Economia

Perché ora il cibo ha costi astronomici

Dalla pandemia alla guerra in Ucraina, dai prezzi del carburante agli eventi climatici estremi: le ragioni del caro cibo e della crisi alimentare.

Trecento milioni di persone nel mondo non hanno cibo a sufficienza, e tra queste, 44 milioni in 38 diversi Paesi sono a un passo dalla carestia: è l'allarme lanciato dal capo del Programma alimentare mondiale (World Food Programme), David Beasley, nel corso della riunione del Consiglio di Sicurezza ONU del 19 maggio. Il prezzo del cibo è ai livelli più alti dal 1990, e le conseguenze a cascata della guerra tra Russia e Ucraina rischiano di creare, già nel 2023, un problema globale non solo di costi, ma anche di disponibilità di cibo.

Caro carburante. L'impennata dei prezzi globali di cibo è dovuta in primo luogo all'esordio della pandemia di covid nel 2020: all'interruzione delle catene di fornitura dettate dai lockdown e dal blocco dei collegamenti internazionali si è aggiunto il rincaro dei combustibili fossili, che ha ricadute molto concrete sull'industria alimentare. Come spiega un articolo pubblicato sul New Scientist, il settore agricolo fa ampio uso di combustibili fossili per la produzione di fertilizzanti, la lavorazione e il trasporto dei prodotti finali. Secondo una stima del 2019, il 64% della variabilità dei prezzi del cibo sarebbe spiegabile con i prezzi dei carburanti.

Conseguenze globali. In questo quadro internazionale l'invasione dell'Ucraina ha inferto due colpi ben assestati. Da un lato l'occupazione del Paese da parte della Russia causa una scarsità diretta di prodotti alimentari: nel 2019 l'Ucraina produceva il 9% delle esportazioni mondiali di grano, il 16% di quelle di mais, il 10% dell'orzo e il 40% dell'olio di girasole. Dall'altro il conflitto ha fatto crescere ulteriormente i costi dei combustibili fossili, provocando un rincaro indiretto del cibo.

Il tutto è avvenuto nel momento meno indicato della storia recente, in modo improvviso e con molti Paesi già indebitati per la difficile situazione seguente la pandemia. Le ripercussioni peggiori si vedono al momento in Repubblica Democratica del Congo, Afghanistan, Etiopia e Yemen, ma la crisi riguarda anche le famiglie a basso reddito dei Paesi più ricchi. Potersi permettere abbastanza calorie per sopravvivere non coincide, per esempio, con il mettere nel piatto una dieta bilanciata.

Cibo inutilizzato. La crisi potrebbe protrarsi per anni. L'Ucraina ha ancora da parte scorte significative di grano e olio di girasole, ma con i porti sul Mar Nero controllati dalla Russia mancano le infrastrutture adatte per esportarle nel resto del mondo. Se non si libera lo spazio occupato da queste derrate non ce ne sarà abbastanza per conservare il nuovo raccolto. Così mentre il mondo è affamato si rischia di mandare in tilt l'intero sistema agricolo del Paese, in quella che Beasley ha definito «una dichiarazione di guerra alla sicurezza alimentare globale che si tradurrà in carestia, destabilizzazione e migrazione di massa in tutto il mondo».

Un'altra tegola sull'agricoltura. Un altro tassello importante per comprendere la situazione è l'aumento dei prezzi dei fertilizzanti, i cui prezzi erano in ascesa già dal 2020 e di cui Russia e Ucraina sono grandi esportatori. Il loro prezzo è triplicato, talvolta quadruplicato rispetto a prima della covid, e molti coltivatori non possono più permettersi di utilizzarli, o ripiegano su coltivazioni che ne richiedano meno.

Il fattore clima. Come se non bastasse, gli eventi climatici estremi hanno avuto un duro impatto sui raccolti: in Cina, le forti piogge potrebbero aver reso il raccolto di grano di quest'anno il peggiore che si ricordi; Australia e Sudafrica sono state alle prese con le alluvioni, gli USA con la siccità, India e Pakistan con ondate di calore da record. I cambiamenti climatici hanno reso questi eventi più probabili e continueranno a farlo nei prossimi anni. Con così tanti fattori in gioco, i prezzi globali del cibo potrebbero persino peggiorare.

Che cosa possiamo fare ora? La soluzione è semplice solo sulla carta: occorre produrre più cibo usando meno terra e allo stesso tempo diminuire la nostra dipendenza dai combustibili fossili. Rispetto alla situazione attuale, una maggiore diversità dei raccolti da cui dipende il grosso del nostro fabbisogno calorico renderebbe il settore alimentare più resistente agli scossoni della politica e della storia.

Alcune azioni che si possono intraprendere da subito sono utilizzare i terreni disponibili per produrre cibo e non biocarburanti; ridurre il consumo di carne (in modo che i terreni adibiti alla produzione di mangime possano ospitare raccolti per alimentazione umana) e, per i Paesi che ne hanno in abbondanza, vendere alcune delle scorte di grano, aumentando così la disponibilità di cibo sul mercato.

29 maggio 2022 Elisabetta Intini
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