi». Ma non si tratterebbe semplicemente di un trasloco. «No», prosegue Pilotti, «l’Università porterebbe aule, attività di laboratorio e di ricerca… Creando dapprima un campus, quindi anche un centro di elaborazione dati».

Un luogo, in altre parole, dove si gestiscono i big data, cioè quelle raccolte di dati così vaste da richiedere specifiche tecnologie per estrapolare  informazioni di vario genere. E che sono utili nei campi più disparati, dalla gestione del traffico all'analisi di esperimenti complessi come quelli di fisica delle particelle, dallo studio delle tendenze dei consumatori a quelle degli elettori.

 

E i soldi da dove arriverebbero, considerato che il trasferimento costerebbe qualcosa come 400 milioni? «La Statale potrebbe metterne 200, il resto sarebbe finanziato da risorse nazionali, attraverso la Cassa depositi e prestiti». Quest’ultima è una società per azioni di cui il governo possiede circa l’80%, che gestisce gli investimenti statali e finanzia le grandi opere pubbliche.

 

L'ipotesi si sposerebbe bene anche con quella di Assolombarda (l'associazione degli industriali di Milano, Lodi e Monza-Brianza), che vorrebbe una parte dell'area per un polo tecnologico, cioè per realizzare una cittadella dell'innovazione e della scienza, che potrebbe attirare start-up e aziende tecnologiche.

 

 

Acceleratore di elettroni. Ma è l'ultima parte del progetto quella più sorprendente. Sotto il decumano, l'asse principale dell'esposizione, lungo oltre un chilometro, l'Università di Milano vorrebbe realizzare un acceleratore di particelle di tipo particolare. «Si tratterebbe di un acceleratore lineare di elettroni», spiega Fernando Ferroni, presidente dell'Istituto nazionale di fisica nucleare. «In questi acceleratori, parte dell'energia degli elettroni, accelerati a velocità prossime a quella della luce, viene convertita in fotoni di alta energia, cioè raggi X. Che servono a illuminare bersagli e a vederli con una risoluzione altissima». Questa macchina, in sostanza, sarebbe a metà tra un acceleratore di particelle, un potente laser e un super microscopio. «Sarebbe una macchina “di servizio”, estremamente versatile», prosegue Ferroni. «Potrebbe essere utilizzata per fare scienze dei materiali, biologia molecolare, chimica. Per esempio, si potrebbe fare la “foto” delle proteine: il fotone prodotto dall’acceleratore fa un flash alla proteina talmente veloce che è in grado di ricostruirla in 3D con una risoluzione inferiore al miliardesimo di metro. Oppure, con un fascio di fotoni così intenso, si può tagliare l’acciaio… Insomma, le possibili applicazioni sono molto diverse». Aggiunge Pilotti: «L’area dell’Expo, con l’acceleratore, potrebbe diventare forse il più grande laboratorio industriale dell’Europa contemporanea. Farebbe fare un salto tecnologico al Paese intero».

 

Anche in questo caso, viene da chiedersi se sia un sogno oppure se vi siano i finanziamenti. Ferroni, in questo caso, smorza gli entusiasmi: «Noi stimiamo che l’acceleratore, di cui abbiamo già un progetto pronto, perché c’era stata l’ipotesi di realizzarlo nei nostri laboratori di Frascati, costerebbe almeno mezzo miliardo di euro. L’Infn questi soldi non li ha. È una decisione che spetta più in alto. Ma noi siamo senz’altro disponibili a offrire le nostre competenze, il nostro personale… L’area diventerebbe un attrattore potente per la ricerca applicata. Posso dire che avrebbe sicuramente senso fare l’acceleratore a Milano, che di fatto non ha infrastrutture di ricerca».

 

 

Parco scientifico. Se molte decisioni definitive sono ancora da prendere, una certezza sul destino dell'area Expo c’è già: e cioè che 44 ettari di terreno devono essere destinati a verde, per la realizzazione di un parco urbano, con strutture sportive integrate. Qualcuno vorrebbe fare anche di più. Eugenio Repetto, ingegnere che si occupa da molti anni di parchi a tema, ha avanzato un progetto molto articolato per la realizzazione del parco “Dal centro della Terra all’Universo”. «Sarebbe concepito come un viaggio virtuale dal nucleo del nostro pianeta fino alla visione di esso dallo spazio», spiega. «Incorporerebbe i valori di questo Expo, e cioè “Nutrire il pianeta, energia per la vita” e altri valori, per esempio legati all’impatto ambientale. Il parco sarebbe infatti a impatto zero. Vorremmo focalizzare l’attenzione sul nostro pianeta: perché non solo ci alimenta, ma anche noi possiamo alimentarlo, o avvelenarlo». Per limitare i costi, il parco sfrutterebbe ciò che rimarrà dopo l'Expo. Inizialmente, era previsto che le strutture superstiti fossero solo il padiglione Italia, la Lake Arena, il teatro all'aperto e Cascina Triulza. Oggi, cambiate le carte in tavola, potrebbero essere lasciati anche altri padiglioni.

 

 

Ma perché fare un parco a tema? «Perché c'è un grande interesse potenziale per i parchi tematici a contenuto scientifico, come ci sono all’estero. Anche in Italia siamo maturi per superare la visione dei parchi di divertimento tradizionali. Per esempio, il Muse, il Museo delle Scienze di Trento, nel primo anno di attività, ha avuto quasi 600 mila visitatori pur essendo una realtà relativamente piccola. E poi per non far morire le tematiche dell'Expo, ma anzi rivisitarle allargandone i contenuti. E, in qualche modo, creare qualcosa che anticipi la società del futuro». Campus universitario, polo tecnologico e parco tematico si integrerebbero in modo ideale, facendo sì che l'area possa rimanere viva 24 ore su 24.

 

Una città della scienza e della tecnologia che l’Europa ci invidi. Una macchina che collochi l’Italia all’avanguardia nella ricerca scientifica applicata. E un bellissimo parco a impatto zero, dove divertirsi e imparare, che ci faccia sognare. Questo è il dopo Expo che vorremmo.

22 Luglio 2015 | Gianluca Ranzini
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